I “no” nell’educazione

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Come ormai avrete intuito, gli articoli che scrivo sul blog derivano spesso dai casi concreti che affronto al’interno della mia professione. Quando le consulenze che svolgo con i “miei” genitori si focalizzano su tematiche importanti tendo sempre a scrivere qualche riga in merito, soprattutto quando offrono spunti di riflessione che credo possano essere molto utili anche ai tanti genitori che mi leggono attraverso questo dispositivo.

Nel colloquio di ieri ci siamo focalizzati a lungo sulle regole e sui “no”. La seduta di counselling ha messo i genitori nella condizione di parlar-si e riflettere sul proprio agire in maniera serena e “mediata” dalla sottoscritta, in modo che non ci fossero svalutazioni (o che fossero rese riconoscibili) o tentativi di prevaricazione di un’opinione sull’altra. Il motivo del contendere è stato un apparente disaccordo rispetto alle modalità: per il babbo la compagna è troppo “ligia alle regole” mentre lui tende a “minacciare” il bambino (“se non fai….se non la smetti… niente cartoni stasera”).

Siamo rimasti a lungo a discutere su questo elemento e siamo arrivati alla conclusione che per poter dare le regole, bisogna prima riuscire a stare dentro le regole. Se infatti concepiamo in “no” come una limitazione per il bambino (e quindi cerchiamo di non pronunciare mai quella parola o non mettiamo in pratica quanto detto) rischiamo di creare un ambiente solo apparentemente sereno.

Spesso i genitori travisano l’importanza delle regole e hanno bisogno di essere sostenuti nel cambiare prospettiva: se date in modo adeguato non sono delle limitazioni alla libertà, anzi! le regole e i “no” costruiscono genitori autorevoli e ambienti sicuri. I bambini infatti hanno bisogno di fidarsi degli adulti di riferimento, hanno bisogno di sapere quanto e fino a che confine possono spingersi, in un clima di fiducia e rispetto. La regola forma il loro ambiente, quello nel quale devono – a poco a poco – imparare a muoversi in autonomia. Senza, questo delicato passaggio sarebbe molto complicato e, a lungo andare, inefficace.

Acconsentire ai capricci eliminando i “no”o determinate regole nasconde spesso un’insicurezza dei genitori. Apparentemente crea bambini felici ma in realtà sono molto più soli e, quindi, più deboli. Si crea pertanto un clima di sfiducia che deriva – da una parte – da una figura genitoriale che “cambia idea” e pertanto sfugge alla comprensione del bambin* e – dall’altra – dalla paura di doversi muovere in un terreno privo di tracciato che possa dar loro sicurezza.

Certo, ci sono delle regole anche per dare le regole 🙂

  • i no o le regole non devono mai essere uno sfogo passeggero dei genitori: se i nervi saltano si rischia di fare solo una gran confusione! Si rischia di dir cose che dopo 10 minuti vorremmo cancellare, o non saremo in grado di fare. È importante perciò che la regola sia costruttiva e non dettata da un momento contingente di rabbia
  • il contatto emotivo: se volgiamo che una regola sia compresa, o che un “no” abbia un senso, dobbiamo inquadrarlo all’interno di una comunicazione che sia soprattutto non verbale. Il bambin* deve sentirsi accolto e deve comprendere che dietro la regola o il “no” c’è sempre un genitore che agisce per il suo bene. I genitori, quindi, non devono farsi spaventare dalla reazione emotiva del piccol*, ma devono al contrario aiutarl* ad esprimerla in maniera costruttiva e farli capire che le sue emozioni saranno sempre accolte.
  • il linguaggio: niente parolacce, niente insulti. I no e le regole devono essere impartiti in un clima costruttivo. Alla regola (o al “no”) deve seguire una motivazione e – soprattutto – è fondamentale che venga poi mantenuta.

Questi sono alcuni suggerimenti utili, in linea di massima, in molte situazioni. È sempre bene ricordare però che ogni caso ha mille sfaccettature e rappresenta una situazione a sé, per questo è sempre meglio chiedere il consulto con un* specialista.

Per ogni informazione e ogni ulteriore suggerimento mi puoi trovare sul sito alessiadulbecco.com (da oggi è presente anche la mailing list… vuoi iscriverti?)

(La foto è tratta dalla pagina fb “la scuola creattiva”)

I bambini di fronte al lutto: piccoli consigli per affrontare l’argomento

Qualche giorno fa è accaduto un fatto luttuoso che ha coinvolto i miei nipoti e mi ha spinto a riflettere sul tema della morte. È la grande assente della nostra società: la ignoriamo, la evitiamo nascosti dentro le vite improntate sul benessere-a-tutti-i-costi, seguendo il mito del fisico perfetto, cercando di divertirci in maniera eclatante come se ciò potesse bastare a scacciare il pensiero di un fatto inevitabile, che preferiamo, per paura, non affrontare, lasciare in sospeso, evitare.

Parlare di morte ai bambin* non è facile, è quanto di più distante dalla loro esistenza, ma dobbiamo prepararci a farlo e dobbiamo preparare loro a prendere dimestichezza con un fatto naturale.

Credo che per poter affrontare l’argomento sia necessario, come prima cosa, interrogarsi. Che adulti siamo? Qual è il nostro atteggiamento davanti alla morte? Queste domande si rivelano essenziali poiché per parlarne ad un bambin* bisogna prima che gli adulti di riferimento abbiano una visione precisa della questione. Non si può parlare ad altri, in modo adeguato, sereno e formativo, di qualcosa che ci spaventa e che non sappiamo affrontare.

Il genitore che vuole affrontare l’argomento deve in primo luogo essere sereno: prepararsi “un discorsetto” è inutile, i bambin* ci spiazzeranno con le loro domande. Credo non sia importante avere la risposta perfetta ma, al contrario,  trasmettere al bambino una sensazione di conforto, sicurezza ascolto e protezione all’interno di un contesto armonioso, dove domandare è sempre lecito e non crea situazioni imbarazzanti. La morte esiste, fa parte della vita, dobbiamo solo imparare a guardarla, anziché voltare lo sguardo.

Spesso i genitori si trovano a parlare della morte in concomitanza di qualche evento: la morte di un familiare o una notizia televisiva che magari desta scalpore. Sarebbe opportuno, invece, educare al tema della morte prima che qualche fatto luttuoso compaia, all’interno di una situazione calma e tranquilla. Sicuramente gli adulti che possiedono una specifica visione religiosa possono essere agevolati nel trattare l’argomento anche se – personalmente – credo sia più opportuno parlarne usando metafore tratte dal mondo della natura: il ciclo delle stagioni piuttosto che i cambiamenti atmosferici, o la naturale progressione del tempo tra giorno e notte. Credo che in questo modo sia più corretto: i bambin* potranno poi costruirsi le proprie credenze con tempo, crescendo.

Rispetto alle modalità, ricordiamo che molto dipende dall’età dei bambin*:

  • Fino ai 3 anni non hanno ancora maturato le competenze cognitive necessarie per capire il discorso (iniziano proprio intorno ai tre-quattro a prendere dimestichezza con il senso del tempo – oggi, ieri, domani – e non si arriverà ad una comprensione autentica prima dei sei anni).
  • Dai 6 inizia a farsi strada una prima consapevolezza ed è di solito connessa al sentimento di tristezza o abbandono, come in seguito ad una separazione.
  • Dagli 8 cominciamo a capire la portata della questione e soprattutto si sottolineano gli aspetti biologici
  • Dai 12 sono in grado di comprendere l’aspetto biologico della morte: riguarda tutti e iniziano a capire che un giorno, il più in là possibile, toccherà pure a loro.

Se purtroppo il fatto luttuoso è avvenuto davvero, è essenziale compiere alcuni passaggi:

  • Darne comunicazione: evitiamo di essere evasivi, o di inventare storie per provare a raccontare che una persona è mancata. I bambini chi chiedono sincerità. Bisogna essere il più possibile onesti e sinceri se vogliamo che il bambin* non viva con angoscia la situazione. Allo scosse modo, è opportuno farlo partecipare al funerale, avendo magari l’accortezza di farlo accompagnare da una persona meno coinvolta,adeguatamente formata, che possa prendersi cura delle sue emozioni, che possa rispondergli in caso ponga delle domande.
  • Dare la possibilità al bambin* di esprimere i propri sentimenti: di fronte al lutto il ruolo del genitore è quello di essere un facilitatore: deve aiutare il piccol* ad entrare in contatto con ciò che prova e ad esternarlo, perpoterlo elaborare.

Raccontare, esprimersi, sentire sono i passaggi di un bambin* davanti alla morte: è essenziale che il genitore si ponga come un sostegno, autorevole, sincero ed accogliente, nel corso di questo cammino che sarà per certi versi doloroso ma inevitabile e permetterà al futuro adulto di avere uno sguardo armonico su tutti i fatti della vita.
Ricordo, per dovere di completezza, che questi sono piccoli consigli su situazioni molto generiche. Ogni realtà è però un caso a sé. Per questo, per qualsiasi informazione o suggerimento specifico, vi invito a passare sul mio sito alessiadulbecco.com e a contattarmi.

…parliamo di ADHD?

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Recentemente mi sono trovata a confrontarmi con una coppia di genitori il cui bambino è affetto da ADHD, appena diagnosticato.

Il loro problema era proprio quello di doversi avvicinare ad un “mondo” nuovo rispetto al quale non avevano alcun tipo di informazione. La loro principale preoccupazione era nei confronti degli altri genitori e della scuola: proprio per via di questo problema, inizialmente non riconosciuto come patologia, spesso si sono sentiti accusati di non essere genitori autorevoli e competenti.

Si è verificato, con loro, qualcosa che capita spesso: si pensa che il bambino sia solo molto irrequieto e la colpa viene fatta ricadere sui genitori, “accusati” di non essere abbastanza efficaci.

Non è compito di questo breve articolo parlarvi nel dettaglio di Adhd (qui il link per tutte le informazioni in dettaglio); in generale possiamo definirlo come

un disturbo evolutivo dell’autocontrollo. Esso include difficoltà di attenzione e concentrazione, di controllo degli impulsi e del livello di attività. Questi problemi derivano sostanzialmente dall’incapacità del bambino di regolare il proprio comportamento in funzione del trascorrere del tempo, degli obiettivi da raggiungere e delle richieste dell’ambiente. E’ bene precisare che l’ADHD non è una normale fase di crescita che ogni bambino deve superare, non è nemmeno il risultato di una disciplina educativa inefficace, e tanto meno non è un problema dovuto alla «cattiveria» del bambino.

né di cercare soluzioni al problema. In campo pedagogico, per fortuna, non esistono soluzioni valide per tutt* ma percorsi specifici, individuali e personalizzati… è il bello di questo lavoro!

In linea di massima quando incontro genitori che mi presentano un problema di questo  tipo procedo su tre fronti:

  • Counselling pedagogico per i genitori: è, dal mio punto di vista, la base di tutto. Non mi stancherò mai di ripeterlo abbastanza, soprattutto a quei genitori che sono disposti a tutto per aiutare i propri figl* a raggiungere un buon livello di benessere (trasferte, visite dai migliori specialisti, attività integrative…) salvo poi non mettersi mai in discussione direttamente. Se il bambin* ha un problema di autocontrollo è essenziale, per un genitore, rafforzare le proprie competenze (che potrebbero essere state gravemente compromesse anche in seguito ai continui feedback negativi ricevuti da insegnanti, parenti, altri genitori…).  È necessario fare il punto della situazione, affrontare gli elementi di crisi, individuare nuove strategie e rafforzare la propria resilienza.
  • Tutoraggio scolastico: mantenere i rapporti con la scuola, spesso impreparata ad accogliere un alunn* con un problema di questo tipo, è essenziale. Fondamentale secondo me è il coordinamento: è importante cioè che la strategia adottata sia condivisa da tutte le parti in causa
  • interventi individuali col bambino: come dicevo l’intervento dipende da caso a caso. Sicuramente ci sono aree di lavoro da prediligere come l’utilizzo di sistemi di premiazione, magari attraverso cartelloni colorati, la gestione della componente emotiva per aiutarli a riconoscere e nominare le emozioni (a proposito, avete visto qui che meraviglia?), la gestione dei tempi (regolare le attività, ad esempio 5 minuti di esercizi alternati a 10 di riposo…).

Fondamentale è che tutti e tre i passaggi siano rispettati. La possibilità di cominciare a individuare qualche cambiamento dipende molto dalle situazione di partenza ma già dopo pochi mesi è possibile cogliere dei miglioramenti.

La sintonizzazione affettiva nel sostegno alla genitorialità  

Che ci piaccia o no, siamo costantemente invischiati all’interno di meccanismi comunicativi. Watzlawick sosteneva, nel suo celebre Pragmatica della comunicazione umana, sosteneva che fosse impossibile non comunicare.

Spesso, però, quando si parla di comunicazione ci si riferisce solo a quella verbale. Me ne accorgo molto parlando con i genitori e, più in generale, con gli utenti che seguo professionalmente. I problemi comunicativi emergono in tutte le forme relazionali ma, nello specifico, in quelle genitori-figli.

I problemi intorno ai quali mi trovo a lavorare  riguardano la “chiusura” degli adolescenti nei confronti dei genitori, la difficoltà a realizzare una “comunicazione autentica” con i figli. 

“Io cerco di far percepire la mia presenza, ma lui mi esclude totalmente trincerandosi dietro al silenzio.”

“Mi piacerebbe comunicare realmente con il mio bambino, invece mi rendo conto che nella maggior parte dei casi mi limito a chiedergli com’è andata la scuola, se ha mangiato, se ha da fare dei compiti per il giorno dopo… Mi sembra che sia solo uno scambio di informazioni. Vorrei stabilire un c notato diverso con mio figlio.”

Questi sono due prototipi di problemi che ho indicato basandomi su reali conversazioni avute con mamme e papà preoccupati del loro rapporto coi figli.

Di fronte a questi interrogativi cerco di approfondire la questione e di solito pongo domande ben specifiche a proposito del …. Comportamento. Li porto ad interrogarsi sulla postura, sul tono di voce, sugli atteggiamenti che mantengono mentre si confrontano, a parole, coi propri figl*. Insomma, cerco di approfondire gli aspetti della comunicazione non verbale. Spesso i genitori non hanno idea del fatto che anche il comportamento comunica e, anzi, non sanno che di solito sono proprio questi messaggi ad essere registrati, in barba alle tante parole pronunciate. 

Scopo del mio lavoro è portarlo ad effettuare una connessione emotiva con i figli. Non sempre è facile ed è per questo che mi piace utilizzare, per rendere più chiaro il discorso, il filmato di un famoso esperimento psicologico e sociale. Si tratta dello Still face experiment realizzato da Ed Tronick. 

Il ricercatore, esponente dell’Infant Research, studioso delle interazioni face to face, ha realizzato diversi esperimenti proprio per comprendere l’importanza della comunicazione, soprattutto quella non verbale, già apartire dalla prima infanzia. 

Il filmato è molto semplice: un bambino di pochi mesi seduto di fronte alla madre. La donna instaura una comunicazione autentica che le permette di sintonizzarsi sullo spesso canale comunicativo del bambino, che è composto prevalentemente da emozioni ed affettività. Quando la madre pur rimanendo presente di fonte a lui e guardandolo, interrompe la comunicazione il bambino inizia a reagire alla frustrazione tentando di ricontattarla, mettendo in atto tutte le strategie di cui dispone fino ad arrivare al pianto.

Il filmato dimostra l’importanza della sintonizzazione emotiva: non è sufficiente essere presenti, comunicare, interessarsi del proprio figlio solo da un punto di vista pratico e operativo. È indispensabile, invece, cogliere la dimensione affettiva, le emozioni che sottende, e collocarsi all’interno di un canale comunicativo ed emotivo condiviso con il nostro interlocutore.

L’esperimento dimostra inoltre un’altra cosa: è educativo, per il bambino, saper gestire la frustrazione derivante dall’interruzione comunicativa. Secondo Tronick si crea un misunderstanding, un’incomprensione, che determina un fallimento al quale il bambino cerca di riparare con gli strumenti che possiede. Se il bambino riesce a riparare l’interruzione sviluppa la sua capacità resilienti e rafforza la propria autostima, potenziando le proprie capacità. Il misunerstanding non è causa di uno sviluppo psicopatologico della personalità, a meno che non si assista ad una impossibilità di riparazione dovuta a problematiche specifiche (pensato ad esempio a genitori connotati da problemi di personalità o depressione).

È fondamentale per un genitore educarsi alla sintonizzazione emotiva e, di conseguenza, educare il propri* bambin* a gestire, riprendere, riparare un flusso comunicativo.

Attraverso Il counselling pedagogico sostengo i genitori attraverso un percorso specifico fatto, essenzialmente, di acquisizione di nuove consapevolezze. Ogni percorso è a sé e tiene conto degli obiettivi, delle necessità e delle esigenze delle persone che seguo: chiunque abbia bisogno di approfondire la questione si senta libero di contattarmi.

I fatti di Sanremo e la dis-educazione 

  
Le immagini dell’operazione coordinata dalla Procura di Imperia e dalla Guardia di Finanza sono finite su tutti i giornali, su tutte le televisioni e i notiziari nazioali.

La storia è semplice: un’indagine durata un paio d’anni ha condotto all’arresto di trentacinque dipendenti comunali con l’accusa di assenteismo, peculato e truffa ai danni dello Stato. 

Si tratta di un malcostume ma non di una novità per l’Italia, già balzata agli onori delle cronache in svariate occasioni che hanno coinvolto indistintamente regioni del nord e del sud. 

In Liguria i malcostumi politici e sociali sono stati tanti (la storia recente è costellata da comuni commissariati per infiltrazioni mafiose, disastri ferroviari e alluvioni provocati da piani regolatori scellerati, da condoni edilizi improbabili per i quali ancora si attende giustizia..) ma qui c’è qualcosa di più, il fatto indicativo di un fenomeno sociale più ampio. È sintomo di una dis-educazione di fondo. Potrete pensare che la mia sia deformazione professionale: da pedagogista vedo questioni educative ovunque. Magari è così, ma io resto convinta del fatto che ci siano alcune materie, alcune questioni, profondamente inscindibili. Gli aspetti sociali e politici sono inscindibili: tutto ciò che facciamo ha una rilevanza politica e le conseguenze si estendono a livello sociale. Se vogliamo un popolo onesto, la politica non basta: è una questione di educazione.

I 35 impiegati vengono descritti come assolutamente impegnati in un’attività – quella di timbrare il cartellino ed abbandonare il posto di lavoro – che andava avanti da tempo: 

Si comprende come questa importante formalità fosse diventata solo una scocciatura in barba alla correttezza dei dipendenti onesti. Non esiste nemmeno più la percezione del disvalore, non c’è alcuna remora di coscienza». I finanzieri hanno anche filmato dipendenti al bar o in negozio durante l’orario lavorativo e addirittura uno che sta praticando canottaggio 

Temo che ci sia un problema generazionale. La generazione degli attuali 40-55enni è stata educata ad “essere più furba”, a sapersi arrangiare per trarre il meglio da ogni situazione, poco importa dei possibili danni causati agli altri. Per fortuna non tutte le persone sono così ma,credo, bisogna ammettere che a tant* sono state impartite queste regole di comportamento. È la generazione di chi pensa che a prendere in giro l’altro, ma è ben attenta che nessuno possa trattare allo stesso modo loro.

Il problema è proprio quello segnalato dalle parole riportate dall’articolo: non c’è percezione del disvalore, non c’è remora di coscienza. Lo fanno sentendosi più furbi degli altri e, diciamocelo, un po’ più fighi degli sgobboni sempre ligi al dovere, che timbrano e magari si fermano ancora cinque minuti per concludere una pratica.

Sicuramente si potrebbe estendere l’analisi ed osservare come la diseducazione vada sempre a braccetto con malcostumi politici: la maggior parte di quei 35 i,piegati sono persone assunte per favori politici e lo dimostra il numero di cariche o di uffici creati ad hoc per giustificare l’assunzione di nuovo personale (e quindi il danno per la comunità è duplice).

Come si arginano questi fenomeni? certo, con la giustizia e con la certezza della pena, ma se vogliamo puntare più in profondità si può incidere concretamente solo attraverso l’educazione. Educhiamo i nostri figli e le nostre figlie all’onestà, ad essere persone civili.

Se ci si preoccupasse di questi temi come ci si preoccupa dell’improbabile “rischio gender” saremmo sicuramente un popolo migliore.

(Immagine tratta da La Stampa) 

Il doposcuola: molto più di un sostegno scolastico!

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Mi capita molte volte di parlare – nell’ambito dei colloqui specifici per l’attivazione degli sportelli di facilitazione degli apprendimenti/ doposcuola Dsa – con genitori che cominciano a raccontarmi dei loro figl*dicendomi cosa non piace loro della scuola.

Affermazioni del tipo: “Non ci sono versi: la matematica la odia proprio!” Oppure “prova ad applicarsi, ma con la geografia è negato/a”. Quando una mamma o un papà esordiscono con un’affermazione del genere sono solita provare ad ‘indagare’ la questione (e quindi stimolarli a riflettere)  orientandomi su due aspetti apparentemente divergenti ma in realtà profondamente interconnessi.

– perché il bambino/a nutre tutto questo “odio” nei confronti di quella specifica materia  (ma soprattutto: cosa vuole esprimere con la parola odio? A volte i ragazz* fanno fatica a comunicare le proprie emozioni in modo adeguato e tendono a semplificare utilizzando quelle parole con cui hanno più dimestichezza… E (purtroppo) la parola odio è talmente abusata che ne fanno esperienza fin dalla più tenera età)

-cosa si aspettano da un servizio come quello da noi proposto, cioè un doposcuola specifico per gli apprendimenti?

Come dicevo, le due domande sembrano condurre il discorso su due piani differenti ma in realtà sono profondamente interconnesse. Uno dei principali obiettivi dei colloqui propedeutici è di far passare ai genitori il messaggio che un doposcuola è qualcosa di ben più complesso e ricco di un semplice momento di ripetizioni, utili solo per colmare una la una in una materia.

Al doposcuola i bambin*, supportati dal team, imparano a stare assieme in un ambiente protetto, a sperimentare (e in questo il Counselling è una risorsa molto importante: l’obiettivo del counsellor è quello di sostenere l’utente ad acquisire nuovi “permessi” che prima non era in grado di darsi), a socializzare e ad esprimere le proprie emozioni. Tutto ciò si fa man mano che si porta avanti lo studio delle materie.

E qui arriviamo all’altra domanda: perché un bambin* “non riesce” in una determinata materia? Si tratta senza dubbio di una domanda complessa di fronte alla quale spesso i genitori non sanno rispondere. Per aiutarli a trovare una possibile spiegazione ho provato a ” scomporre” la questione in ulteriori osservazioni.

Parto sempre dal presupposto che non esistono persone “non portate” ad imparare qualcosa (resto sempre una femminista e so bene quanto questo stereotipo abbia condizionato la vita scolastica di molte ragazze rispetto alla percezione delle loro capacità in ambito matematico/scientifico). Quindi, se non esistono student* non portati allo studio di certe materie, cosa può far loro amare/odiare una determinata disciplina? Io ho provato a rispondere così:

– l’insegnante FA la differenza: incontrare sul proprio percorso un docente in grado di motivare, accogliere e fornire ai suoi student* occasioni e stimoli di approfondimento è una gran fortuna! Per esperienza ho notato che il problema con la materia spesso è solo un riflesso dei problemi con l’insegnante.

– il modo in cui viene insegnata la materia: le lezioni esclusivamente frontali, il meccanismo della punizione (che a volte diventa quasi uno svilimento delle capacità dell’alunn*) sono metodologie che non favoriscono l’interesse per una materia

– il clima in aula: questo punto è una conseguenza dei due precendenti. Se l’insegnante sa fare (ma soprattutto, alla Don Milani, sa essere) un insegnante, se le metodologie sono efficaci e non si respira un clima di repressione, svalutazione o violenza sarà difficile non innamorarsi della scuola e delle materie insegnate.

Cosa può fare un genitore, allora? Intanto, cambiare punto di vista sul proprio figli*: se qualche materia non va si può sempre rimediare, ma se si convince il bambino* del fatto che “non è portato per lo studio” non sarà possibile attuare alcun cambiamento.

E poi, sostenerli nella crescita colmando le carenze di una scuola un po’ debole grazie ai supporti territoriali. L’importante è avviare un cambiamento e se non è possibile farlo a partire dalla scuola bisognerà appoggiarsi alla grande rete educativa che i territori forniscono. Arrestare il cambiamento, poi, sarà impossibile e anche l’istituzione scolastica – volente o nolente – dovrà riconsiderare alcuni suoi aspetti per diventare, stavolta sì, davvero a misura di alunno/a!

Il mio primo articolo per C+B!

Ieri è stato pubblicato il primo articolo per C+B che segna anche l’inizio di questa nuova collaborazione!

Conoscete C+B ? È un sito, ideato dalla mitica Francesca Marano, che si occupa di fornire alle donne che intendono mettersi in proprio consigli, suggerimenti… In una parola: sostegno. Eh già: perché per chi decide di fare questo passo la vita non è niente affatto facile! Decidere quanto investire (in termini economici ma anche personali), cercare – in fase iniziale – il giusto lavoro da dipendente che permetta di avere almeno un po’ di ‘carburante’ garantito – almeno per cominciare! – per potersi dedicare ala nuova attività; e poi: gestire i tempi, gli gli ambienti, fare rete, trovare gli spazi all’interno dei quali proporsi.

Il sito si occupa di dirimere problemi, anche pratici, come le tante domande sull’uso dei social, la corretta gestione della partita iva ma si occupa anche di aiutare le nuove freelance a realizzare il proprio sogno trovando l’ispirazione giusta.

I miei interventi si situeranno proprio in questo ambito: come counsellor darò qualche spunto per aiutare le donne a motivarsi, a riscoprire le proprie potenzialità e ad agire tenendo sempre conto del proprio benessere. Come pedagogista, poi, proverò a sostenere le lettrici nel duplice lavoro di donne (magari impegnate in una relazione, o magari già mamme) e freelance.

Il primo articolo l’ho dedicato proprio alla resilienza. È un termine dal profondo significato pedagogico: bisogna essere formati ed educarsi alla resilienza che significa poi ‘essere in grado di resistere agli urti che inevitabilmente la vita ci assesta’ individuando nuovi modi di far fronte ai problemi, partendo proprio dai fallimenti pregressi. Per darsi alla libera professione, secondo il mio punto di vista, bisogna essere resilienti. Perché spesso non si trova la strada al primo colpo e bisogna imparare a valutare gli imprevisti, gestire i fallimenti in una nuova ottica: non più come segnale del fatto che non siamola grado di raggiungere il nostro obiettivo ma come esperienza da accumulare se vogliamo trovare la nostra strada.

Vi lascio il link all’articolo… Spero vi piacerà!

http://cpiub.com/2015/10/sviluppare-la-resilienza/
 

Tra condivisione, nuove relazioni e solidarietà. In una parola…Swap Party!

  Qualche giorno fa l’associazione Just Women – della quale sono fiera di far parte – ha realizzato un’iniziativa meravigliosa che si è svolta a Firenze, in Piazza del Carmine, con il sostegno dell’associazione Di Cultura In Piazza.

Avevo già scritto di Just Women qui, per raccontarvi della nascita di questo mitico gruppo di donne e per parlarvi del primo evento cittadino realizzato che aveva come oggetto il tema dello sport e della salute declinato in chiave femminile. Just Women, infatti, nasce nel dicembre dello scorso anno e ha tra i suoi obiettivi la diffusione della cultura di genere e delle peculiarità femminili. Con l’operato delle persone che hanno deciso di aderirvi – ad oggi più di cinquanta -si intende realizzare azioni dinamiche e non convenzionali di supporto al mondo delle donne, per la valorizzazione e l’implementazione dei loro diritti e per la creazione di un network locale che valorizzi l’offerta culturale e le proposte educative delle nuove realtà cittadine. L’evento dello scorso 10 ottobre si situa proprio in questo orizzonte di significato.

Ho avuto modo di fare una bella chiacchierata con Claudia e Costanza, due delle fondatrici dell’associazione, che mi hanno raccontato tutto a proposito dell’iniziativa.

Alessia: Swap party…di cosa si tratta? 

Costanza e Claudia: si tratta di un evento innovativo. Gli Swap party nascono in Lombardia grazie all’intuito di Serena Luglio. Il termine  swap significa scambio. L’obiettivo è agevolare lo scambio sostenibile senza l’impegno di denaro. Tutto, oggetti e servizi, possono essere scambiati. L’ottica, quindi, è quella della Sharing economy: favorire gli scambi, le relazioni e il contatto tra le persone. Mettere da parte il denaro può favorire la nascita (o la riscoperta!) di nuove modalità di incontro. A Firenze, insieme all’associazione Di cultura in piazza abbiamo voluto creare uno swap party per condividere vestiti ed accessori.

A.: JW però ha voluto dare un senso preciso a quest’iniziativa..

C. e C.: si, come tutte le nostre iniziative anche questa aveva una finalità sociale. Da una parte, quella di mettere in contatto le persone sviluppando un nuovo senso di fiducia e di condivisione (scambiare, infatti, è diverso da acquistare: si mettono in gioco molte questioni personali). Dall’altra, quella di educare alla solidarietà: al termine dell’evento ogni persona poteva decidere di donare i capi non scambiati all’associazione Progetto Sant’Agostino che da anni si occupa dell’accoglienza di donne  e bambini in gravi difficoltà economiche e sociali. I capi raccolti sono stati tantissimi e non solo: come dicevamo anche i servizi possono essere scambiati e il noto hairstylist Stefano Picchiani ha deciso di donare un taglio di capelli alle donne ospiti dell’associazione.

A.: quali passaggi sono stati necessari per organizzarlo?

C. e C.: anzitutto coinvolgere  Serena Luglio e Carolina Sereni di Swappen. Sono state preziosissime nell’organizzazione e hanno poi svolto il ruolo delle banditrici, indispensabili per coordinare gli scambi tra le partecipanti e stabilire i tempi. Fondamentale poi il supporto di Lorenzo Masi dell’associazione Di Cultura in piazza. Siamo state felici poi di vedere la partecipazione di  Sara Funaro, assessora alle pari opportunità, accoglienza ed integrazione del Comune di Firenze e di Andrea Vannucci, assessore allo sport del Comune di Firenze.

A.: come è stato accolto l’evento dai fiorentini? Quali sono le vostre impressioni? Sarà replicato?

C. e C.: la partecipazione è stata grande, nonostante le condizioni meteo avverse! Si è trattato inoltre di un evento innovativo, il primo ad essere realizzato in città e se teniamo conto di questo particolare sicuramente possiamo ritenerci soddisfatte. I motivi di soddisfazione, poi, sono stati anche altri: è stato bello vedere tanti concittadini regalare i propri capi all’associazione! La solidarietà è stata la vera protagonista di quest’iniziativa e non possiamo che sentirci orgogliose e felici della partecipazione di tutti!

Per realizzarlo vi abbiamo dedicato tanto impegno ed energie: sicuramente mettere in rete i tanti soggetti coinvolti, tenere i contatti, coordinarlo, promuoverlo e diffonderlo non è stato semplice ma i risultati ci hanno ripagato di tutti gli sforzi fatti. Ci auguriamo di replicarlo presto!

Ancora una volta Just women porta in città iniziative dall’alto valore educativo e sociale: attraverso il ‘gioco della moda’ è possibile apprendere nuovi modi di condivisione e solidarietà… Per imparare a stare insieme e condividere nuove relazioni!

Mentre aspettiamo la prossima edizione gustiamoci il filmato realizzato da Matteo Manganelli!

https://www.facebook.com/615771295221821/videos/731306453668304/

Il diritto di essere io

  Michela Marzano si confronta con temi attuali e scottanti: l’uguaglianza dei diritti, la paternità o la maternità surrogata, il corpo come nuova fissazione e  nuova gabbia, il rapporto con gli altri e l’amore. È un libro che si legge con facilità nonostante i concetti siano complessi. È un libro che vuole promuove  l’uguaglianza, ma quella vera,

Che riconosce e valorizza le differenze individuali senza però negare a nessuno un accesso paritario ai diritti.

Troppe volte la società con le sue regole obbliga ogni essere umano a limitarsi, in nome di un non ben identificato ‘rispetto’ nei confronti dei codici condivisi. il diritto ad essere io viene costantemente messo alla prova da esigenze sociali: la bellezza ad ogni costo, la perfezione del corpo, le leggi che non rispettano l’amore tra persone dello stesso sesso, le norme che ci impediscono di voler esercitare anche un diritto estremo come quello di essere accompagnati verso una morte dolce e decorosa, quando vivere appare ormai impossibile.

Ogni capitolo del volume affronta un argomento specifico e Marzano, con l’occhio e l’acume della filosofa, indaga ogni singolo aspetto rimarcando la bellezza dell’imperfezione, l’importanza della relazione autentica con l’altro.

Il volume presenta poi un ulteriore approfondimento, sempre su queste tematiche, ad opera di altri importanti autori/scrittori/intellettuali italiani (da Rotodà ad Aspesi) riportando articoli apparsi su La Repubblica. Il loro punto di vista articola e approfondisce le questioni in oggetto con ulteriori riflessioni.

Tutte le tematiche affrontante hanno, a mio parere, un peso pedagogico notevole. Parlare di diritti impone di parlare di educazione, prima. Perché bisogna essere educati e formarsi adeguatamente per riuscire a trovare il modo di conciliare autenticità e conformismo, il “diritto di essere io” e le regole sociali. Bisogna essere educati ad un nuovo senso del corpo, ad un nuovo modo di stare a contatto con gli altri sviluppando empatia e affettività.

Il diritto di essere io passa (anche) attraverso l’educazione.

Costruire un sogno. Il senso di un convegno 

Buongiorno a tutt*!

Oggi è lunedì e mi auguro abbiate trascorso il weekend facendo attività belle e piacevoli. Io sono stata a Navacchio per partecipare ai lavori del Convegno annuale della mia scuola di formazione. Il titolo di quest’anno? Costruire sogni. Il pensiero plurale, le reti possibili.

  

Due giornate intense, altamente formative, ricche di emozioni e condivisione.  Talmente belle che fin da subito mi sono interrogata su cosa raccontarvi per provare a trasmettervi anche solo una piccola percentuale delle emozioni che ho vissuto. 

Credo sia essenziale partire dal fondo, dal momento conclusivo, e procedere a ritroso. I lavori si sono conclusi con un video che illustra senza giri di parole cosa significa individuare un pensiero plurale e costituire una rete possibile. 

http://youtu.be/GBaHPND2QJg
 Parte tutto da un segnale: la bambina che mette gli spiccioli nel cappello del musicista. Lui inizia a suonare. Possiamo arrivare a capire che si tratta dell’Inno alla gioia solo quando la villa si unisce alla melodia. La musica si fa via via più complessa man mano che si aggiungono altri strumenti e i cori. Da ultimo anche il direttore d’orchestra che crea il trait d’union con tutte le altre figure presenti. 

Il senso di Performat è proprio questo: fare rete, permettendo ad ognuno di mantenere la propria specificità nonostante le interconnessioni, le riflessioni e i numerosi momenti di condivisione.

Alla luce di queste premesse si comprende per quale ragione sia stato scelto, per parlare ad una platea composta prevalentemente da psicologi, psicoterapeuti, educatori, pedagogisti, un figura come quella del prof. Formica, professore di Economia della Conoscenza, innovazione e Imprenditorialità in numerosi contesti internazionali. Chi conosce la Scuola sa che questo è uno dei suoi segni distintivi: l’obiettivo dei convegni è sempre quello di creare riflessioni, puntare all’innovazione, aiutare i professionisti che ruotano all’interno del sociale ad individuare nuovi modelli di business, nuove forme di imprenditorialità. 

   
 I convegni di Performat sono diametralmente opposti a quelli tradizionali dove si è troppe volte orientati a “guardarsi l’ombelico” realizzando momenti completamente autoreferenziali e, spesso, privi di contenuti autentici.

La lezione magistrale del prof. Formica ha toccato i temi dell’ “ignoranza creativa”, della differenza tra sentieri già battuti e percorsi innovativi, del valore formativo dell’incertezza come motore per il cambiamento. 

Gli altri interventi della giornata di sabato si sono rivolti al mondo del l’analisi transazionale, con la proiezione dell’intervista aWilliam Cornell, psicologo e supervisore e didatta di AT, e con la bella relazione di A. Tangolo e A. Massi sul senso dell’okness all’interno della relazione terapeuta-paziente.

  
La sessione pomeridiana di sabato è stata dedicata ad un momento di ricerca sociale/psicologica. In un processo in parte creativo, in parte pratico, “reagiscono meglio” (cioè sono più responsive) i gruppi con un conduttore o con un osservatore? Per indagare il fenomeno tutto gli iscritti al convegno sono stati inseriti in gruppi, alcuni dotati di un facilitatore altri di un conduttore. L’obiettivo è stato quello di individuare le modalità di costituzione del gruppo, i passaggi tra le varie fasi necessarie alla sua costituzione e i risultati finali.

Ogni gruppo ha lavorato sullo stesso mandato: a partire da un’ipotesi (“immaginiamo che nel 2016 venga istitutivo l’anno internazionale contro l’omotransfobia)  si è cimentato nella realizzazione di un logo e un claim da utilizzare per la campagna pubblicitaria.

Il gruppo selezionato da una giuria composta dallo staff del Performat salute che si occupa di temi Lgbt è davvero molto bello e di impatto:

  

Il lavoro realizzato dal mio gruppo, invece, si è aggiudicato una menzione speciale!

  
La giornata di domenica, oltre che alla presentazione dei risultati di questo piccolo esperimento sociale, è stata dedicata alle orami tradizionali sessioni in parallelo: quattro tavoli di lavoro sulle tematiche del Counselling, della psicoterapia, dell’organizzazione e dell’educazione.

Quest’anno ho avuto il piacere di presentare un mio breve contributo, nell’ambito della sessione dedicata al Counselling, per parlare di un intervento – recentemente attivato – di Counselling pedagogico per favorire il potenziamento delle competenze genitoriali all’interno di famiglie con bambini affetti da autismo.

  
Credo che il senso di queste giornate trascenda gli aspetti prettamente lavorativi: certo, ogni intervento ha fornito spunti e suggestioni importanti per la pratica professionale. Ma il senso del Convegno va ben oltre. Ci ha esortato a trovare nuovi modelli di imprenditorialità per far fronte alla crisi, ci ha suggerito l’importanza di creare interconnessioni, anche tra discipline diverse, ci ha insegnato l’importanza della formazione continua, multi e transdisciplinare.

Alla luce della conclusione del Master in Counselling (la discussione della tesina si terrà, infatti, il mese prossimo) tutti questi elementi divengono pietra miliare di un percorso autenticamente formativo e, insieme, prospettiva privilegiata dalla quale orientare il progetto professionale negli anni a venire.