Nuovo articolo per C+B

Buongiorno a tutt*! Nell’attesa di avere il tempo di raccontarvi come è andato il convegno di sabato ad Imperia vi volevo informare che oggi è stato pubblicato dalle mitiche imprenditrici creative d’Italia il mio nuovo post per il blog. 

L’argomento è uno di quelli tosti: come mantenere alta la motivazione?

Se vi va di leggerlo (e magari di inviarmi qualche feedback!) ve ne sono grata!

Il link: http://cpiub.com/2015/11/come-trovare-la-motivazione/#comment 

 

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  L’intervento pedagogico nei processi di riconoscimento e fuoriuscita dalla violenza di genere

  
Chi mi conosce e segue il blog sa che uno degli argomenti sui quali mi piace di più scrivere, formarmi e affrontare è quello relativo agli studi di genere e al concetto di violenza domestica. 

Mi sono avvicinata a questi temi un po’ per caso (anche se anni e anni di corsi formativi mi hanno insegnato che, in realtà, non è mail il caso a determinare l’incontro col tema della violenza, così come non è un caso se si sceglie di diventare professionisti nell’ambito della ‘relazione di aiuto’) ormai nel lontano 2009, quando decisi di svolgere il tirocinio universitario proprio presso uno dei Centri Antiviolenza più famosi e ben funzionanti di Genova. L’anno successivo un tirocinio presso il neonato centro Antiviolenza di Imperia e poi la collaborazione, continuata fino al 2014, per la gestione degli interventi educativi sia con le vittime sia nei contesti scolastici. 

Per lavorare come operatrice è necessario formarsi costantemente, leggere molti volumi sul tema e, a poco a poco, costruirsi un modo specifico di operare all’interno del problema. Il mio modo specifico è quello pedagogico

Ieri, come chi segue la mia pagina Fb saprà, ho partecipato al primo modulo formativo (di un percorso che durerà sei mesi) per acquisire competenze specifiche e diventare operatrice all’interno dei centri che si occupano dei Maltrattanti. È sempre la violenza di genere al centro dell’intervento ma, ovviamente, cambia la prospettiva dalla quale la si osserva. Le due giornate di studio mi hanno fatto riflettere attorno a due questioni che sono quelle che mi hanno fatto nascere l’esigenza, oggi, di dedicare questo articolo proprio ad analizzare i motivi per cui educazione e contrasto alla violenza sono due argomenti fortemente interconnessi.

Anzitutto mi preme partire da una duplice considerazione maturata proprio ascoltando i miei docenti e i tanti interventi fatti dai collegh* corsisti.

– di fronte a questi argomenti si assiste spesso ad una riflessione esclusivamente di tipo psicologico: bisogna aiutare le vittime ad elaborare il trauma (compito fondamentale per uno psicologo), bisogna sostenere imaltrattanti nel processo di allontanamento dalla violenza che spesso deriva da un’incapacità di gestire le emozioni o da scompensi di natura esclusivamente psicologica.

– spesso non si hanno chiare le tante forme di violenza che una donna può subire dal partner (molti uomini ignorano che un rapporto non voluto, all’interno di una relazione di coppia, sia comunque un reato di violenza sessuale (un po’ come a dire: “se stiamo assieme ci sono specifici ‘doveri coniugali’ a cui non ci si può sottrarre)

– siamo circondati dalla violenza: essa è, prima di tutto, un fatto culturale.

Proprio quest’ultima riflessione mi porta a rimarcare la necessità di introdurre – ogni qualvoltasi affrontano questi temi – uno sguardo pedagogico. 

Se la violenza è un fatto culturale significa che tutt*
 veniamo – più o men inconsapevolmente – educati ad essa. 

Ci educano a reprimere le emozioni (perché, socialmente, non è possibile esprimere determinati sentimenti in pubblico a seconda del sesso di appartenenza) o al contrario a dimostrarle, ma sempre e solo nei modi codificati e approvati dal tessuto sociale. 

Ci educano a pensare alla donna come ad un oggetto, anziché un soggetto. Ciò è palese soprattutto rispetto al corpo: viene frammentato per reificarlo (basti guardare all’uso nel panorama pubblicitario). La donna è concepita come ‘elemento di propietà’ del maschile che l’accompagna e ha diritto di disporne Come meglio crede (ricordiamo che fino al 75 il nostro diritto di famiglia prevedeva la presenza di un capofamiglia che poteva disporre di moglie e figli e adottare comportamenti punitivi per la loro di-educazione).

Ci educano a pensare che un uomo sia ‘uomo’ solo se adotta particolari forme espressive, linguistiche, comunicative; se sta stare tra i suoi pari solo in un certo modo; se annulla la componente affettiva o se la sa veicolare in un modo che non sia ‘da donna’ o, peggio da omosessuale.

Ci educano a pensare che una donna sia tale solo se si completa all’interno di una relazione, con una gravidanza. Ci educano a sacrificarci (in termini di lavoro o vita professionale) in nome della famiglia, ma ciò non è richiesto alla controparte.

Se l’ambiente che ci caratterizza è questo, allora, possiamo comprendere perché la violenza di genere sia un fenomeno sociale di così ampia rilevanza. E si capisce perché non si può prescindere da un intervento pedagogico per contrastare il fenomeno. Ovviamente, è fondamentale che ogni intervento sia interdisciplinare ma è fondamentale prevedere anche questo tipo di intervento.

È attraverso il colloquio pedagogico che si può aiutare la persona ad individuare questi meccanismi sociali, ad acquisire consapevolezza rispetto alle modalità violente a cui è stat* educato. Ciò può fornire anche un valido strumento per aiutarl* nel l’educazione dei figl*, in caso li abbia.

Il colloquio pedagogico provvede a chiarire la situazione, ad aiutare l’utente nel processo di nominare le cose, e successivamente è ciò che gli permetterà di essere ri-educato a nuove forme relazionali.

Proprio per sua natura un colloquio pedagogico può essere applicato all’interno di un cav, di un centro per uomini mltrattanti ma anche all’interno delle scuole o delle altre agenzie di socializzazione, per aiutare genitori, insegnant*, assistenti sociali nel processo di riconoscimento della pervasività della violenza e di sensibilizzazione.

Personalmente ho realizzato interventi pedagogici in molti contesti (scuole, progetti formativi, cav) e ciò che mi ha permesso di riconoscerne la validità è stata la reazione delle persone con le quali mi rapportavo: stupore, riflessioni e cambiamento degli agiti violenti.

Produrre opinioni per costruire ponti

  
I fatti accaduti in queste ultime ora, a Parigi, mi obbligano a fare una riflessione. Una di quelle riflessioni a gamba tesa, che mi procurano solo occhiatacce e grugniti da parte de “la massa” che decide sia cosa buona e giusta esprimere il proprio punto di vista – nella maggior parte dei casi non richiesto – allo scopo di definire chi ha ragione. Ha ragione la Francia a chiudere le frontiere? Hanno ragione le tante persone comuni che si sentono minacciate da altrettante persone comuni, solo con un abbigliamento diverso rispetto al nostro? O forse sono dalla parte della ragione coloro che ritengono gli immigrati, i migranti e tutte le altre persone degne di protezione e assolutamente non complici di questi fatti?  Hanno ragione i giornalisti di Libero a titolare ‘bastardi islamici’?  hanno ragione quelli che postano frasi contro la religione (‘dio non esiste, altrimenti non permetterebbe fatti simili’, le religioni sono il problema…)? 

Chissà, forse non è un caso che oggi sia al Cam, centro uomini maltrattanti di Firenze, a parlare di agiti violenti, di rabbia e di strategie per aiutare, attraverso la relazione di cura, a rendere lecito l’illecito per citare le parole del nostro relatore Mario De Maglie.

In questa prima parte di incontro, terminata da poco, si è discusso di violenza definendola anzitutto un fenomeno complesso: cercare di semplificarla porta ad uno svilimento del problema che non rende giustizia e non è utile ad inquadrarla per comprenderla.

Sicuramente rabbia e violenza collegate (anche da un punto di vista etimologico). Sono i fatti a spiegare questo collegamento: prendiamo i tanti dibattiti presenti oggi in rete sui fatti di Parigi. Ciò che conta è avere ragione, avere l’ultima parola. L’ascolto, il dialogo non sono contemplati. Si parla solo perché la notizia è calda e perché ci sentiamo legittimati ad esprimere il nostro punto di vista. Non ci chiediamo però a cosa serva, in un contesto di emergenza come questo, esprimerlo. È forse funzionale a creare un ponte, un collegamento tra opposte fazioni? O serve solo a me per poter urlare al mondo ‘avete visto! Avevo ragione io ! Sarebbe meglio che le religioni non esistessero! Ma poi, queste fazioni, sono davvero così opposte? A volte sono talmente impegnate ad alzare la voce (per rimarcare il proprio predominio sul contesto) da non accorgersi che non sono poi nemmeno così discordanti, le loro opinioni. 

A volte si tratta solo di accogliere: accogliere la paura, accogliere la rabbia, accogliere quelle emozioni scomode che ci hanno insegnato a non provare o a provarle solo in determinate situazioni, trasformandole magari in motivi di rivalsa sugli altri. Rabbia e paura sono legittime in un contesto come quello di oggi, ognuno però dovrebbe imparare ad esprimerle: senza accuse, senza giudizi, senza stabilire vincitori e vinti, o peggio, assassini o vittime. Se si provasse a giudicare meno, a stabilire diritti e ragioni, ma solo ad ascoltare e accogliere, forse si potrebbe fare un passo avanti. Potremmo rimanere stupiti dalle motivazioni che portano qualcuno a scagliarsi contro ‘gli immigrati’ o contro le religioni, o a scagliarsi contro chi si scaglia contro gli immigrati. Sarebbe bello se riuscissimo a trarre da questi tragici eventi almeno una cosa positiva: imparare ad ascoltarci, a costruire ponti, a non voler avere ragione ad ogni costo. Che tanto, davanti alla tragicità dell’esistenza, aver ragione serve davvero a poco.

Parlare di Autismo ai genitori

Buon pomeriggio a tutt*!

Oggi – tra una riunione di lavoro, un colloquio pomeridiano e alcune attività da programmare per la prossima settimana – mi sono imbattuta in un video molto particolare e ho pensato di condividerlo con voi.

Si tratta di una campagna di prevenzione destinata ai genitori: insegna a riconoscere i segnali che possono portare al riconoscimento dell’autismo e alla sua successiva diagnosi. Si tratta di uno spot di pochi minuti che illustra il percorso di un bambino

che non ha parlato per tanto tempo, un bambino che ama che le cose rimangano sempre le stesse perché ogni cambiamento lo spaventa e lo mette di malumore. Ciò che non è conosciuto è ostile. E’ un bambino molto sensibile alle luci e ai rumori, così si è costruito un posto sicuro in cui nascondersi. Il bambino non amava guardare le persone negli occhi. A volte agita le sue braccia..e di nuovo,e di nuovo…

Al termine di questo filmato si può ascoltare la voce di Jacob, un bambino diagnosticato all’età di 3 anni. Racconta di come la famiglia lo abbia sostenuto e di come abbia imparato a vivere una vita migliore.

Se volete approfondire, questo è un breve filmato che racconta il “dietro le quinte” dello spot con alcuni racconti della mamma del giovane Jacob.

Personalmente ho apprezzato molto questa pubblicità: nessuna immagine retorica, l’apporto diretto di un bambino affetto da questa patologia che racconta, in prima persona, cosa hanno fatto i suoi genitori per aiutarlo a star meglio, uno stile comunicativo semplice in grado di porre in risalto quei segnali che devono destare preoccupazione nei genitori e che possono costituire il pretesto per compiere esami approfonditi. Spero che anche in Italia si possano vedere pubblicità di questo tipo!

(Ricordo che tutti i miei articoli e molto altro materiale è disponibile sulla pagina fb: http://www.facebook.com\dr.ssaalessiadulbecco)

Tra film e riflessioni educative. Il ruolo delle carezze nella relazione genitori-figli

  

Scrivo questo articolo in un’assolata domenica di novembre, bella e calda. Un malanno di stagione mi obbliga ad un po’ di riposo e così ne approfitto per organizzare le attività della nuova settimana, provare a leggere qualcosa (tre i mille libri comprati e disposti in bell’ordine sulla scrivania!) e ordinare un po’ l’armadio.

Faccio queste cose mentre la TV proietta le immagini di The help, film di qualche anno fa ma che trovo sempre molto bello ed attuale. Per chi non lo avesse visto il film è ambientato in uno Stato sudista dell’America degli anni ’60, quando i diritti per le persone di colore erano ancora un miraggio, e parla di una giovane appena laureata che trova lavoro nella redazione di un giornale di provincia. Dovrebbe rispondere alle lettere per una rubrica, invece le viene l’idea di scrivere un libro dal punto di vista delle tante collaboratrici domestiche di colore che animano le case delle ricche signore della borghesia. Sono considerate una nullità, la segregazione è ancora fortissima, ma nonostante il razzismo a loro è affidata l’educazione dei piccol* di famiglia. Una delle collaboratrici che si deciderà a partecipare al progetto della giovane protagonista si occupa non solo di fare la governante per una delle più importanti e ricche donne bianche della città, ma anche di curare l’educazione della bambina della padrona di casa. È una bimba di circa due anni che che con la madre non ha alcun rapporto se non quelli di semplice ‘apparenza’ legati alla necessità di mostrare la piccola alle invitate ai suoi party. Ogni mattina, quando la governante la sveglia, le ripete tre frasi… È il suo modo di farle sentire affetto e calore.

Tu sei carina, tu sei brava, tu se importante.

Ascolto questo passaggio e ripenso ai tanti colloqui che svolgo coi genitori, alle loro richieste. Le loro esigenze sono di solito quelle di ottenere un cambiamento comportamentale nei loro figl*… Ma quanti genitori di impegnano attivamente sul piano delle emozioni per ottenere questi cambiamenti?

Secondo la prospettiva Analitico Transazionale le affermazioni della governante possono racchiuderesi sotto il concetto di carezze. Per Berne, padre di questo orientamento, ogni essere umano ha dei bisogni specifici uno dei quali è la cosiddetta fame di riconoscimento. La possibilità di essere riconosciuto dagli altri nella propria essenza, indipendentemente da ciò che fa. Le carezze sono proprio quelle modalità con le quali sviluppiamo un contatto affettivo, empatico, con l’altra persona e le riconosciamo il diritto ad esistere. Dal mio punto di vista non è possibile attuare alcun cambiamento – penso soprattutto alla relazione genitori-figl* – senza una comunicazione che prenda in considerazione l’aspetto affettivo. Esso fluisce attraverso la comunicazione, soprattutto quella non verbale, ed è essenziale che i genitori siano consapevoli delle loro modalità. Per questo il colloquio pedagogico può essere utile ai genitori che decidono di riflettere sul proprio stile comunicativo, per aiutarli ad ottenere quei cambiamenti tanto voluti…mettendo però, prima, in gioco se stessi.

La “giusta distanza” nel Counselling e l’Alleanza di Lavoro

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Come saprete da qualche tempo a questa parte porto avanti un progetto per conto di una Cooperativa toscana che si occupa prevalentemente di autismo e DSA. Settimana prossima incontrerò una nuova coppia genitoriale che ha richiesto di poter essere seguita per essere aiutata a “ri-centrarsi” e a “ri-scoprirsi”.

Al dì la dei dettagli, dei “tasselli del puzzle” che andremo via via costruendo con i due genitori, credo che ci sia un aspetto sul quale bisogna focalizzare l’attenzione. Per me si tratta quasi di un esercizio preparatorio: al di là del percorso che si farà, l’aspetto che non dovrà mai essere sottovalutato è il concetto di Alleanza di lavoro.

Si potrebbe, in maniera un po’ riduttiva, descriverla come quella sensazione di fiducia che si instaura tra il counsellor e l’utente che consente il buon esito dell’intervento. Mi sono interrogata più volte su questo elemento: quali sono gli elementi che la favoriscono?

  • l’assenza di giudizio: il counsellor si pone in un clima di profonda apertura col cliente che mai deve sentirsi giudicato (né con la comunicazione verbale né con quella non verbale!)
  • la possibilità di costruire un ambiente sereno: lo spazio che si crea quando l’utente decide di stipulare un contratto col counsellor dovrebbe essere il più possibile libero da pregiudizi e sereno. Ricordiamo che in AT la relazione di counselling dovrebbe costituire quello spazio e quel tempo necessari all’utente per darsi/ritrovare quei permessi che – per i più svariati motivi – ha smesso di fornirsi limitando le proprie potenzialità
  • il senso dell’okness: l’assunto di base dell’AT è che ognuno è ok. Ciò significa che ognuno ha capacità (di essere, di pensare, di veder riconosciuto il proprio punto di vista). Questo principio mi ha sempre ispirata molto. Vuol dire che non c’è superiorità tra le due figure, entrambe sono considerate importanti ed equamente rispettabili all’interno del processo di counselling.

Come fare a trasmettere tutti questi elementi che compongono l’alleanza di lavoro? e soprattutto: come si trasmettono fin dai primi minuti dell’incontro? Eh, si…perché l’alleanza si inizia a costruire subito, fin dai primi minuti del primo colloquio che, per sua natura, è il più difficile: può esserci un po’ di distanza, un po ‘ di titubanza  a parlare, ad esporsi…

Io mi sono data queste risposte:

  • accoglienza: segnalare il proprio interesse con la comunicazione non verbale (un bel sorriso “di apertura” del colloquio) permette di stabilire un primo contatto
  • operazioni terapeutiche “soft”: è facile nei primi momenti farsi prendere dalla voglia di aver chiaro il problema che spinge l’utente da noi e , di conseguenza, tartassarlo di domande. Le interrogazioni e i processi di chiarificazione, spiega Berne, servono all’interno del Counselling ma devono essere posti nel modo adeguato. Non devono essere percepiti come un’invadenza nella privacy. Nel primo incontro è corretto assecondare il sentire dell’Utente valutando passo dopo passo quanto “spingersi” all’interno delle questioni affrontate. Meglio avere un quadro ancora un po’ fumoso (ci saranno gli altri incontri per poterlo chiarire) che rischiare la nascita di una sensazione sgradevole nell’utente..che  potrebbe spingerlo a non venire più.
  • empatia; situarsi sul medesimo canale emotivo dell’utente saper cogliere le sfumature del suo racconto, sapersi fermare e dare spazio alle sue emozioni. Ricordiamoci che potrebbe essere anche la prima volta, per il nostro utente, a trovarsi a raccontare fatti privati ad una persona estranea…

In definitiva è il rispetto dei tempi e delle distanze la chiave di volta dell’intero sistema. Non può esserci alleanza senza rispetto…un po’ come insegna la storia della moderata distanza..ricordate cosa diceva Schopenhauer??
“Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati.
Ben presto, però, sentirono il dolore delle spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro.
Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali:
il freddo e il dolore.
Tutto questo durò finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.”

(immagine reperita in rete)

Tra il fare e l’essere: le competenze genitoriali

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Quando le persone mi contattano perché ritengono di non avere le “basi” adeguate per fare il genitore e mi richiedono pertanto un supporto educativo attraverso il quale imparare a costruire una relazione sana, positiva ed autentica col proprio bambin* noto sempre che le mamme e i papà abusano della parola fare.

“come faccio a gestire mi* figli* quando, magari in un luogo pubblico, pianta una scenata perché non gli ho comprato il gelato?”

“come faccio a mantenere la linea educativa? Spesso minaccio delle punizioni che poi non so mettere in pratica…”

“come faccio a far capire a mi* figli* che io e il mio compagno abbiamo anche bisogno di spazi nostri? ogni volta che proviamo ad intavolare una conversazione il bambin* si intromette appositamente per richiedere la nostra completa attenzione..”

“mi* figli* ha un dsa certificato: come faccio a seguirlo nei compiti? Non possiedo le competenze necessarie!”

Queste sono alcune delle domande che, all’interno di un primo colloquio, mi vengono generalmente poste. Rispetto a questi interrogativi il lavoro del pedagogista è quello di cambiare il focus del problema. Ricordate la celebre affermazione di Lorenzo Milani?

Spesso gli amici mi chiedono come faccio a far scuola. […] Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di comebisogna fare scuola, ma solo di come bisogna essere  per poter fare scuola.

Credo che anche i genitori dimentichino troppe volte questo fatto: prima di concentrarsi sul fare bisognerebbe aver chiaro come si è. Come si è rispetto alla propria vita (si è felici per il proprio lavoro? o si è insoddisfatti? Come è stata vissuta la maternità, come si è accolto il propri* figli*? Come fanno ci fanno sentire le fatiche quotidiane?), come “ci si sente” dentro le regole? Per poterle dare a gli altri, infatti, è necessario prima come ci sentiamo noi a riceverne e a impartirne.

Una volta chiariti gli aspetti relativi all’essere è possible allora passare al fare. Anche qui, spesso i genitori si aspettano un piccolo prontuario sempre pronto all’uso. In realtà, dal mio punto di vista, il fare passa attraverso l’esempio: se proviamo ad imporre ai bambin* delle regole ma siamo noi, i primi, a non rispettarle si finirà per non essere autorevoli mai, poco importano le minacce o le punizioni.

Fermo restando che non esistono regole comuni a tutt*, credo che n buon punto di partenza per stabilire una relazione genitoriale autentica siano:

  • l’ascolto: delle parole, ma anche delle emozioni dei piccol* di casa
  • poche regole ma rispettate: le regole dovrebbero fornire ai genitori i punti cardinali della loro attività educativa. Per questo, a mio parere, tante regole sono inutili e anche dannose. Il bambin* si ritroverà a vivere dentro un regolamento, piuttosto che dentro una relazione e tutto ciò è controproducente. È importante invece che le regole siano rispettate (e non utilizzate come una minaccia).
  • il dialogo dentro le regole: spiegare, aiutare il bambin* a comprendere perché si richiede da lui un certo comportamento è il primo passo per favorire l’accettazione. Senza dialogo non sarà possibile per il bambin* comprendere la reale portata della regola che si richiede sia rispettata
  • l’espressione delle emozioni: i genitori devono sapersi porre come dei facilitatori dell’espressione emotiva dei piccol*, aiutandoli ad esprimerle e, nel caso, ad incanalarle in azioni utili (lo sport, il disegno, le attività con gli animali…).

Essere un buon genitore è certamente una questione più complessa del fare il genitore. Serve più coraggio e molta voglia, prima di tutto, di lavorare su se stessi e per questo il supporto alla genitorialità può essere uno strumento efficace di riflessione e costruzione di un percorso comune. Per questo invito tutt* coloro che sentono la necessità di approfondire di rivolgersi ai pedagogisti presenti sul proprio territorio.

(immagine tratta dal web)

Toglimi le mani di dosso

  

Olga scrive sotto pseudonimo. Racconta di sé, della sua vita professionale – ma anche di quella privata, poichè l’essere umano non vive per compartimenti stagni e quindi l’una si riflette sull’altra – e delle difficoltà che incontra sul luogo di lavoro. Queste ‘difficoltà’: hanno un nome ben specifico: si tratta di molestie. Quelle sottili, che passano per richieste travestite da inviti, per baci sulla guancia non voluti, per battuttine sulla sfera sessuale assolutamente inappropriate. In tutto il volume non ci sono riferimenti ai luoghi in cui si svolge la vicenda: tutto viene contestualizzato in maniera indefinita. Si parla così di colloqui che avvengono in grandi città, di un primo trasferimento in una località nella pianura padana, di un soggiorno di prova in una cittadina balneare di provincia.

Olga è una giornalista trentenne: anni di gavetta alle spalle, master e corsi di formazione hanno lastricato il suo cammino di precaria che le ha permesso – dopo anni di lavori nel giornalismo (pagati quanto un tirocinio) di approdare nel mondo di una piccola emittente televisiva. Sempre precaria, ma almeno con uno stipendio mensile da milleduecento-euro-al-mese. Un miraggio, per la nostra generazione. Quando l’emittente comincia a navigare in cattive acque le viene data notizia del suo licenziamento. La precarietà modifica il cervello delle persone e Olga non si scoraggia, conosce bene la sensazione di non avere nulla di certo nella vita e di non poter spingere la sua fantasia a progettare la propria esistenza al di là della fatidica soglia dei sei mesi. Sa anche, purtroppo, che non è possibile muoversi alla ricerca di un lavoro senza le conoscenze, gli agganci. Un amico le fa avere un colloquio con un potente direttore che sta per aprire un nuovo giornale, con sedi sparse in tutta Italia. Le viene proposto un periodo di prova di due settimane: Olga è felice, sembra che il direttore riconosca il suo valore e la incoraggi ad essere decisa per potersi far strada. Presto capirà la verità: le settimane di prova diventeranno mesi e quella che inizia sembra essere una trattativa dove la posta in gioco è proprio Olga: è il gioco perverso del “io ti do… se tu mi dai”. Olga lo capisce subito e ne ha conferma confrontandosi con altre colleghe, ben consapevoli del fatto che la possibilità di avere un contratto, di fare carriera o di non essere cacciate dal mondo lavorativo (per le colleghe di già un certa età) passa inevitabilmente per il letto del direttore, attraverso il soddisfacimento delle sue richieste.

È un bene che nel volume non ci siano riferimenti specifici: la storia di Olga diventa così un manifesto collettivo. Contro la precarietà delle esistenze che si traduce in una mortificazione dei rapporti sociali (“non c’è solidarietà tra precari”) e personali che diventa quasi una battaglia tra i sessi (Ettore, il suo compagno, ha una carriera avviata, lavora per una radio nazionale, e non deve scontrarsi con la rabbia, la vergogna e la totale assenza di riconoscimento professionale). 

La storia di Olga è la storia di tutte noi, giovani precarie, che sul posto di lavoro non hanno la stessa dignità che spetta alla controparte maschile.

 La storia di Olga è la storia di tutte le donne, costrette ad essere ‘sempre sul pezzo’ a dimostrare quanto valgono, obbligate a toccare con mano la propria vulnerabilità. Essere donna, in ambito lavorativo, è un problema: perché si guadagna meno, perché è richiesto il doppio dello sforzo per dimostrare le proprie capacità, perché si è sempre alla mercé di qualcuno che si sente in diritto di abusare di quel corpo che non possiede lo stesso valore di quello maschile: siamo (ancora) oggetti più che soggetti.

Il libro di Olga è un punto nello stomaco, 130 pagine difficili da leggere… Perché ogni molestia subita, ogni angheria da parte del caporedattore, del collega-nemico, del sindacato che cerca invano di coinvolgere per richiedere protezione e sostegno, le subiamo anche noi. La sua denuncia è l’unico modo per aprire gli occhi su una realtà  –  ben chiara ai colleghi e alle colleghe, ma anche dello stesso Ettore o alla  mamma che confessa di aver subito un trattamento simile molti anni prima, quando lavorava in un grande studio come segretaria – che è purtroppo conosciuta da tutt*, ma taciuta. Il volume e il progetto on line che si è sviluppato in contemporanea – Il porco al lavoro – danno la possibilità, alle donne ma non solo, di compiere una piccola rivoluzione: smetterla di accettare le molestie come parte integrante della vita lavorativa e cominciare, invece, a denunciare apertamente. 

Per fare in modo che l’atteggiamento nei confronti delle donne cambi bisogna prima essere in grado di riconoscere ciò che ci accade, uscire dalla logica del “forse siamo noi che dobbiamo adattarci al mondo e smetterla di volerlo cambiare” (come dice una collega alla giovane giornalista) e cominciare – davvero – a reagire. Olga ha compiuto una prova di coraggio, ci ha tracciato la strada. Il resto, ora, tocca a noi.

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