L’arte di amare

La gente capace di amare, nel sistema attuale, è l’eccezione; l’amore è per necessità un fenomeno marginale nella società occidentale moderna.

Il saggio di Erich Fromm ruota attorno all’amore e alle definizioni in cui è stato declinato nella società contemporanea. Secondo lo psicologo si è progressivamente arrivati a confondere l’amore con l’essere amati. Si è, inoltre, arrivati a semplificare il concetto fino a renderlo semplicemente un sentimento a cui è sufficiente abbandonarsi per incontrarlo.

Al contrario, Fromm intende – in questo volumetto di cui consiglio la lettura – problematicizzare il tema dell’amore.

Nessun crede che ci sia qualcosa da imparare sull’amore.

L’amore è affrontato in modo confuso: si crede sia sufficiente trovare un oggetto da amare. L’oggetto si è imposto sulla funzione. Si immagina l’amore, infatti, come una piacevole sensazione contro la quale gli uomini sperano di potersi  imbattere così, grazie ad un colpo di fortuna. Scopo del saggio sarà quello di portare attenzione sull’amore inteso come ‘arte’ – quindi come capacità che si conquista affrontando teoria e pratica, mettendo in campo discrete dosi di sforzo e saggezza. 

Secondo lo studioso – psicologo e sociologo – l’uomo avverte profondamente il desiderio di unione. L’unione col gruppo è il modo più semplice per superare questo isolamento. Le democrazie occidentali – che hanno stabilito “un’uguaglianza di uomini che hanno perso il loro individualismo” (p.27) porta a preferire un tipo di unione che si esplicita nella routine e nel conformismo, di per se insufficienti a risolvere o placare l’ansia avvertita dall’uomo. Questa semplificazione porta l’essere umano a pensare all’amore come ad un elemento passivo. Amo nella misura in cui sono amato.

Fromm non accetta queste definizioni ed è pronto a scardinarle per sostituirle.

Amore è premura

Amore è interesse attivo per la vita e la crescita di ciò che amo.

Amore è responsabilità

Responsabilità è un atto volontario, è la mia risposta ad un bisogno – espresso o inespresso – di un altro essere umano

Amore è rispetto

Esso denota, nel vero significato della parola (respicere = guardare) la capacità di vedere una persona come è

L’amore è guidato dalla conoscenza

Proprio per questa ragione Fromm arriva a distinguere una teoria è una pratica dell’arte di amare. La teoria è essenziale per capire come si sono organizzate le società contemporanee, cosa richiedono agli esseri umani e come hanno contribuito alla trasformazione del concetto di amore. Serve altrsì per conoscere i vari tipi di amore (quello materno, quello erotico, quello per se stessi, quello rivolto a Dio…).

La pratica significa imparare qualcosa sull’arte di amare, sugli elementi che servono per acquisirla. L’autore individua in particolare alcuni elementi indispensabili per avvicinarsi alla pratica:

  1. La disciplina ( che contrasta quel sentimento di pigrizia che le persone attivano come reazione alla routine quotidiana),
  2. La concentrazione (condizione particolarmente complessa da acquisire: la nostra società agisce allo scopo di distrarci e anche le nostre conversazioni con l’altro servono solo a questo scopo. Non ci permetto no di incontrare l’altro, sono farcite di clichés, non sono finalizzate all’ascolto),
  3. La pazienza

La capacità di stare soli è la condizione prima per la capacità di amare

(…) non si può imparare a concentrarsi senza diventare sensibili a noi stessi.

Ma quali sono le qualità indispensabili nell’arte di amare??

  1. Superare il proprio narcisismo
  2. L’umiltà
  3. La fede: non quella irrazionale ( la credenza in un essere superiore) ma quella razionale, la convinzione radicata nella propria esperienza di pensiero e sentimento. La base di questo tipo di fede è la produttività
  4. La fede rischia a necessariamente il coraggio

Amerei significa affidarsi completamente incondizionatamente, nella speranza che il nostro amore desterà amore nella persona amata

Consiglio a tutti/e la lettura di questo volume proprio perché non si può considerare esclusivamente un saggio di psicologia. Fromm coniuga il suo sguardo sul l’essere umano con quello del sociologo e compie una riflessione in grado di unire individuale e sociale.

Certi cambiamenti importanti e radicali nella nostra struttura sociale sono necessari se l’amore deve diventare un fenomeno sociale e non un fenomeno marginale e individuale.

(…) analizzare la natura dell’amore significa scoprire la sua attuale assenza totale e criticare le condizioni sociali che sono la causa di tale assenza.

Alessia Dulbecco 

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    Genitori efficaci

    mani

    Locus of control, stile attributivo e nessi pensieri-emozioni-comportamenti: rafforzare il senso di autoefficacia educativa.

    Quando accolgo un nuovo genitore che arriva al mio studio parto sempre chiedendogli cosa lo porta da me. Come racconto spesso all’interno del blog, si tratta di questioni connesse alle regole educative e al carattere del proprio figli* (“non fa i compiti perché ha un carattere oppositivo!”, “Va male a scuola perché è una testa dura!”).
    Queste affermazioni possono essere molto pericolose, ai fini di un buon lavoro pedagogico, perché si parte dal presupposto che – se le problematiche di attribuiscono al carattere del bambin*, ciò che lo caratterizza da sempre – sarà impossibile ogni loro modificazione. Il primo lavoro da portare avanti, quindi, è proprio una riflessione intorno all’orientamento cognitivo dei genitori e alle loro convinzioni per rafforzare il loro senso di efficacia genitoriale.

    Come ci ricorda Loredana Benedetto, docente d Psicologia dello sviluppo e dell’educazione all’Università di Messina:

    Ciò che i genitori fanno (comportamenti) è strettamente legato a un insieme di cognizioni, spesso implicite, riguardo allo sviluppo e all’educazione. (…) esse sembrano essere correlate in l’effettivo comportamento dei genitori nei confronti dei figli.

    Per dirla con altre parole, molto simili a quelle dell’Analisi Transazionale: c’è una profonda relazione tra pensieri, emozioni ed azioni. Ogni essere umano è un sistema integrato composto di questi elementi e, siccome pensieri ed e,omini hanno un risvolto molto importante sulla dimensione operativa, è essenziale portare ad un livello consapevole i primi due per poter avere dei cambiamenti concreti nelle azioni educative realizzate.

    Proviamo a chiarire il tutto con un esempio, anche questo proposto dalla prof. Benedetto.

    Un genitore è cresciuto acquisendo il concetto secondo il quale “terra=sporcizia=malattie”. Quando vedrà il proprio figlio di due anni giocare mettendo le mani a terra o raccogliendo oggetti, potrà provare una gamma di emozioni che spazieranno dalla collera  alla paura per quel gesto che sicuramente causerà al piccolo qualche malattia (“con tutti quei virus che girano!”) e la necessità di dover lavare tutto se si sporca (“tanto poi quella che pulisce sono io!”). L’azione educativa conseguente sarà che il genitore allontanerà – con aria arrabbiata e scocciata – il piccolo da terra e non mancherà qualche rimprovero (quindi anche il bambino potrà crescere pensando che giocare per terra è orribile e causa di malattie).

    Questo esempio ha la funzione di spiegare in maniera semplice il fatto che, per promuovere un intervento educativo funzionale, finalizzato al cambiamento, è  essenziale

    • portare i genitori a comprendere il nesso tra cognizioni, emozioni provate e stile educativo ( proprio quello che applicano ogni giorno prendendosi cura del loro bambin*),
    •  Portarli a conoscenza del proprio stile attributivo (locus of control).

    Con stile attributivo intendiamo il nesso che il genitore individua tra causa ed effetto. Le cause possono essere interne o esterne mentre il comportamento può essere valutato relativamente al genitore che o al bambino. Se, per esempio, una papà dice di essere spesso arrabbiato coi bimbi  perché accumula tanto stress al lavoro, il processo attributivo è riferito a se stesso ed è esterno (“la colpa” delle sue arrabbiature è il troppo lavoro). Se una ma dice che il bambino fa spesso la pipì a letto perché ha il sonno agitato e spesso ha paura lo stile attributivo sarà riferito al bambino ed il locus è interno (la “colpa” della pipì a letto risiede nel carattere pauroso del piccolo).

    Compito del professionista è quindi, prima di impostare un progetto educativo per la famiglia, individuare queste variabili e aiutare i genitori a diventarne consapevoli. Questo passaggio sarà fondamentale poiché aiuta mamma e papà a comprendere quando il nesso tra pensiero-emozioni-azioni sia fondamentale ai fini del cambiamento. Se una mamma si rivolge al pedagogista ma, in ogni colloquio, non manca di sottolineare quanto i problemi siano tutti causati dal caratteraccio del figlio adolescente nessun cambiamento sarà mai possibile.

    Per poter cambiare è essenziale incrementare il senso di autoefficacia unitamente ad una nuova prospettiva educativa intorno alla quale il professionista costruirà il proprio intervento.

    Alessia Dulbecco

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    (immagine: web)

    Cambiare prospettiva: rinforzo negativo Vs. rinforzo positivo

    Perché la punizione non è mai una soluzione…

    I genitori che ricevo in consulenza mi raccontano spesso di avere molte difficoltà a seguire delle regole educative valide quando i figl* “fanno i capricci” o si comportano nel modo sbagliato.

    Quando entriamo nel dettaglio dei fatti scopro di solito che i comportamenti sono tanti e variano dalle scenate nei supermercati, nel tentativo che i genitori comprino loro quel giocattolo, al non seguire determinate regole di comportamento (“quando si entra a casa ci si lava le mani”) o, ancora, tentare di catturare l’attenzione degli adulti – magari quando sono immersi in discorsi o faccende importanti – facendo chiasso e baccano.

    Spesso i genitori tentano di ignorare il comportamento che, naturalmente, viene intensificato. Al raggiungimento della “soglia di tolleranza” (quando, ad esempio, il pianto si è fatto insistente e fastidiosissimo) tendono a reagire . La reazione può essere di solito a parole (“basta!”) ma – come raccontano – di solito sortisce l’effetto contrario e  il comportamento aumenta di intensità. Quindi, innervositi e frustrati, i genitori cedono ed intervengo..”con le cattive”.

    Ci sono molti motivi che spingono un genitore a  mettere in atto questo comportamento. In molti casi è appreso (“i miei genitori si comportavano nello stesso modo”), a volte, come scrive Loovas (1990)

    ci sono genitori che puniscono un bambino non per come si comporta ma come espressione della loro ansietà o incapacità di far fronte a determinate situazioni.

     

    Quando – insieme a loro – proviamo ad analizzare il problema spesso i genitori vivono una specie di insight. Comprendono, cioè, di aver sbagliato strategia e capiscono perché il loro comportamento non produrrà mai (perché è logicamente impossibile) l’effetto tanto desiderato.

    Quello che accade, infatti, ha un nome: si tratta del rinforzo negativo. 

    Se ci poniamo dal punto di vista del bambin*, infatti, vediamo un’altra realtà. Il bambin* impara che è solo piangendo più forte, o facendo scenate sempre più “teatrali”, o comportandosi nel modo peggiore che ottiene l’attenzione dei genitori (certo, si tratta di un’attenzione negativa – perché otterrà una punizione – ma – come ricorda Eric Berne – nell’economia delle carezze si preferisce riceverne di negative, piuttosto che non  riceverne alcuna).

    Il rinforzo negativo produce due grossi problemi

    • nell’immediato, non argina un problema ma al contrario lo radicalizza.
    • a lungo periodo produce quello che Paterson ha definito ciclo della coercizione. Si sviluppa cioè una relazione scorretta tra l’influenza reciproca tra genitore-bambino e il rinforzo negativo. Il rinforzo negativo aumenta cioè l’intensità di quei comportamenti che dovrebbe, al contrario, combattere Ciò produce anche un aumento dell’intensità delle risposte (sia da parte dei genitori che dei figl*). Sull ungo periodo, quindi, aumenta solo il grado di espressione della collera e – di conseguenza – il basso livello e capacità di gestione della frustrazione. Il rischio maggiore, quindi, è quello di compromettere  i rapporti familiari di fiducia e rispetto che invece la famiglia dovrebbe sostenere.

    I genitori che comprendo il meccanismo sono anche in grado di comprenderne la sua tossicità. Spesso, poi, hanno bisogno di un sostegno per portare nella pratica quanto acquisito a livello teorico. Chiaramente i suggerimenti qui esposti sono generali: un buon intervento su questi problemi richiede un confronto vis à vis tra il pedagogista e la famiglia.

    In ogni caso due validi strumenti – tra loro correlati – sono il time out, quindi la sospensione del rafforzamento tramite l’allontanamento (davanti al bambino che piange perché non vuole mangiare il genitore può spiegare con le parole (se il bambin* è grande) ciò che starà per fare e poi applicare il comportamento. Si tratta di sottrarsi al comportamento spostandosi in un’altra stanza. Appena il bambin* si calma lo si accoglie nuovamente – senza astio o risentimenti!!! – e si andrà a rinforzare il suo comportamento adeguato (il bambino infatti si sarà calmato e sarà collaborativo). Il time out porta l’accento sulla possibilità di rinforzare il comportamento positivo (“ti sei calmato, quindi ti lodo”) piuttosto che quello negativo (“il tuo pianto è insostenibile, ora ti punisco con uno schiaffo!”).

    Ovviamente, ribadisco, si tratta di suggerimenti teorici. Ogni situazione richiede aggiustamenti specifici calibrati in base alle necessità familiari e tenendo conto della storia del nucleo stesso.

     

    Dr.ssa Alessia Dulbecco

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    Le donne tra accuse, difese e il mantenimento degli stereotipi di genere.

    Analogie e riflessioni attorno a due fatti di cronaca.
    Il 2016 appena cominciato ha già posizionato le donne al centro di numerosi fatti di cronaca nera. Proprio a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno si sono verificate diverse morti in sala parto. Situazioni apparentemente tranquille degenerare in tragedie. 

    Ho seguito poco i notiziari: credo sia giusto dare, infatti, notizie circa lo svolgimento delle indagini – per appurare se si sia trattato di fatalità o di errori umani – ma non trovo giusto entrare nel privato delle situazioni intervistando i parenti, anche quelli di terzo grado, pur di avere un ritratto delle vittime. E si, le perché le donne smettono di essere tali e diventano vittime con connotati quasi angelici. I servizi che ne descrivevano la personalità, le loro aspirazioni di future mamme, le foto intime, vengono così messe su pubblica piazza.

    Pochi giorni dopo si è verificato un altro caso di morte in sala parto. Una ventenne, Gabriella Cipolletta, muore durante un’interruzione volontaria di gravidanza al Cardarelli di Napoli. Anche in questo caso ho ascoltato i notiziari solo distrattamente ma, come nei casi precedenti, ammetto di aver provato una sensazione sgradevole. Ho sentito tante, troppe volte ribadire il fatto che si è trattato di un aborto consigliato da un medico, insomma, un aborto a scopi precauzionali. Tutti i telegiornali hanno dato rilievo a questo particolare. La sensazione di fastidio nasceva proprio qui: muore una donna durante un intervento chirurgico. Chi se ne importa di conoscere le motivazioni che l’hanno portata sotto i ferri?

    Ho capito poco dopo perchè questa corsa alla giustificazione. L’ho capito mettendo in relazione questo fatto con un altro episodio di cronaca: al centro, ancora una donna. Si tratta di Ashley Olsen, la trentacinquenne uccisa nel suo appartamento in Oltrarno. Si racconta che abbia passato una notte ‘brava’ e l’ipotesi – che pochi giorni dopo verrà confermata – è che possa aver invitato a casa sua qualcuno che poi l’avrebbe uccisa.

    Il caso di Gabriella e quello di Ashley: così diversi eppure così simili. Cosa le accomuna è il gioco delle accuse, la mercificazione delle loro vite. 

    Così si dedicano articoli a capire chi fosse la giovane napoletana – e il meglio che i giornalisti riescono a fare è dire che il medico che l’ha uccisa è quello che venti anni prima l’aveva fatta nascere – esattamente come si gioca ad individuare nello stile di vita un po’ bohémienne della donna americana un possibile motivo del suo omicidio. 

    Loro non sono le Madonne decedute di parto, nell’atto estremo di dar la vita al prossimo. Loro sono le puttane, morte perché se lo meritavano. Non è un caso, allora, che i giornalisti si affannassero tanto a trovar motivazioni per spiegare la scelta di Gabriella: si trattava di un vano tentativo di depistaggio contro quelle persone che, pochi giorni dopo, scriveranno che “se avesse scelto di tenere il bambino lei sarebbe ancora viva“. Anche sul caso di Ashley, le parole dei leoni da tastiera  non si faranno attendere. Come illustra Doppio Standard i commenti su di lei si sprecano.

        
    Le due vicende dimostrano allora, ancora una volta, il peso degli stereotipi. Una donna non è libera di scegliere – di interrompere una gravidanza, di vivere una sessualità non ‘canalizzata’ – e sarà sempre giudicata per come si comporta. 

    È difficile spiegare ad alcuni uomini questo concetto – subito ribattono che “Ashley non era una santa” o che “bisogna stare attenti” e anche se si chiede loro quanti uomini -generalmente- adottano condotte sessuali disinibite non si riuscirà a ottenere una risposta soddisfacente. Si dirà che per le donne “è più facile subire violenza” senza capire che, purtroppo, è più facile perché alcuni uomini sono propensi a vedere nell’altra solo un oggetto.  Si tratta quindi di educazione, sensibilizzazione agli stereotipi nella prospettiva di un loro abbattimento…e libertà. 

    AlessiaDulbecco

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    Da uomo a uomo

    Uomini maltrattanti raccontano la violenza di genere

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    Chi, come me, è interessat* agli studi di genere avrà avuto modo di notare che esistono, in circolazione, un’enormità di volumi pubblicati tanto da far fatica ad orientarsi nella loro scelta. Ho notato, in particolare, che esistono due modi diversi e – paradossalmente – non conciliabili di approcciarsi all’argomento.

    Ci sono moltissimi volumi scientifici che propongono carrellate di dati, indagini, statistiche e prospettive teoriche di riferimento. Testi che ovviamente è bene avere e consultare ma, almeno all’inizio, rendono difficile la possibilità di avvicinarsi all’argomento soprattutto per i non addetti ai lavori.

    Dalla parte opposta, invece, abbiamo tanti volumi divulgativi. Affrontano i casi più eclatanti di violenza contro le donne riportano le loro parole sotto forma di interviste o di narrazioni ideali.

    A mio modo di vedere queste due prospettive hanno dei grossi limiti: intanto, si escludono a vicenda (un buon saggio non è pensato per divulgare informazioni ma è destinato di per sé ai professionisti che operano nel settore). Il rischio è che da una parte vi sia un’eccessiva rigidità e dall’altra una non accuratezza nei contenuti (spesso i volumi che intendono avere solo un compito divulgativo privilegiano  il resoconto dei fatti di cronaca – a volte affrontati in maniera sensazionalistica – disinteressandosi di fornire un quadro teorico di riferimento entro il quale leggere le narrazioni).

    Proprio per questi motivi ho apprezzato particolarmente l’ultimo volume di Alessandra Paunz – la professionista che ha fondato, in Italia, il primo centro per uomini maltrattanti -intitolato Da uomo a uomo. il volume ha il pregio di essere sia divulgativo che scientifico. Da una parte, infatti, indaga le forme della violenza, le zone d’ombra che impediscono al fenomeno di emergere (proprio nelle prima pagine si ricorda che – secondo il Consiglio d’Europa – almeno una donna su quattro ha conosciuto la violenza da parte di un partner o di un ex) e ribadisce le varie interconnessioni tra violenza e contesto sociale (la violenza si veicola all’interno dei rapporti famigliari, si mantiene grazie agli stereotipi e ai valori culturali distorti che hanno dato vita a rapporti e condizioni di accesso diseguali uomini e donne), dall’altra favorisce la divulgazione chiamando all’appello operatori, professionisti e uomini maltrattanti a raccontare il proprio personale vissuto. Come ha sottolineato Giacomo Grifoni nelle conclusioni il volume

    ci aiuta ad effettuare una rivoluzione che ci riavvicina alla violenza e l’aspetto più innovativo è stato  unire più voci in un’unica azione di contrasto (p.96).

    Consiglio questo saggio proprio per la sua capacità di conciliare  e dar voce ad una pluralità di prospettive. Tra i tanti pregi ha quello di essere leggibile con facilità, anche da parte di chi non conosce in dettaglio l’argomento. E, non da ultimo, dà un’opportunità fondamentale: quella di ascoltare le voci dei maltrattanti, il loro punto di vista. Quello che si può individuare attraverso le loro parole è il livello di pervasività della violenza: pervasiva perché appresa mediante stereotipi e tracce culturali che impediscono l’equilibrio nei rapporti e nell’autodeterminazione  dei due sessi. Leggere le loro storie – di analisi dei dati di realtà, di presa di coscienza, di riscatto, di cambiamento – è fondamentale se vogliamo comprendere la portata del problema e individuare interventi mirati in grado di porvi un freno.

    Alessia Dulbecco

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    Il lavoro educativo dei genitori e i gruppi su Whatsapp

    Cari genitori, non trasformatevi in sorveglianti!

    Pochi giorni fa sono stata coinvolta da un amico che mi ha chiesto di prender parte ad una conversazione, avviata sul suo profilo Fb, in seguito alla condivisione di un articolo. Si tratta di questo

    http://monicadascenzo.blog.ilsole24ore.com/2016/01/06/contro-il-registro-elettronico-e-i-gruppi-whatsapp-dei-genitori/?refresh_ce=1

    Si tratta di un articolo, apparso su Il Sole 24 ore, che si scaglia contro l’idea – molto in voga in questo periodo – secondo la quale un genitore deve  sorvegliare costantemente la vita scolastica del proprio figlio/a fino ad arrivare a costituire, ad esempio, gruppi whatsapp per genitori, in cui verificare la presenza di compiti, chiarire come fare gli esercizi assegnati o chiedere la soluzione degli stessi.  L’autrice si scaglia contro questa modalità ribadendo:

    • la necessità per il bambino di essere educato all’assunzione delle proprie responsabilità
    • l’idea secondo la quale il bambino/a deve pur avere una propria liberà (libertà di raccontare se c’è stata una verifica a sorpresa, di raccontare come si è svolta l’interrogazione o la giornata scolastica.

    Nella conversazione in cui sono stata coinvolta vi erano alcuni contatti del mio amico che non ritenevano corretta la visione di questo articolo. Secondo alcuni è necessario sorvegliare il proprio figlio/a perché solo in una minima percentuale di casi si è così fortunati da averne uno disposto a fare i compiti da solo, lavorare in autonomia, essere responsabile dei propri successi o fallimenti. Ho risposto – ovviamente in modo molto conciso – alle obiezioni sollevate e dato credo possano essere utili a molti genitori ho pensato di scrivere ciò che penso di questo argomento anche qui.

    Certamente, tra i compiti di un genitore vi è quello di osservare e monitorare il percorso scolastico dei figl*. Ho detto però monitorare, non sorvegliare! Da dizionario, sorvegliare significa

    Sottoporre a vigilanza per ragioni di pubblica sicurezza e di tutela della legge, per necessità tattiche o per assicurare il regolare svolgimento di un’attività;

    Rimanda quindi ad un’idea di costrizione. Sorveglio una situazione che può compromettersi o per ragioni di sicurezza. La sorveglianza rimanda alla necessità di un controllo e quindi, immediatamente, svaluta le capacità di coloro che dovrebbero essere adibiti al compito. “Siccome non sei in grado di fare, devo sorvegliarti”.

    Sono dell’opinione perciò che in educazione non si debba sorvegliare. Compito dell’educazione genitoriale è quello di educare i propri bambin* a diventare autonomi. Ciò significa un sacco di cose: essere autonomi nella preparazione della cartella, essere in grado di gestire il diario, essere responsabili dei propri successi (o insuccessi).  Un genitore che si pone questo obiettivo  modula la sua capacità di monitoraggio in base alle conquiste del figli* (per fare un esempio: all’inizio preparerà lui la cartella, attivando il bambin* in modo che acquisisca le regole-base necessarie per svolgere il compito, dopo un po’ chiederà al bambino di iniziare a farlo – mantenendo una supervisione – fino a rendere il piccol* del tutto in gradi di svolgere questo semplice compito ogni sera).

    Educare all’autonomia significa inoltre sviluppare un dialogo, elemento alla base dell’educazione. La sorveglianza non educa! Aver stabilito un dialogo con il propri* figli* favorisce alcune dinamiche:

    • un genitore che educa al dialogo permette al bambin* di essere accolt* quando sperimenta un insuccesso. in questo modo non ci sarà motivo, per il piccol*, di nascondersi da esso – anzi! – saprà che ogni volta qualcosa va storto potrà imparare a gestire la frustrazione parlandone coi genitori.
    • il dialogo permette di sviluppare un “forma mentis”. Un bambin* educato a parlare con i genitori lo farà anche quando andrà all’università (la sorveglianza, invece, ai 18 anni si interrompe e senza un dialogo sarà impossibile porsi a sostegno del rendimento scolastico del proprio figli*!)

    In sintesi, quindi, credo che un genitore in grado davvero di rispondere a questo compito abbia l’obiettivo di educare, non di sorvegliare! Chiaramente, sorvegliare può sembrare – quando il bimb* è  piccolo – la soluzione più semplice: ci si sostituisce al bambin*, si diventa iperprotettivi…. ma la crescita renderà sempre meno possibile questa modalità operativa.Emergeranno allora le lacune di un’educazione flebile, di un dialogo assente. Chi ne farà le spese saranno in primis i ragazz*, non educati ad essere responsabili di sé, autonomi, in grado di conoscere e gestire la frustrazione, quindi sempre più abbandonati a loro stessi senza la possibilità di chiedere aiuto (dato che nessuno ha insegnato loro come si fa) e di conseguenza  verranno attratti nel vortice anche i genitori,  sempre meno in grado di “avere polso” sui propri figli.

    L’educazione è la strada più lunga ma anche quella migliore.

    Alessia Dulbecco

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    (immagine tratta dal web)

    La pedagogia e il senso del “noi”

    Qualche riflessione a partire dal volume di Massimo Ammaniti.

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    Chi frequenta il mio blog saprà che molti degli articoli che scrivo riguardano i libri che leggo: brevi recensioni si saggi e volumi che trattano di tematiche relative al counselling, agli studi di genere e alla pedagogia allo scopo di divulgarli e consigliare qualche lettura. Avrei voluto fare lo stesso con questo bel saggio di Massimo Ammaniti, tra i più autorevoli psichiatri italiani, ma credo non sia sufficiente. Si tratta di un volume bellissimo che ho divorato in un paio di pomeriggi e che mi ha fatto riflettere molto, soprattutto ha portato con sé molte implicazioni pedagogiche. Il volume affronta il passaggio dall’ “Ego” al “We-go”: intende esplorare, cioè, come si costruisce il senso del noi. Vuole contrastare l’idea secondo la quale si è progressivamente imposto un forte livello di egocentrismo ed individualismo. Per fare ciò prende in esame gli studi all’interno del mondo animale – dove si fa riferimento all’istinto sociale comune  a molte specie animali – per passare ad esaminare gli studi di Freud sul rapporto tra individuo e società. Lo psicoanalista di Vienna ritiene che la psicologia individuale non possa prescindere dallo studio delle relazioni con gli altri e, tanto che l’Io emergerebbe dalle nebbie di quel mare oceanico che caratterizza le origini della vita ed è composto da un senso di unitarietà con gli altri. Quindi

    l’esperienza in gruppo riattiva nei suoi membri questi vissuti oceanici di fusione (p.95).

    La riflessione di Ammaniti procede poi analizzando alcuni elementi di Psicologia dello Sviluppo. Dagli studi emerge come il neonato sia predisposto alle relazioni sociali, basti pensare alla sua capacità di sintonizzazione (sull’argomento avevo già proposto un articolo).

    Gli scambi interpersonali avvengono, nel corso dello sviluppo, inizialmente tramite un contagio, una situazione immediata in cui è difficile cogliere i confini, poi attraverso l’empatia che produce immedesimazione affettiva nell’altro, fino ad arrivare alla mentalizzazione, cioè

    l’acquisizione della prospettiva cognitiva dell’altro che ci consente di comprendere quali sono i suoi desideri e le sue intenzioni (p.49)

    Altre ricerche citate dal Professore – come ad esempio la scoperta dei neuroni a specchio ad opera dell’Università di Parma – producono altre prove per sostenere la sua tesi. Vi sono molti motivi per  sostenere l’esistenza di questo “senso del noi”. La vita scorre attraverso relazioni e gli studi sull’attaccamento dimostrano come il neonato sia naturalmente propenso alla relazione con il caregiver. 

    La lettura del volume ha subito risvegliato il mio animo di pedagogista: se le relazioni sono imprescindibili serve anche un’educazione alle relazioni. Educare alle relazioni diventa un compito imprescindibile per i genitori, la scuola, le agenzie educative. Significa favorire la socializzazione, sensibilizzare i ragazz* alla comunicazione e allo scambio con l’altr* da sé. Questo compito è affidato nella prima fase dello sviluppo ai genitori che hanno il primo compito di educare, ad esempio, all’autoconsapevolezza. Un genitore ha il compito di tradurre le emozioni espresse dal bambin* per educarlo alla loro comprensione. La scuola potrebbe poi andare a rafforzare questo processo favorendo in maniera più stabile il processo di socializzazione, stabilire momenti in cui si entra in contatto con gli altr*.

    È seguendo questo tipo di logica che il ruolo di scuola e genitori potrebbe definirsi davvero maturo: i genitori sono i primi responsabili dell’alfabetizzazione emotiva – non solo coloro che provvedono al benessere materiale del bambino – ; la scuola non sarebbe più semplicemente il luogo degli apprendimenti ma una realtà attiva e motivante che insegna, prima ancora dei verbi, delle tabelline,  a collaborare.

    Gli interventi pedagogici sul tema del “noi” sono infiniti, estrinsecabili in tutti i contesti formativi, educativi e ri-educativi, spero davvero si possano cominciare a svilupparli!

    La mia parola del 2016

     

    12476505_10207302136985243_1723331711_nCi sono giornate importanti. Per me, ad esempio, Capodanno è una data inflazionata. Si tratta di un giorno speso a far festa – a volte anche in modi discutibili – in molti casi proprio nel tentativo di sdrammatizzare la consueta lista di buoni propositi che si cerca sempre di realizzare. A me non piace molto farla. Io preferisco fare bilanci..no, no perché abbia un animo da commercialista, ma semplicemente perchè è necessario fare chiarezza se vogliamo capire cosa è andato bene, cosa è andato storto e dove vorremmo migliorare nei successivi 365 (ops, 366 in questo caso) giorni che seguiranno.

    Tornando alle giornate importanti, ho sempre considerato il primo giorno di rientro alla “normalità” (dopo 15 giorni di festa, bagordi e altro) assolutamente importante. Quest’anno il fatidico giorno di rientro è stato ieri, il 4 di gennaio. È stata una giornata lenta, di recupero, di riflessione e di prospettive: per questo ho deciso di cominciare a lavorare seriamente sulla parola che mi accompagnerà nel corso di tutto l’anno. Come avevo anticipato, cambiamento continuerà a mantenere il ruolo di comando ma ho deciso di lasciarmi ispirare..che cos’è la vita se non un continuo processo di apprendimento di nuovi stimoli, nuove suggestioni? Così mi sono lasciata ispirare dagli esercizi di Susanna Conway (non la conoscete?? trovate molte info qui ) e ieri mi sono messa all’opera. Cinque esercizi, diluiti nell’arco di una giornata (diversamente dalle sue indicazioni che vorrebbero che le attività si realizzassero una al giorno).

    Sapete che vi dico?? Ho trovato la mia parola. Ho trovato la mia parola e sono molto felice.

    Si tratta di

    N U T R I E N T E

    La trovo una parola bellissima. Mi ispira.

    Voglio un anno nutriente.

    Voglio lavorare, impegnarmi, agire.

    Voglio costruire relazioni sane, avere la forza di abbandonare quelle malate e la saggezza per trovare le differenze

    Voglio continuare a nutrirmi grazie alla lettura, al confronto, al dibattito

    Voglio potermi rigenerare grazie alla montagna  e allo studio

    Voglio poter essere di nutrimento agli altri

    Voglio circondarmi di persone belle, con le quali continuare a crescere insieme.

    Queste sono alcune delle frasi che ho scritto, di getto, dopo aver selezionato la parola all’interno di una decina di altre parole che avevo scritto dopo aver svolto i primi due esercizi. Ma nel momento esatto in cui stavo scrivendo quella, tutte le altre hanno perso significato.Un anno all’insegna del nutrimento, quello vero, un anno alla ricerca dell’essenziale.

    In particolare, ho colto l’importanza di questa parola proprio pensando al mio lavoro, che è fatto di relazioni e comunicazione. Voglio costruire relazioni nutrienti, voglio essere un nutrimento per le persone che seguirò. Di solito si tende ad usare parole come “sostegno”o “appoggio” quando si parla dell’attività del professionista che si occupa di counselling. A me però non piace molto, è come se si dicesse all’utente che in realtà è uno “stampellato”, qualcuno che ha bisogno di un bastone per sorreggersi e fare qualche passo avanti.

    Al contrario, io credo nella potenza delle persone. Le risorse ci sono già, bisogna solo capire come metterle a sistema per produrre risultati che, guarda caso, muovono verso l’ottica di acquisire un maggiore benessere, di nutrire la persona.

    Spero vi mettiate anche voi alla ricerca della vostra parola (ho appena spedito una mail con qualche indicazione per individuare il corso da seguire!): se vi fa piacere potete condividere con me i vostri risultati direttamente sulla pagina FB!)

    L’ultimo esercizio propone di individuare il modo attreverso il quale portare la propria parola sempre con sé. Propone in pratica di scriverla, decorarla con foto, fare un wallpaper da mettere sul pc… Io ho optato per un video che condivido con piacere con voi:

    Buon anno a tutte/i!