Non esiste una giustificazione. L’uomo che agisce violenza domestica verso il cambiamento.

Il risvolto pedagogico del lavoro con i maltrattanti.

Quando, un paio di settimane fa, ho ricevuto questo libro nell’ambito di un percorso di formazione che sto portando avanti presso il CAM, ho pensato subito che si trattasse di un manuale a sostegno degli operator* che operano nei colloqui con gli autori di violenza domestica. Ritenevo quindi che la sua lettura sarebbe stata semplice ed intuitiva, anche alla luce di quanto appreso durante il corso. Invece si è rivelato un libro denso, complesso e carico di significati ulteriori. Certamente, come dicevo, è un libro che si rivolge agli operatori… ma è anche molto, molto di più e ciò traspare dalla parole dell’autore, soprattutto nelle ultime pagine del libro, quelle che fanno da cornice conclusiva ma che fanno anche capire quanto sia difficile per chi lo ha scritto porre la parola “fine”.

Si tratta di un testo pensato anzitutto per chi lavora e si “scontra” con la realtà dei maltrattanti: fornisce definizioni chiare sia per comprendere la violenza sia per conoscere quelle aree relative alle abilità di base che possono e devono essere rafforzate per evitare l’insorgenza di risposte violente da parte degli uomini che hanno, proprio lì, delle carenze. Offre poi molti strumenti operativi – sviluppati proprio dall’autore e presenti nell’Appendice – che possono rappresentare ottime strategie per realizzare degli interventi specifici. Già questi aspetti, da soli, basterebbero per raccontare perché consiglio veramente questo testo. C’è però anche una dimensione ulteriore, che considero non meno importante di ciò. E’ la dimensione della crescita – come professionista – è la dimensione della visione. Questi due aspetti si intrecciano, nel racconto di Giacomo Grifoni. La crescita, come uomo, come operatore, come psicoterapeuta, è essenziale per costituire una visione del fenomeno in grado di essere completa (il fenomeno della violenza di genere è complesso: tenere conto solo degli aspetti psicologici, o solo delle ricadute sociali, o solo degli aspetti giuridici, rende difficile inquadrare il problema). La violenza è un argomento strano: ognun* di noi può essere attratto, può essere portato ad avvicinarsene, ma è sempre intriso di qualcosa di scomodo…questo perché la violenza CI riguarda. Tutt*, in forme diverse, con variabili differenti. Ed è questo l’aspetto più interessante che ho trovato nel volume, al di là dell’impostazione teorica che -ripeto- è precisa, puntuale, da conoscere se si vuole lavorare nell’ambiente. Quello che ci dice Grifoni è che non si può lavorare – non si può lavorare BENE – se prima non si fanno i conti con la nostra visione personale relativa al’argomento. Con i nostri preconcetti, con i nostri stereotipi, con quegli elementi educativi, connotati da forme più o meno evidenti di violenza, che abbiamo ricevuto e che spesso mettiamo nuovamente in atto in modo inconsapevole.

Mi è piaciuta, in sostanza, questa visione pedagogica del lavoro con i maltrattanti. Per lavorare con loro è necessario prima scardinare le proprie idee, rivederle, ripristinare nuove forme di relazione con gli altr* e con se stess*. E poi porsi in ascolto, comprendere le emozioni di chi si ha davanti, stabilire un’alleanza terapeutica, non giudicante ma accogliente. Insomma, credo si tratti – per citare Maria Grazia Riva – di un Lavoro pedagogico, anzitutto. Un testo che consiglio vivamente non solo a coloro che intendono lavorare su queste tematiche: insegna a ri-pensarsi, ad accogliere le proprie paure e a dar loro voce. E’, in definitiva, un testo che si prende cura dei professionist* ma anche degli uomini e delle donne che si celano al di là del ruolo.

Alessia Dulbecco

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La sindrome “lucignolo”: i genitori e il comportamento dei propri figl*

In concomitanza con la fine del primo quadrimestre – e la consegna delle tanto temute pagelle! – anche noi in cooperativa abbiamo trovato l’occasione per richiamare i genitori dei nostri ragazz* per raccontargli un po’ il percorso fatto fino ad ora, le conquiste e le difficoltà incontrate. Uno dei problemi che riscontriamo maggiormente, infatti è quello relativo al comportamento. Il nostro è un centro di socializzazione e apprendimento dunque non è sempre facile mantenere quell’equilibrio che ci dovrebbe far dire “ora si fanno i compiti !” Oppure “questo è il momento giusto per giocare, parlare e condividere una parte di noi”, magari attraverso la proposta di qualche bella attività.

I genitori convocati, spesso, ci ripetono che sono “certe amicizie” che hanno reso il bambin* così ingestibile, intrattabile, scarsamente propenso a ascoltarlo o seguire le,regole. Ho trovato una bella definizione di questo comportamento nel volume di Mariani e Schiralli, Nostro Figlio, una sorta di compendio di tutto ciò che è bene sapere a proposito di educazione emotiva, dalla gravidanza fino all’età adulta.

Come i due autori illustrano bene, si tratta un po’ di un gioco per facilitarsi la vita: scaricare la responsabilità riduce il sentimento di percezione di un problema, lo ne fuori dal nostro raggio di azione e, quindi, limita la possibilità di pensare, valutare ed organizzare il nostro intervento attivo per risolvere la questione.

Prima di pensare che esista un ragazzino “lucignolo”, proviamo a pensare cose è possibile fare per rafforzare il nostro fragile “Pinocchio”.

  • Quali sono le regole applicate dal contesto familiare? Come vengono gestite? Cosa procura nella famiglia il loro rispetto o la loro trasgressione?
  • In che rapporto si pongono i genitori? Sono “amici” del ragazz*? Sanno mantenere quella giusta distanza che consente loro di esprimere il loro ruolo?
  • Con quale “valigia” hanno attrezzato loro figli* (anche questa è una bella espressione mutuata dal volume. Ho scritto a riguardo un altro articolo che vi invito a cercare… La valigia della sicurezza).
  • E a scuola? In quale clima vive il ragazz*? Quale visione hanno le insegnanti delle regole? Sono consapevoli del fatto che spesso le punizioni vanno a rinforzare atteggiamenti negativi?
  • E in quale rapporto si collocano scuola e famiglia? Cosa viene detto ai ragazz* della scuola? È importante infatti che la figura delle/gli insegnant* non venga svalutata da atteggiamenti o considerazioni provati, che è giusto che i genitori facciano ma sempre lontano dai figl*.

Spesso, un bambin* che decide di essere un “lucignolo” è solo più fragile degli altri. Ed essendo consapevole delle proprie difficoltà e fragilità preferisce scegliere la via più facile: accettare lo stigma del “ragazzo difficile” piuttosto che cercare quegli aiuti che potrebbero permettergli di rafforzare la sua “valigia”.

Per questo il nostro principale compito è quello di predisporre l’ambiente affinché i genitori tornino a riscoprire (anche, si!, in senso positivo! Perchéi figli perfetti non esistono…li possiamo solo aiutare a migliorarsi!) le difficoltà, le zone grigie dei propri ragazz*. Aiutare i genitori ad ascoltarli di più, a capire la situazione di partenza per supportarli in quelle attività pratiche con cui aiuteranno i ragaz* a credere di più in se stessi, ad essere poco alla volta più autonomi.

Ribadisco, ancora una volta: è essenziale prendersi cura dei genitori se vogliamo favorire il benessere dei bambin*!

Alessia Dulbecco

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A vent’anni dalla legge 66/96

Non so cosa avrei immaginato di ascoltare al convegno organizzato da Artemisia lo scorso lunedì, 15 febbraio, a Firenze. Come chiarito dal titolo, ogni intervento si è prefisso lo scopo di indagare l’impatto che il nostro sistema giudiziario ha rispetto alla cura e all’accoglienza di donne e minori che hanno subito una violenza sessuale.

Già, perché in Italia, fino al ’96, essa non era considerata un reato contro la persona. Come a dire che della vittima importava poco. L’unica cosa che si andava ad indagare e  punire era l’impatto della violenza rispetto alla morale pubblica.

A distanza di vent’anni dall’introduzione di questa legge ci ritroviamo ancora in una realtà drammatica. Come hanno illustrato bene i relatori -la Dr.ssa Barni della Regione Toscana, la Dr.ssa Gloria Soavi del Cismai, Titti Carrano, Presidente della rete nazionale dei Cav – oggi si conoscono molti elementi importanti, ad esempio i danni che l’impatto con una violenza di tipo sessuale produce sul Sistema Nervoso Centrale (una sorta di disabilità permanente), sa – attraverso gli studi criminologici sui cosiddetti sex offender – che i predatori sessuali scelgono con cura le proprie vittime selezionando solo quelle vulnerabili (per motivi sociali, economici, personali…), si dispone di tutti gli elementi per poter favorire una presa in carico migliore ma…sta di fatto che tutto ciò non si verifica. In particolare le relatrici hanno posto l’attenzione sulla cultura dello stupro: si delegittimizza la vittima, si sottovaluta il problema si legittima la violenza attraverso una serie di azioni – dirette ed indirette – come ad esempio gli schemi di narrazione usati dai media o in sede  processuale.

Entrando poi nel dettaglio, gli altr* relator* presenti hanno focalizzato l’attenzione su due elementi: la vittima- donna e la vittima- minore.

Rispetto alle donne ancora molto c’è da fare rispetto al gratuito patrocinio (pratica svilita dallo stesso impianto Statale, come a dire che chi sceglie questo canale parte già svantaggiato) e la procedibilità (spesso le donne non sono messe a conoscenza del fatto che vi è la possibilità di usufruire di un tempo più dilatato – sei mesi – per decidere se denunciare).

Rispetto ai bambin* dobbiamo anzitutto ricordare che loro possono essere al centro di tre sistemi giudiziari. Il tribunale, di solito, sospende la terapia a cui il minore ha diritto prima del contatto con il CTU. Ciò significa che il bambin* si troverà a dover affrontare tutto da sol*.

Un ringraziamento particolare, in conclusione, mi sento di esprimere alla Avvocata Paola Di Nicola (autrice del volume Sul pregiudizio di genere in magistratura) poiché ha rimarcato la necessità di un’attenzione quotidiana e pubblica sugli interventi dell’autorità giudiziaria su questi temi. L’avvocata ha inoltre rimarcato un altro fatto importante: il pregiudizio è l’unica chiave di lettura di questo fenomeno sociale. La legge – a volte distorta, a volte limitata – ne è quindi una conseguenza. Per questo per  fare in modo che le cose cambino serve un adeguato cambio di prospettiva: è questo l’unico appiglio per cambiare una società ancora – troppo! – permeata da pregiudizi verso le donne e la loro (nostra) libertà.12596070_10207602724179735_1981148590_n

La società che condanna e contestualizza.

Che differenza c’è tra una maestra che picchia un bambino e un professore che umilia un adolescente? Perché siamo pronti a condannare apertamente un comportamento e a contestualizzare l’altro? Davvero crediamo ancora che le botte siano più gravi della violenza psicologica?

 

Il mese di febbraio è stato al centro delle cronache per numerosi casi di maltrattamento. A Pisa, in una scuola materna, a Cagliari, in un centro che avrebbe dovuto garantire protezione e sicurezza ai suoi ospiti, persone con disabilità più o meno grave. E poi ancora in provincia di Modena… e forse altri casi che ora dimentico.

Si tratta di fatti così gravi che hanno messo d’accordo l’intera  opinione pubblica. Sui social si sono letti commenti di ogni tipo, anche una fantomatica caccia alle streghe. Tutti dovevano sapere che faccia avessero le maestre, o gli operatori, per scatenare una sorta di vendetta sociale, una gogna mediatica utile a rimarcare i confini: i cattivi hanno una faccia e un volto, e sono loro, noi siamo tutt* gli altri. Irreprensibili, che mai sarebbero in grado di compiere queste azioni semplicemente perché “gli esseri umani non le fanno”. Ovviamente nessun cenno alla professionalità, al fatto che per svolgere questi lavori – generalmente socialmente poco considerati e poco pagati – serve una professionalità alta. Perché non è affatto vero che le persone sono buone a prescidenere. Lavorare con la disabilità, lavorare con gli anziani, i bambini (magari con qualche disturbo di iperattività) o gli adolescenti (magari quelli con un bel disturbo oppositivo propovatorio)  sono professioni logoranti. Gli operatori sono a rischio burn out e, soprattutto quelli assunti in circuiti che non li valorizzano perché “tanto devi stare solo dietro al disabile perché non si faccia male” non sanno quanta fatica, quanto studio e quante ore di formazione richiedono queste professioni.

Mi ha intristito molto, oggi, leggere una notizia su un quotidiano locale. Riguarda la mia piccola città di provincia, Imperia. In una scuola superiore scatta un diverbio tra un insegnante e un alunn*, tutto è riportato da una registrazione. L’insegnante umilia il ragazz*, lo insulta, lo caccia dall’aula facendogli raccogliere le sue cose e, nel frattempo, gli rivolge bestemmie.Mi ha fatto tristezza leggere i commenti alla notizia: secondo tutte le persone che hanno espresso un’opinione i fatti sono da contestualizzare. “Come mai il prof. ha reagito così? come si comporta il ragazzo? Certo…oggi ormai non c’è più rispetto e i giovani sono tutti maleducati.”

Quello che mi preme sottolineare è che forse non c’è molta differenza tra questo prof e le maestre mandate alla gogna: loro, forti, picchiavano bimbetti di 3 anni. il professore, in un altro tipo di dinamica (un giovane adolescente non si può di certo prendere a scapaccioni pensando che poi non parlerà con nessuno!). Ma si tratta comunque di un comportamento violento e non professionale. Una maestra non sttrattona un bimb*, un prof. non deve insultare un ragazz*. Il parallelismo è semplice. Sono entrambi modi – uno fisico, l’altro verbale – di scaricare addosso all’alliev* la propria rabbia, la propria insoddisfazione..le proprie incapacità. Non si tratta di essere buoni o cattivi a prescindere. Si tratta di FAR BENE il PROPRIO LAVORO. E per farlo bene si studia, ma non, non le discipline che si andranno poi ad insegnare! Si deve essere pedagogicamente formati. Che ideale educativo hanno gli operatori che picchiano un ragazzo con disabilità psichica? e un prof che umilia, e violenta verbalmente un ragazzo? Forse cambiano gli effetti: un bambino di quattro anni non ha gli strumenti per comprendere perché un luogo sicuro si sia trasformato in un posto che fa paura e come gli studi dimostrano un bambino picchiato è sempre un bambino abusato.

Mi piacerebbe, quindi, che le persone ragionassero un po’ prima di esprimere pareri – rabbiosi in un caso, da”contestualizzare” in un altro – e si focalizzassero maggiormente sulle professioni, sulle competenze, piuttosto che sulla naturale propensione a fare del bene “perché i bambini non si toccano”.  Spesso dietro la denuncia palese di certi comportamenti inaccettabili c’è solo il desiderio di prenderne le distanze, come a dire “a me non capiterebbe mai”. Quando invece i fatti si collocano in quella “zona grigia” (a quanti genitori gli insulti di quel prof ricorderanno certe liti avute con i fig*?) allora si tratta di elementi da contestualizzare. Dietro la contestualizzazione, però c’è solo tanta paura. Paura che quei fatti possano accadere anche a noi, e quindi non , non possiamo biasimarli troppo.

Maestr*, professor*, educator*, operator*: l’unico spartiacque è la competenza. Sono felice pertanto di far parte di App – Associazioni Professioni Pedagogiche – che in seguito ai fatti indicati in apertura ha voluto esprimere un parere professionale: L’EDUCAZIONE NON SI IMPROVVISA!

Qui potete leggere il testo integrale del comunicato.

 

Alessia Dulbecco

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Costruire l’alleanza all’interno di una relazione di aiuto

Negli ultimi articoli che ho scritto ho tentato di focalizzarmi su alcuni argomenti “caldi” che spesso i genitori mi portano in studio e sui quali mi chiedono di lavorare e riflettere. Il tema del rinforzo (che, come abbiamo visto nell’articolo, è spesso negativo) e il tema  dell’autoefficacia educativa rivestono una grande importanza e anche per questo ho voluto trattarli per primi. Ho cioè, estrapolato dalle relazioni di aiuto alcune tematiche portando il mio focus su di esse anziché sull’ intero processo pedagogico di ascolto attivo, interpretazione, alleanza.

Oggi mi piacerebbe approfondire proprio questo aspetto: lasciare da parte i focus, i temi caldi sui quali rifletto assieme agli utenti, e concentrarmi sulla cornice di sfondo. Perché si, per poter parlare coi genitori è essenziale prima aver creato un clima di fiducia che consenta alla coppia di aprirsi e parlare senza timori. Questa condizione, secondo i principi di Analisi Transazionale applicati al Counselling, prende il nome di Alleanza di lavoro. Si potrebbe definire come quella sensazione di fiducia che si instaura via via tra counsellor e utente/i e che permette un buon esito nel percorso di consulenza.

Ricordiamoci infatti che, anche quando i genitori arrivano per presentare un problema – spesso riguardante il figli* – essi rimangono sempre i primi destinatari del nostro intervento. Il nostro obiettivo, di pedagogisti e di counsellor, è pre-disporli affinché possano diventare disponibili a modificare i loro comportamenti (ad esempio, dopo aver illustrato come si esprime il rinforzo negativo, educarli al riconoscimento e a non utilizzarlo più).

Esistono delle barriere alla costruzione di un rapporto basato sul l’alleanza pedagogica e sulla collaborazione. Ho individuato le seguenti:

  • Atteggiamento valutativo: è fondamentale concentrarsi sul problema (ad esempio: un ritardo nel linguaggio, una scarsa adesione del l’adolescenza a seguire le regole familiari) evitando il più possibile di porre sotto la”lente di ingrandimento” il ruolo dei genitori (passando ad esempio implicito messaggi valutativi o giudicanti).
  • Comprendere il contesto ed agire di conseguenza: questa è a mio avviso l’operazione più difficile. Quando i genitori arrivano vorrebbero immediatamente agire sul problema. Per il professionista, invece, è fondamentale individuare prima il funzionamento familiare: quale risorse emotive, relazionali, di rete possiedono oppure in che cosa il loro funzionamento risulta compromesso (penso ad esempio alle famiglie seguire dal Sert, quelle con genitori affetti da patologie psichiatriche etc…). Di fronte ad una famiglia più fragile il professionista ha il compito di portare avanti, proprio tramite l’alleanza educativa, un percorso specifico che consenta una crescita è l’acquisizione di nuove competenze (ad esempio quelle relative ad una genitorialità più sana e consapevole).
  • La prospettiva genitoriale: un altro aspetto fondamentale è quello che definisco di “cultura”. È essenziale capire quali siano la prospettiva che orienta la funzione genitoriale dell’auto che ci pone una domanda e ha bisogno del nostro aiuto. Certe modalità di azione (ad es. la punizione corporale) può essere perfettamente in linea con le credenza dei genitori (che magari sono stati educati a ricevere qualche schiaffone da piccini ed è stato loro insegnato a valutarlo positivamente). In questo caso, ad esempio, non servirebbe nulla cambiare modello operativo (ad es. sostituendo la punizione con un rinforzo) se il genitore non “crede” in questo modello di intervento. Per questo sostengo che sia essenziale anzitutto stabilire un linguaggio comune e, insieme, fare cultura: individuare le credenze, analizzarle assieme e tramite l’alleanza portare il genitore a guardare il problema da un’altra prospettiva nella speranza che possa mettere in discussione il loro precedente modello di osservazione.

Parafrasando M.G. Riva si stratta di ricercare i significati ed ascoltare la componente emotiva all’interno di un sistema ampio che trascende il principale oggetto di intervento portando in consulenza per raggiungere l’intero nucleo familiare e sociale.

Dr.ssa Alessia Dulbecco

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(Immagine: web)

 

Di scuole, di aziende… e di spazi espositivi.

Che fare se la scuola ha bisogno di fondi? Tutto è lecito, nella logica di mercato?

 

Si sa: la scuola è sempre più un luogo di scontri e battaglie. Le riforme la pongono spesso al centro di innumerevoli dibattiti con il solo risultato di peggiorarne, concretamente, la situazione. Un po’ come i cambiamenti che hanno colpito, anno dopo anno, l’USL (che da Unità è diventata AZIENDA) anche per la scuola si prospetta questo orizzonte.

Intendiamoci: non ho assolutamente nulla contro i modelli privatizzati (purché funzionanti). L’assistenzialismo statale non ha prodotto solo benefici. Personalmente lavoro nell’ambito del privato sociale: qui nessuno si siede sugli allori, è sempre necessario aggiornarsi, formarsi e proporre contenuti innovati ed interessanti..altrimenti le sovvenzioni (che non sono statali, quindi non sono date di default) non arrivano e in quattro e quattr’otto si chiude bottega. Certo, c’è un PERÒ. Anzi, tanti.

Però… è essenziale che le proposte siano in linea con il proprio ambito di intervento.

Però… è essenziale non snaturare i contesti.

Però..è essenziale che la privatizzazione (e la ricerca di capitali) sia funzionale ad una maggiore inclusione dell’utenza … a favorire il loro benessere, insomma. Perché, personalmente, non credo che solo il pubblico favorisca l’inclusione. Ciò sarebbe possibile se ci fossero i capitali e le coperture cosa che, al momento, non mi pare di vedere.

Insomma tutto questo per dire che non è il problema della “scuola trasformata in azienda”. Ben vengano le aziende che funzionano (e tutti i servizi che possono erogare… penso alla Menarini e ai suoi asili per i bambini dei dipendenti, penso alla mia conterranea Carli e a tutte le agevolazioni che può fornire ad operai e lavoratori).

Per questo alla notizia che una scuola dell’infanzia e una scuola primaria potessero ospitare una dimostrazione relativa alla vendita di materassi e doghe con l’unico scopo di permettere all’istituto un guadagno di circa 500€ sono rimasta basita. Intendiamoci: i soldi sono necessari e quando lo Stato non provvede è sicuramente necessario per la scuola provare a recuperare dove è possibile per fornire quei servizi di base (ma “di base proprio”..tipo la carta igienica, il sapone o le matite colorate nelle aule). Ma l’unico modo è proprio quello di organizzare una dimostrazione per una vendita di materassi (a proposito,spero che Mastrota sia incluso nel prezzo dell’esibizione!)?

Perché non proporre un aperitivo di autofinanziamento? può essere l’occasione per fare squadra e aprire la scuola al territorio. O la presentazione di un libro. O, ancora, la possibilità di collaborare con i professionisti o le cooperative del territorio per creare corsi formativi specifici per alunni con difficoltà di apprendimento: professionisti preparati, quindi ben retribuiti, che collaborano con la scuola fornendo un servizio che potrà essere di sicuro aiuto alle famiglie…credete non ci siano aziende pronte a scendere una piccolissima parte del loro fatturato per sostenere iniziative simili?

Certo, è molto più semplice “svendersi” al miglior offerente piuttosto che mettere del sano impegno alla ricerca di ambiti assolutamente redditizi ma sicuramente più difficili da trovare.

La scuola può sicuramente convertirsi a logiche aziandali…ma forse è meglio che non si trasformi in uno showroom.

Alessia Dulbecco

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(immagine: web)

La gentilezza ci salverà

Essere gentili non è più “di moda”. Quali sono le ragioni di quest’assenza di gentilezza? E i suoi effetti a livello educativo?

Mi piacerebbe, oggi, condividere con voi qualche riflessione sul concetto di Gentilezza.

In particolare, proprio in questi giorni mi sono imbattuta in questo articolo che ho trovato decisamente interessante. (Qui il link).

Si parla di una deriva antropologica che ha investito la stragrande maggioranza degli esseri umani: è quella che ha portato alcune parole ad essere state cancellate dal nostro dizionario familiare.

Secondo una ricerca dell’associazione Gentietude che promuove uno stile di vita fondato sulle buone maniere, in quasi la metà delle famiglie italiane sono state rimosse le parole Grazie, Per favore, Posso?

La gentilezza rappresenta  un collante sociale, è ciò che permette di costituire e tenere assieme una società. Per queste ragioni non è un caso che proprio oggi si assista ad un progressivo smantellamento di questa capacità: una società precaria, che guarda con ansia al futuro, invischiata in dinamiche politiche, economiche e sociali problematiche (la “crisi” a cui si è assistito e  si continua ad assistere non è solo legata a problemi occupazionali…) tenderà a vivere su emozioni di rabbia, indignazione, paura.

Come riferisce l’articolo, molti libri si sono dedicati a questo tema nell’ultimo periodo e tutti ribadiscono l’importanza e la convenienza dell’essere gentili. Tutti, quindi, ci dicono che presto tornerà “di moda” poiché le persone torneranno a riscoprirla come un valore importante, indispensabile per vivere bene.

Per questa ragione credo che chi, come me, si occupa di Counselling e Pedagogia possa aiutare a velocizzare il questo processo favorendola con la propria pratica professionale.

Fare della gentilezza il proprio orizzonte pedagogico permette di pensare all’educazione e alla formazione come momenti in cui praticarla. Educare alla gentilezza, formare (e formar-si) alla gentilezza. Il Counselling ha come suo principale obiettivo portare il soggetto che richiede il nostro sostegno al raggiungimento del benessere. in questo senso è possibile aiutare il soggetto a recuperare il concetto di gentilezza inteso come elemento fondamentale per il raggiungimento del benessere: essere gentili con se stessi (chiedere aiuto, ascoltarsi, riconoscersi, potenziarsi) è alla base di un intervento di counselling.

Credo sia fondamentale, per ogni professionista, cominciare prima a lavorare su di sé per fare in modo di trasmettere, successivamente, questi elementi nella propria pratica professionale .

Alessia Dulbecco

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Educare all’autonomia

Come aiutare i genitori ad educare i figli all’autonomia senza timori che possano intraprendere una “brutta strada”?

Una delle questioni più dibattute – una di quelle, cioè, intorno alle quali si concentrano i dubbi e le domande di tanti genitori che incontro – riguarda l’educazione all’autonomia. Mi ritrovo spesso a parlare con donne e uomini che tendono a limitare molto le conquiste dei propri figl* (in particolare, quelli la cui fascia d’età oscilla tra i 12 e i 15) per paura di “perdere di mano le briglie”. In quest’età è importante per i ragazzin* acquisisire piccole libertà (andare al negozio all’angolo per fare un acquisto, passare un pomeriggio dai compagni, prendere l’autobus o recarsi per qualche ora ai giardini). Spesso però i genitori hanno paura: che possa sfuggir loro di mano il controllo, che possano “perderlo”, che il gruppo dei pari possa condurlo su una cattiva strada.

Una bella definizione, che ho trovato all’interno del volume Nostro figlio di Schiralli e Mariani, è quella di valigia della sicurezza.  Aiutare i genitori a  preparare una bella “valigia” per fare in modo di non essere spaventati ed essere in grado di gestire i cambiamenti futuri diventa, con loro, il mio lavoro.

Come suggerito dal volume, tre sono gli aspetti sui quali mi focalizzo maggiormente:

  • l’autonomia
  • l’autostima
  • la capacità di costruire e mantenere relazioni significative con l’altr*.

 

Chiaramente, per educare i ragazz* all’acquisizione di queste competenze non esistono formule…esistono solo modelli: sono i genitori, quindi, a dover essere educati per rispondere in modo adeguato alle richieste dei figl* educandoli così allo sviluppo di queste competenze.

Ovviamente, ogni genitore che incontro rappresenta un caso a se e le modalità educative che seguo dipendono da molti aspetti (le sue concezioni a proposito della vita e dell’educazione, la gradualità con cui possiamo avvicinarci a determinati argomenti o il grado di preparazione necessario per affrontarli etc…).

A titolo esemplificativo, seguendo i contenuti del volume, indico di seguito alcune capacità che reputo essenziali:

  1. per quanto concerne l’autonomia:
  • dare al proprio figlio delle risposte, magari in maniera empatica (facendogli capire che siete in grado di sentire ciò che sta provando)
  • dare delle risposte significa metterlo in condizione di saper agire (sarebbe un errore sostituirsi!)
  • educarlo alla capacità di stare (anche) da solo
  • contenerlo: regole, divieti (che possono essere concordati e fatti rispettare puntando al rinforzo positivo) sono fondamentali!

 

  1. per quanto concerne l’autostima:
  • non banalizzare mai ciò che prova (ciò si collega a quanto detto precedentemente sull’empatia)
  • educarlo alle critiche costruttive e al realismo (è fondamentale che le critiche siano rivolte ad una cosa che, ad esempio, può aver fatto..si critica ciò che si fa, non ciò che si è).
  • non temerlo: mi trovo spesso a parlare con genitori che preferiscono evitare (le regole, una sana comunicazione…) per timore degli stati emotivi che possono attivarsi. È fondamentale che i genitori sappiano gestirli e, quindi, incitino i figl* a verificare le proprie emozioni, imparando piano piano a modularle… provare a fare tutto ciò in famiglia può essere importante…è un luogo protetto che può fungere da palestra!
  1. per educare alla costruzione e al mantenimento di relazioni significative
  • favorire il dialogo (in quante famiglie si assiste a quei silenzi prolungati dopo un momento di scontro?
  • favorire l’intimità (ci sono molti genitori che per evitare imbarazzi preferiscono non scendere ad un livello più profondo…)
  • favorire (sempre!) la riflessione empatica

 

Come ho già sottolineato, questi punti sono quelle linee guida che tendo a seguire nella mia attività professionale, usando metodologie e “passaggi” differenti a seconda della situazione che si presenta.

Quello che noto è che spesso i genitori hanno paura (delle reazioni dei figl*, di perdere il controllo…). Educare i figli all’autonomia, all’autostima e alla costruzione di relazioni significative significa – per il professionista che si muove tra Counselling e Pedagogia – compiere ancor prima un lavoro sulla famiglia. È essenziale che i genitori abbiano delle conoscenze specifiche su questi argomenti, altrimenti andremo a dire loro come comportarsi e saranno solo definizioni posticce, che non sapranno padroneggiare. Educare i genitori a conoscere come potenziare l’autonomia dei figli significa compiere, in prima battuta, un lavoro sulla loro educazione all’autonomia. Ciò risulta fondamentale anche per i raggiungimento di un nuovo concetto di benessere. I risultati, credetemi, non si faranno attendere.

Alessia Dulbecco

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