Il cavaliere che aveva un peso sul cuore (un percorso di Counselling)

  Durante l’estate la tutor del master in Counselling consigliò a me e alla mia classe la lettura di un volume, interessante soprattutto per chi affronta le questioni di genere e i rapporti genitoriali. Il volume in questione era di Marcia Grad Powers e il titolo è La principessa che credeva nelle favole (se volete saperne di più, qui la recensione che scrissi qualche mese fa).

Pochi giorni fa, in libreria, mi sono imbattuta in un altro volume intitolato Il cavaliere che aveva un peso sul cuore. Inutile dirlo: l’ho acquistato subito. Lo stile di Powers è sempre lo stesso: attraverso una fiaba – questa volta il protagonista è Duke, un cacciatore di draghi famosissimo e rispettabilissimo, il numero 1 del suo regno, che d’improvviso si ritrova catapultato in una serie di avvenimenti negativi – racconta dei passaggi necessari per mettere in atto una crescita personale autentica. Il volume è, in sostanza, una grande metafora sul cambiamento e, proprio per questo, illustra perfettamente quello che è il lavoro del Counsellor.

Ma procediamo con ordine.

Come dicevo, il protagonista è Duke che si ritrova, da un giorno all’altro, in mezzo a problemi coniugali, genitoriali e professionali. I primi sono conseguenza dell’ultimo fatto: dopo essere stato lasciato dalla moglie, che lo accusa di non esserci, di non saper parlare all’interno della coppia, e dopo essere stato rifiutato dal figlio – che Duke si è, senza risultati, ostinato a trasformare in un suo sosia impedendogli di esprimere i suoi veri interessi molto distanti dal mondo dei cacciatori di draghi, il nostro eroe si ritrova a comprare una battaglia contro un drago senza riuscire a vincere. Anzi, l’esito sarà terribile: verrà sconfitto, perderà l’attrezzatura e persino la dragonmobile insieme al suo fidato cane Prince. Il “disastro” professionale è la conseguenza dei fatti accaduti in famiglia: Duke non si sarebbe mai aspettato di essere rifiutato dalla molli e e di essere contraddetto dal figlio ed è per questo che gli accade qualcosa. I suoi pensieri si problematicizzano, diventano contorti, e ciò produce conseguenze tragiche sul suo cuore che, a poco apodo, diventa così pesante da diventare un problema durante la battaglia. I movimenti sono scoordinati, appesantiti, il pensiero non è lucido ed è così che viene sconfitto in battaglia.

Questo, come a dire, è l’inizio del racconto. Ne seguirà un lungo cammino – che porterà Duke ad essere affiancato da amici/counsellor molto particolari – il dottor Hoot, un gufo parlante, e Maxine, un Uccello Turchino della Felicità. Quello che ne deriva è una sorta di romanzo di formazione: attraverso prove di coraggio, percorsi complessi, tribunali e altre peripezie, Duke riuscirà a dare un nome al suo problema ( il peso sul cuore corrisponde ad un dis-agio di tipo II ) e a trovare tante piccole soluzioni per risolverlo. Le più importanti saranno quella di rendere lineari quei pensieri contorti (perché ci ammaliamo soprattutto all’interno del nostro pensiero!) e arrivare a trovare serenità, coraggio e saggezza. 

Il percorso, per quanto romanzato è ambientato in un contesto di fantasie, rappresenta perfettamente il lavoro del Counsellor. Tutto il percorso di Duke è orientato a ritrovare un nuovo ben-essere a partire proprio da quei fatti – nel qui ed ora – che stanno condizionando negativamente la vita del giovane eroe. È inoltre un percorso che porta il protagonista – esattamente come qualsiasi utente di un percorso di Counselling – a fare il punto sulla propria vita partendo da un’attivazione personale: nessuno ci dà regole preconfezionate, nessuno può cambiare per noi quello che non ci piace. Siamo noi gli artefici del cambiamento e, per cominciare, bisogna a eliminare determinati pregiudizi che condizionano il nostro pensiero, quelle paure che ci paralizzano e ci impediscono di cambiare. Per fare ciò serve una guida – e in questo senso Maxine e Hoot sono due counsellor perfetti – in grado di sostenerci e orientarci. Il cambiamento è un fenomeno “a cascata” : una volta intrapreso è inarrestabile. Il primo cambiamento compiuto da Duke è quello di cambiare prospettiva: su di sè, anche in rapporto a sua moglie, su suo figlio e i suoi interessi. Cambiare prospettiva gli consente di modificare la logica dei suoi pensieri, di trovare una nuova serenità e una nuova forma di coraggio, ben diversa da quella che riteneva di possedere, basata solo sulla forza fisica e l’aggressività. Le nuove logiche indotte dal cambiamento gli permettono di avere un ruolo attivo all’interno della propria vita. Tutto ciò è, esattamente, quello che si verifica all’interno di un percorso di counselling: è un modo di prendersi cura (Heideggeriamamente) di una persona affinché essa ossa tornare ad avere cura di sè.

Abbraccia il mistero, Duke, altrimenti il gusto della vita ti scivolerà tra le dita.

#3. Di Pedagogia e Fotografia. Nessi possibili.

Concludiamo questo viaggio all’interno delle possibili interconnessioni tra fotografia e formazione portando la nostra analisi su un blog. Si tratta di un prodotto digitale – diversamente  dal caso dei due precedenti volumi di Goldin e Bernardini- in cui la fotografia è condotta ad un livello ulteriore: il blog del fotografo Dario Orlandi è strutturato in modo da creare una meta riflessione attorno ai temi del fotografico. Cos’è la fotografia? E’ un contenuto o un contenitore? Come evolve a seconda degli strumenti che si utilizzano? Orlandi si confronta su questi temi e riporta brani di autori che, ben prima, hanno provato a dare alla fotografia un’inquadratura specifica.

La ricerca che il fotografo compie attorno al fotografico assomiglia a quella compiuta – e tutt’ora in corso – dal pedagogico: è una riflessione epistemologica in prima istanza, una sorta di battaglia contro il tempo per definire un oggetto di studio, uno sguardo prevalente attraverso il quale fondarsi e legittimarsi in quanto sapere.

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E’ un blog che lascia spazio a domande, quasi come se ogni riflessione – ogni aforisma -conducesse ad un nuovo interrogativo. E’ un blog di chi vuole interrogarsi attorno alla fotografia piuttosto che trovare risposte. Anche in questo il nesso con l’educativo è palese: l’incedere è il medesimo. E’ il tentativo di problematicizzare una questione troppe volte banalizzata, costituisce la necessità di rafforzare il ruolo del fotografo che non è più – e non deve essere solo – colui che da sfogo alla propria creatività, che interpreta in maniera soggettiva le emozioni, ma colui che ha la forza per imporsi nel dibattito contemporaneo attorno a questioni sociali, politiche, culturali.

Il nesso tra fotografia e pedagogia, allora, si rafforza: il fotografico acquisisce complessità, la visione propria della fotografia acquisisce una nuova ragion d’essere espandendosi verso questioni filosofiche, semiotiche  e formative.

#2. Di Pedagogia e Fotografia. Nessi possibili.

Prosegue la riflessione tra fotografia e pedagogia con l’analisi di un altro volume in grado, come il precedente di Nan Golding, di affrontare simultaneamente il tema del fotografico, del pedagogico e delle riflessioni di genere.

Si tratta del volume di una fotografa italiana, Alessia Bernardini, intitolato Becaming Simone. Attraverso molte immagini e poche, sintetiche ma importanti parole racconta la storia della transizione F to M del suo vicino di casa. Nato in un corpo di donna, ha deciso  -all’età di cinquant’anni – di sottoporsi alle operazioni necessarie per diventare ciò che – in realtà – si era sempre sentito: un uomo.

La fotografia diventa, ancora una volta, una lente privilegiata per riflettere attorno alla vita di Simone e alla sua formazione:

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Le immagini del passato si intervallano a quelle scattate dalla fotografa e la scelta grafica non avviene a caso: una doppia rilegatura che permette alle pagine di “scorrere”, una sopra l’altra, come una sorta di mosaico scomposto.

Assomiglia quasi ad un romanzo di formazione, quello di Bernardini. Sono le fotografie e non le parole a dettare il ritmo: a volte scendono in profondità, a volte rimangono in superficie. La fotografia come lente di ingrandimento per analizzare la vita e la formazione (becoming) di Simone. Una scelta fatta solo ed esclusivamente per sé, come ci ricorda nelle poche parole che accompagnano le immagini.

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E’ una storia di sacrifici e conquiste, quella raccontata in prima persona da Simone. E’ fatta di emozioni – come quelle che lui stesso prova davanti ai nuovi documenti, o alla fisicità che cambia sotto l’impulso delle cure ormonali – e le fotografie le documentano tutte. Il volume avrebbe la sua forza anche senza le frasi riportate, tratte dalle tante conversazioni che fotografa ha intrattenuto con lui. La forza di queste immagini non hanno bisogno di didascalie. Ciò che illustrano è il potenziale formativo che si cela dentro ogni persona.

Ancora una volta la fotografia come lente di ingrandimento, strumento di indagine e di riflessione attorno alle tematiche di genere.

 

 

#1. Di Pedagogia e Fotografia. Nessi possibili.

Ho deciso di iniziare questa prima riflessione tra il fotografico e il pedagogico partendo da un libro, uno dei tanti ricevuti per il mio compleanno.

Si tratta del volume che ha reso celebre Nan Goldin, The ballad of sexual dependency. A sfogliarlo sembra quasi di violare l’intimità dell’autrice: ogni scatto è personale, ogni persona ritratta ha un legame affettivo con la fotografa. Ciò che Goldin indaga è il legame affettivo e, in particolare, quella duplice esigenza che si scatena all’interno di ogni relazione: il desiderio di autonomia e la voglia di essere interdipendente da un’altre persona.

Scrive nell’introduzione:

Ho un forte desiderio di essere indipendente, ma allo stesso tempo un desiderio per quell’intensità che emerge solo nell’interdipendenza. La tensione che si crea sembra essere un problema universale: la lotta tra autonomia e interdipendenza. (…)

Le storie che racconta descrivono l’universo che abita: un universo che si pone ai margini della società e che le consente di ritrarre abietti, amici malati di Aids, trans.

Compie, inoltre, una  prima riflessione sul genere. Scrive:

Ho visto che il mito dell’amore romantico contraddice la realtà della coppia e porta avanti una definizione di amore che crea aspettative pericolose.questo mito non permette l’ambivalenza che è naturale in ogni coppia duratura. Lo scontro che si crea tra le fantasie e la realtà di una relazione può portare all’alienazione e alla violenza.
Se uomini e donne appaiono spesso inadeguati uno rispetto all’altra, forse è perché hanno differenti realtà emotive e parlano un linguaggio emotivo diverso. Per lungo tempo ho trovato impossibile capire il sistema dei sentimenti maschile. Non potevo pensare che loro fossero vulnerabili e li ho rafforzati in un modo che impediva il riconoscimento delle loro paure e dei loro sentimenti. (…) La costruzione dei ruoli di genere è uno dei maggiori problemi che i soggetti portano con se in una relazione.
Come bambini, siamo programmati all’interno di quelle limitazioni indotte dalle distinzioni di genere: i maschietti devono essere dei combattenti, le bambine piccole donne carine e gradevoli. Ma quando cresciamo una autoconsapevolezza si sviluppa e ci fa vedere il genere in quanto ‘decisione’, come qualcosa di modificabile. Puoi giocare con le regole imposte dalla tradizione o puoi lottare contro di esse esprimendo la tua tenerezza e la tua tenacia per contraddire gli stereotipi. (…) piuttosto che accettare le distinzioni di genere, la questione è di ridefinirli.

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Celebre è il suo autoritratto dopo essere stata picchiata

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E’ una lunga riflessione sulla relazione e sull’umano, quella messa a punto da Goldin. Mostra l’umanità dietro la de-formazione causata dall’uso e dall’abuso di sostanze ma anche i giochi relazionali all’interno di “coppie non convenzionali”. E’ un ritratto preciso di una generazione, che brama il contatto umano forse perché, più di tutte, ha sperimentato il dramma della distanza, della violenza e dell’abbandono.12348605_10207121506749600_2004658305_n (1)

#0. Di Pedagogia e Fotografia. Nessi possibili.

Chi frequenta questo blog saprà che i miei principali interessi  si situano all’interno dell’educazione, della formazione e degli studi di genere. Amo confrontarmi su molte tematiche prediligendo sempre una prospettiva pedagogica attraverso la quale analizzare ogni aspetto di una determinata questione (sia essa relativa alla recensione di un saggio, alla riflessione su avvenimenti sociali, brevi considerazioni su fatti accaduti).

Il pedagogico assomiglia ad un prisma multisfaccettato: le questioni sociali, politiche, culturali possono essere indagate a partire da un’analisi che ponga in risalto tutto ciò che attiene all’educativo e al formativo. Per questo ho deciso di affrontare – in tre articoli diversi – il legame tra pedagogia e fotografia indagando in particolare i temi della formazione e quelli relativi agli studi di genere.

Se abbandoniamo progressivamente l’interesse per i lavori fotografici naturalistici, paesaggistici o documentaristici, se si poniamo al di là degli eventi mondani e delle riviste patinate (ambienti ai quali si tende ad associare il mondo della fotografia) scopriamo che l’immagine è contemporaneamente un’impalcatura concettuale e uno strumento pratico che ci consegna analisi e riflessioni dall’alto valore culturale.

Quale collegamento si può individuare tra il fotografico e il pedagogico? come può la fotografia contribuire alla formazione dell’essere umano? Attraverso quali interrogativi?

Il fotografico – proprio per via di quegli elementi che lo caratterizzano, come ad esempio l’universalità dello strumento comunicativo, la rapidità, la profondità di analisi – risulta essere uno strumento privilegiato di osservazione di determinate realtà: il lavoro di Oliviero Toscani sulla guerra ne è un esempio. La fotografia, qui, diventa un mezzo per stabilire un possibile punto di contatto tra l’arte e le guerre andando  ad individuare la bellezza all’interno dei più sconcertanti fatti di sangue dell’umanità.

Ma il fotografico può essere uno strumento formativo?  Può essere uno strumento privilegiato per introdurre un nuovo punto di osservazione all’interno delle tematiche di genere?

Risponderò – in maniera del tutto personale  e parziale – a questi interrogativi analizzando due opere – di due autrici che si sono interrogate sui temi della sessualità e del genere – e un blog di un fotografo che cerca di restituire al fotografico quel valore che le estreme banalizzazioni della contemporaneità gli hanno sottratto.

 

 

 

 

Autismo in famiglia

I libri sull’autismo sono spesso pensati per gli addetti ai lavori. Affrontano la tematica in modo “asettico”, illustrando la patologia, le origini, i recenti sviluppi prodotti dalla ricerca e i metodi educativi migliori per contrastarne gli effetti. Raramente si riflette sull’argomento partendo dagli aspetti più concreti e dalle risposte fornite dai genitori che, quotidianamente sono obbligati ad interfacciarsi col problema. Proprio questo è, a mio avviso, l’elemento fondamentale di questo bel volume edito da Erickson. Non a caso il sottotitolo reca la seguente dicitura: manuale di sopravvivenza per i genitori. Il libro, dopo aver brevemente presentato il problema-autismo (analizzando i comportamenti ripetitivi, le stereotipie e le altre caratteristiche che contribuiscono a inquadrare la patologia), si concentra sulle risposte individuate dai genitori per far fronte alle tante difficoltà a cui una famiglia con un bambin* autistico può andare incontro. 

Come frenare i comportamenti ripetitivi? Come favorire una corretta igiene personale? Come educare un bambin* autistico ad usare in modo appropriato il gabinetto? Questi sono alcuni dei tanti interrogativi che condizionano la vita dei genitori di bambin* autistici. Il volume, curato da Erc Schopler – padre del metodo TEACCH – sottolinea l’importanza di un lavoro condiviso tra operatori – specificamente formati per far fronte alla patologia – e i genitori, coloro che più di tutti sono a stretto contatto col bambino e che, pertanto, possono offrire una visione specifica nell’ambito della riabilitazione educativa.

Il volume è suddiviso per capitoli che riportano le aree problematiche della patologia (aggressività, igiene, mangiare e dormire, comunicare…) e per ognuna sono riportate una serie di riflessioni e soluzioni trovate dai genitori per risolvere il comportamento-problema. 

Il pregio del volume è quello di mettere in luce, anzitutto, che un problema si risolve se si comprende il motivo per cui il bambin* agisce quel comportamento (ad esempio, l’aggressività verso di sè o gli altri può essere indotta da una frustrazione causata dall’incapacità di comunicare). Se i genitori capiscono le origini del fenomeno possono trovare con più facilità soluzioni pratiche per tentare di risolverlo o arginarlo. Il libro illustra poi quanto sia fondamentale, davanti a questa patologia, insistere sulle capacità residuali per potenziarle al fine di portare il soggetto al maggior livello possibile di autonomia. Proprio per questo i genitori sono un elemento essenziale del processo educativo. È necessario però che anche loro siano adeguatamente formati per ridefinire -prima – in termini oggettivi il problema e passare – poi-  a potenziare il proprio essere-genitori e, parallelamente, individuare quelle strategie educative collaborative da concordare con gli operatori in vista del raggiungimento degli obiettivi di empowerment del bambin* autistico.

Tutti gli esempi riportati sottolineano l’estrema varietà dei comportamenti e la grande fantasia con cui sono arginati dai genitori. Essi si rivelano essenziali nel processo rieducativo: le origini di alcune stereotipie non potrebbero essere comprese dagli operatori (che passano coi bambin* un numero limitato di ore) mentre sono chiare ai genitori che li osservano ogni giorno.

Il volume ha il pregio di riconsiderare la figura dei genitori (ricordiamo che, per molti anni, la ricerca li riteneva – in particolare la madre – causa del problema) dando ad essi una valenza positiva e di fornire ai tanti lettori esempi positivi autentici, tratti dalla vita familiare delle persone coinvolte.  

 

Un lungo, lungo weekend

Siamo già arrivati a dicembre e non ho ancora avuto modo di raccontarvi qualcosa in merito a due belle occasioni di studio ed approfondimento che si sono svolte tra il 21 e il 25 novembre.

Il 21 novembre si è finalmente concretizzato il sogno che – con la collega ed amica Anna – per tanto e tanto tempo abbiamo custodito nel cuore. Quello di organizzare un evento sul tema dell’educazione affettiva nella nostra città, quella che ci ha visto lavorare duramente all’interno del Cav, proporre iniziative alle scuole, sensibilizzare l’opinione pubblica.

Al convegno, organizzato nella parte pratica da SEL, ha partecipato il referente per la Liguria di Famiglie Arcobaleno, la psicologa Alice Cuccatto e la formatrice Franca Natta. Noi tutt* abbiamo discusso, riflettuto e portato punti di vista per comprendere e raccontare la proposta di legge dell’On. Costantino – che da anni si batte per poter avere una legge che garantisca la trasmissione dei saperi legati all’educazione affettiva nelle scuole – proprio insieme a lei.


Il mio intervento si è focalizzato sul valore pedagogico della proposta di legge. Nell’ambito dello spazio che avevo a disposizione ho deciso di creare delle slide per raccontare lo stato delle cose, su questi temi, soprattutto grazie alle pubblicazioni esistenti. Se volete ricevere le slide scrivetemi!

Ammettiamo che non ci aspettavamo una risposta così bella da parte della nostra comunità! Tantissime persone presenti, un dibattito aperto e arricchente. Una giornata altamente formativa!


La Riviera, il settimanale della provincia di Imperia, ha dedicato all’evento un bell’approfondimento

Un paio di giorni dopo, questa volta nella “mia” Firenze, ho partecipato ad un dibattito su Controradio per discutere attorno alla questione della violenza di genere partendo però dalla questione linguistica. Perchè è fondamentale rivedere il nostro linguaggio, e soprattutto educare le nuove generazioni ad usarlo, per contrastare la violenza. L’approfondimento è stato curato da Chiara Brilli (autrice del bel volume sono ancora viva, recensito sul blog qualche tempo fa, che parla proprio delle esperienze delle vittime di violenza) e ha visto la presenza della Dr.ssa Eleonora Pinzuti, esperta di tematiche di genere e formatrice competente e precisa.

Se volete ascoltare il podcast, qui il link: http://www.controradio.it/violenze-sulle-donne/

Insomma,come è facile immaginare il weekend è stato decisamente piacevole. A chi, ancora oggi, non capisce l’importanza di affrontare le questioni relative alla violenza sulle donne in un’ottica differente, non più emergenziale (tipica dei Cav, ad esempio) ma in modo globale , partendo dall’educazione al linguaggio, ai sentimenti, alle emozioni consiglio la visione di un episodio del celebre film di Dino Risi, I mostri.

http://youtu.be/L4kl1JKKGHc

….e adesso? Capite l’importanza di questi argomenti e la necessità di cominciare, subito, ad agire?