Di poesia…e di pedagogia.

otto

E’ una poesia di Jacques Brel.

L’ho letta tutta d’un fiato e mi è piaciuta tantissimo.  Perché? forse per il suo lato pedagogico. Perché è un percorso formativo: insegna a conoscere le paure per far spazio ad aspirazioni più grandi. Insegna l’arte della resilienza. Poi, mi è piaciuta perché leggendola la mia mente è tornata alle storie di tante donne conosciute lavorando al centro antiviolenza: un po’ dei loro percorsi è racchiuso  in queste righe. Ci ho letto i passaggi che siamo riuscite a fare assieme, all’interno di un percorso ampio di assunzione di consapevolezza rispetto alle esperienze, alle difficoltà attraversate.

Ho pensato di condividerla con voi.

Conosco delle barche
che restano nel porto per paura
che le correnti le trascinino via con troppa violenza.

Conosco delle barche che arrugginiscono in porto
per non aver mai rischiato una vela fuori.

Conosco delle barche che si dimenticano di partire
hanno paura del mare a furia di invecchiare
e le onde non le hanno mai portate altrove,
il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.

Conosco delle barche talmente incatenate
che hanno disimparato come liberarsi.

Conosco delle barche che restano ad ondeggiare
per essere veramente sicure di non capovolgersi.

Conosco delle barche che vanno in gruppo
ad affrontare il vento forte al di là della paura.

Conosco delle barche che si graffiano un po’
sulle rotte dell’oceano ove le porta il loro gioco.

Conosco delle barche
che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora,
ogni giorno della loro vita
e che non hanno paura a volte di lanciarsi
fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.

Conosco delle barche
che tornano in porto lacerate dappertutto,
ma più coraggiose e più forti.

Conosco delle barche straboccanti di sole
perché hanno condiviso anni meravigliosi.

Conosco delle barche
che tornano sempre quando hanno navigato.
Fino al loro ultimo giorno,
e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti
perché hanno un cuore a misura di oceano.

Tra counselling e pedagogia: sostenere la genitorialità

L’inizio del periodo scolastico è un momento particolarmente stressante per i genitori. Per alcuni si tratta di avviare una prima esperienza (l’inserimento al nido, alla scuola d’infanzia o alle elementari…) per altri si tratta di recuperare quel bagaglio – fatto di attenzioni specifiche, dubbi relativi al proprio operato di genitore derivante magari dal confronto con l’altro – che, complice la stagione estiva, si tende un po’ a dimenticare.

Genitorialità significa appunto “essere genitori”, avere attenzioni specifiche rivolte al benessere, alla crescita e allo sviluppo del/della  proprio/a figlio/a.  Significa anche porsi interrogativi rispetto alle proprie scelte personali e sul modo in cui queste si rifletteranno sui propr* figl*. Vuol dire riflettere sulle proprie azioni affinché esse risultino il più possibile adeguate a rispondere alle necessità dei bambin*.

Svolgo percorsi di sostegno alla genitorialità da ormai diverso tempo. Indipendentemente dalle situazioni familiari (contesto sociale, problemi di salute dei bambin* etc..) mi capita spesso di osservare un determinato comportamento che accomuna tutti i genitori e che ho trovato descritto simpaticamente in una vignetta trovata sul Web:

State lontano dalle persona negative.Hanno

Nella vignetta il genitore in questione si lamenta del proprio figlio che “si comporta come un bambino”. Nelle vignette successive il bambino prova a porre rimedio: si comporta da anziano – con tanto di bastone e pane secco per sfamare i piccioni al parco – ma per il padre ora è il suo è un comportamento da persona un po’ troppo vecchia. Il bimbo ritenta comportandosi da adulto, con moglie e bambino, ma anche qui è “un po’ troppo anziano”. Per finire prova col tipico comportamento adolescenziale … il padre chiede a gran voce al figlio di tornare  a comportarsi da bambino!

Ho utilizzato questa vignetta perché mi capita, durante le consulenze, di parlare con genitori amareggiati perché il bambino di 3 anni “fa i capricci”, perché quella di 5 “non vuol mangiare determinati cibi”  o perché quello di 9 “fa fatica a fare i compiti” . Mi piace lavorare coi genitori su questi argomenti perché è essenziale, in un percorso di sostegno alla genitorialità, riflettere insieme sui motivi del loro “malcontento”. Spesso le mamme e i papà che incontro hanno una percezione del problema ingigantita. Per dirla con le parole dell’Analisi Transazionale: si lamentano di terminati comportamenti partendo da uno stato dell’Io Genitore (un po’ normativo…) piuttosto che da uno Stato dell’Io Adulto. Se si lavora sull’analisi dei fatti i genitori comprendono facilmente che non ci sono motivi per cui un bambin* di 3 anni, ad esempio, non debba fare i capricci, imparano a inquadrare il “problema” da un’altra prospettiva…ed improvvisamente cessa di essere un problema 🙂

Lavorare sul sostegno alla genitorialità significa operare piccoli passi in favore di un cambiamento e di un rafforzamento delle competenze genitoriali, competenze che spesso una società fluida e veloce come la nostra può compromettere. E’ un ambito in cui l’uso degli strumenti pedagogici combinati con il counselling complementare danno davvero ottimi risultati!

Dimmi quando (ma soprattutto: dimmi dove)

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Ebbene, capita ancora che un gruppo di giovani donne si trovi a sfilare e competere, in tv, per ambire al fantasmagorico titolo di Miss Italia.

Capita ancora che un giudice della serata proponga ancora la solita, retorica, domanda del “in che epoca storica avresti voluto vivere” (domanda che di solito io pongo a mia nipote, di anni 10, per provare a interrogarla in modo indiretto sperando di non farmi troppo notare).

Succede, ancora, che tra le giovani donne candidate-miss si propaghi il panico: forse si erano preparate tutte per rispondere alla domanda sulla pace e la fame nel mondo.  Risposte biascicate in un italiano improbabile. Costruzioni sintattiche deboli: anche mia nipote – si, sempre lei, quella di anni 10 – avrebbe fatto di meglio.

Ammetto di aver guardato questi 20 secondi di video con un’espressione tristemente consapevole. Mi aspettavo la retorica, ma questa volta ci ho trovato un bel mucchietto di stereotipi. Sì, quelli triti e ritriti che vogliono la donna come passiva e inerme. Quelli per i quali sarebbe stato tanto bello vivere nel 1942 perché tanto in quanto donna “non avrei fatto il militare”. Magari non avresti fatto il militare ma ti saresti fatta un culo così, cara mia. Probabilmente non hai nonne o bisnonne (data la tua giovane età) a cui chiedere come era, esattamente, vivere in quegli anni, tra figli da crescere da sole, paura per stupri e aggressioni sempre dietro l’angolo, poco cibo e piogge di bombe sulla testa. “sui libri ci sono pagine e pagine”, è vero, ma forse tu non le hai lette con precisione. Le donne c’erano, durante la guerra e anche dopo, come partigiane, c’erano eccome. E hanno avuto un ruolo attivo anche senza indossare l’uniforme o trovarsi al fronte.

Sarebbe stato bello trovarsi davanti una donna competente: avrebbe potuto ribaltare la domanda e sostituire un “quando” con un “dove”. A me, per esempio, piacerebbe vivere in un posto dove alle donne sia concesso qualcosa di più del semplice “ruolo di rappresentanza”. In un paese dove si realizzino azioni concrete per contrastare bullismo, omofobia e femminicidio. Un paese dove siano garantiti i diritti civili a tutt*, indistintamente dai propri gusti sessuali, ad esempio.

Mi spiace che sia questa l’immagine che ancora si cerca di attribuire alle donne. Approssimative e retoriche. Vi prego, ragazze, proviamo a smantellare i luoghi comuni. Che voi ci crediate o no, non siamo tutte così.

Disney insegna (ai grandi) il ruolo delle emozioni.

Buon inizio di settimana a tutt*!

Spero abbiate trascorso il weekend facendo cose belle e con le persone giuste. Io ho passato la serata di sabato al cinema (cosa che non capitava da un po’!) a guardare un film attesissimo, Inside Out di Disney – Pixar, insieme a mia sorella e ai miei due nipoti di 8 e 10 anni. Ho pensato di andare con loro per “testare” la reale afferrabilità di un cartone dal contenuto non troppo semplice. In realtà, mano mano che passavano i minuti, ho capito la reale portara del film: forse per la prima volta, Disney smette di occuparsi dei bambin* per rivolgersi, direttamente, agli adulti.

  
Inside Out è un film che tenta di spiegare concetti psicologici complessi attraverso rappresentazioni chiare e piacevoli. Il focus è sulla mente di Riley, una ragazzina di 11 anni che, finora, ha imparato a sperimentare prevalentemente emozioni felici e di gioia. Gioia è, appunto, colei che dirige il centro di controllo del suo cervello ed è soprattutto grazie a lei che ha costruito le aree delle personalità che attualmente la connotano a livello psicologico. L’isola della stupidera, che ha creato grazie ai momenti di gioco, l’isola dell’amicizia, l’isola della famiglia, l’isola dell’onestà. Il centro di controllo le permette, appunto, di controllare la sua esistenza di bambina. Accanto a Gioia ci sono le altre emozioni di base: Paura, di colore viola – che la preserva da possibili incidenti- Rabbia, di colore rosso – che vuole evitare che Riley subisca soprusi – Disgusto, di colore verde che ha un ruolo essenziale soprattutto nei confronti del cibo, e Tristezza, di colore blu, emozione che al momento ha sperimentato poco. 

Riley, alla’alba dei suoi 11 anni sperimenterà il cambiamento: dentro e fuori – Inside out, appunto. Il cambiamento esterno coincide con il trasferimento, imposto dalla famiglia, dal Minnesota a San Francisco. Quello interno è diretta espressione di quest’ultimo (sarà costretta a cimentarsi con nuove esperienze, con la nuova scuola, ad abbandonare la sua amica di sempre…) e di un altro, ben più profondo: l’arrivo della pubertà. Complice un problema all’interno dei tubi pneumatici che trasportano i ricordi (il film merita di essere visto solo per vedere rappresentati i ricordi, la memoria a lungo termine, i sogni, l’inconscio…)  Gioia si ritrova a dover soccorrere Tristezza e a lasciare il centro di comando con conseguenze nefaste: Riley non è più felice e, poco alla volta, in balìa delle altre emozioni, le sue isole della personalità crollano sotto il peso dei nuovi cambiamenti che la bambina nn riesce più a gestire.

Mentre Gioia con Tristezza cerca di rientrare al centro di controllo, aiutate da Bing Bong, l’amico immaginario ormai dimenticato, Riley comincerà a provare emozioni contrastanti, ad incupirsi mentre la sua personalità di bambina crolla inesorabilmente.

Senza svelarvi troppo – è un film che davvero consiglio di vedere! – posso dirvi che non sarà Gioia ad aiutare Riley ad impossessarsi di nuovo della sua vita, ma sarà Tristezza, che nelle ultime scene prenderà il posto di comando. Grazie al benefico influsso dell'”emozione blu” Riley costruirà una nuova personalità che questa volta apparirà integrata – quelle che una volta erano isole, infatti, si agglomerano in un’unica area – il centro di comando diventerà molto più complesso (a rappresentare la nuova complessità interiore della ragazzina) e le emozioni non saranno più di un unico colore ma acquisiranno le sfumature di tutte le emozioni di base. Come a dire: un ricordo connotato dalla gioia può avere un velo di tristezza e viceversa, Un’emozione di paura può celare della rabbia e via discorrendo.

È un film che riabilita le emozioni ed insegna, soprattutto a i genitori, a non avere paura di quel periodo complesso che prende il nome di pubertà. 

Se vi state apprestando ad attraversare coi vostr* figli questo periodo o se siete impegnati con professioni afferenti l’educativo andate a vederlo: gli spunti che potrà offrirvi per parlare con i giovan* di emozioni e cambiamento sono tantissimi!

Qui il trailer…. Non vi invoglia ad andare al cinema??

L’uso della fotografia nei percorsi educativi e nel counselling

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Buon martedì e ben ritrovat*!

Oggi vorrei utilizzare le righe di questo blog per parlarvi di un evento formativo al quale ho avuto il piacere di partecipare nella giornata di sabato. Alcuni professionisti facenti capo alla scuola entro la quale mi sto specializzando come counsellor hanno organizzato una giornata introduttiva alla Fototerapia e alla Fotografia terapeutica

Si tratta, in sostanza, di utilizzare l’immagine come un medium all’interno di un processo di riflessione su di sé. Si parla di Fototerapia quando lo strumento è applicato , “regolamentato” e interpretato dallo psicoterapeuta, si parla invece di fotografia terapeutica l’immagine viene utilizzata al di fuori del contesto formale della psicoterapia. Come è facile immaginare è proprio quest’ultima che mi interessa particolarmente: nonostante l’aggettivo un po’ ingombrante, infatti,  la fotografia terapeutica non ha nulla a che vedere con l’uso del concetto di “terapia” in senso stretto ed  è applicabile in svariati contesti: percorsi educativi, consulenze pedagogiche, percorsi di counselling.

La fotografia terapeutica concepisce l’immagine come uno strumento ed un linguaggio che può avere la funzione di facilitare la riflessione/il dialogo su di sé e la possibilità di far emergere contenuti altrimenti inesplorabili.

Secondo la teoria  del codice multiplo di W. Bucci esistono tre modi per elaborare le informazioni: verbale, simboli, sub simbolico. La fotografia appartiene al secondo livello e, per la sua natura intrinseca, riesce a mediare tra il primo e il terzo.

Alle basi della fototerapia e della fotografia terapeutica abbiamo i lavori di J. Waiser e L. Bergman e, in Italia, quelli di Oliviero Rossi.

Le attività svolte ieri mi hanno permesso di riflettere sulle potenzialità di uno strumento col quale mi confronto da diverso tempo, ovviamente in modo amatoriale, per interesse e per diletto. Prima di ieri, però, non avevo mai pensato all’uso della fotografia all’interno, per esempio, di una consulenza educativa, pedagogica o in un prcorso di counselling.

Nei processi educativi, magari con ragazz* con difficoltà dovute a problemi psicologici o di alfabetizzazione (giovani appena arrivati da altri paesi, ragazzi con pochi strumenti teorici per poter parlare e riflettere a proposito delle proprie emozioni…) le fotografie sono una grande risorsa. Le foto, nel processo di analisi del contenuto emotivo, permettono di bypassare la barriera linguistica e facilitano la comunicazione poiché, attraverso le immagini, andiamo a costruire un nuovo linguaggio che appartiene alle parti in causa.

Attraverso una foto si può indagare le modalità di concepire abitudini, emozioni e relazioni, possono emergere discrepanze tra il modo di descriversi/ di vedersi e ciò che lo scatto trasmette sulle quali si potrà avviare una riflessione

Nel contesto pedagogico o in una sessione di counselling si può chiedere all’utente di scegliere o di scattare una foto: il gesto da potere alla persona che acquista, così, uno spazio attivo.

Nell’ambito del counselling quindi la fotografia terapeutica può essere impiegata per riattivare e potenziare le risorse della persona e favorire il processo di empowerment dell’utente.

Oggi mi sono messa subito alla ricerca di informazioni ulteriori e volumi per approfondire l’argomento: credo proprio che diventerà un ambito di riflessione privilegiato all’interno della mia attività professionale!

Ps. vi saluto con lo scatto che ho scelto io per rappresentarmi come professionista…secondo voi, perché ho scelto proprio questa foto??

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Ricomincia la scuola: istruzioni per l’uso


Bene, ci siamo… la fatidica data è finalmente giunta: Ricomincia la scuola!

Complice il fatto di avere due nipoti alle prese, rispettivamente, con una terza e una quinta elementare ho atteso questa data con un po’ di apprensione, tra compiti da terminare, cartelle da preparare e la motivazione sotto i piedi! Immagino che per chi è alle prese con un inserimento alla scuola dell’infanzia o alle elementari la fatidica data X sarà ancor più carica di sentimenti ed emozioni, positivi e negativi.

Pensando a tutti i genitori – non importa se sorridenti come la mamma ritratta in foto o disperati, già alle prese con una possibile sindrome da ‘nido vuoto’ da affrontare – ho pensato di buttare giù due o tre semplici consigli da tenere a mente in questi giorni un po’ concitati:

Per tutt* vale una sola grande regola: ogni passaggio si affronta meglio se lo si accoglie con apertura. Se ci si pone in una modalità respingente o se si vive il tutto all’insegna della preoccupazione ogni passo sarà faticoso e ci sovraccaricherà di un fardello di inutili apprensioni. E’ vero: spesso sono passaggi complicati…ma bellissimi. Scegliere su cosa concentrarsi dipende solo da noi!

Ai genitori che si apprestano a compiere il lungo commino dell’inserimento raccomando tanta pazienza. Il percorso è lungo ma, vedrete, vi ripagherà. È il momento giusto per farsi una carezza, come si dice in Analisi Transazionale. Datevi un riconoscimento: per il vostro ruolo, per ciò che avete fatto, a volte con semplicità a volte con grande fatica. nei piccoli passi che porteranno il vostro piccol* ad essere autonomo e ad incontrare i coetanei nella prima esperienza di allontanamento da casa ritroverete il vostro percorso, le vostre scelte genitoriali.

Per coloro che cominciano l’avventura della scuola primaria la parola d’ordine è tranquillità. La prima elementare è una tappa molto complessa, i vostri bambin* si troveranno a compiere passi da gigante: li lascerete a settembre ancora incapaci di scrivere e li ritroverete a dicembre con,  in mano, la letterina di fine anno. Favorite i loro progressi con la calma e la tranquillità, non affrettate i passi, non richiedete ai vostri figl* di velocizzare la loro “andatura” solo per fare contenti voi. Godetevi ogni momento: saranno irripetibili!

Per chi, invece, si trova a metà o alla fine del percorso delle elementari ricordo l’importanza di una buona comunicazione scuola-famiglia. Se dovesse presentarsi qualche problemuccio (penso ad un bisogno educativo speciale, ad esempio) la velocità nella gestione dei rapporti comunicativi può fare la differenza. Un’altra parola chiave è ‘attenzione’: dato che i passaggi importanti sono già stati affrontati ci può essere la tendenza di delegare un po’ il compito educativo. Il mio consiglio invece è di rimanere concentrati, dare attenzione, premiare le conquiste giornaliere dei vostri ragazz*.

Certo, questi sono suggerimenti validi per tutt*…ma che fare se subito si manifesta un problema? Se la scelta della scuola non si è rivelata così adeguata come pensavamo, se non riusciamo a gestire lo stress che questo periodo può causare?  E’ importante riconoscere di sentirsi in un momento faticoso. Una volta ammessa a se stessi questa difficoltà la strada è in discesa: è possibile cominciare a confrontarsi con gli altri genitori, richiedere un colloquio con le/gli insegnanti per conoscere i servizi che la scuola mette a disposizione (doposcuola per i bambin*, sportelli pedagogici per gli adulti…). Se invece i problemi da affrontare hanno bisogno di più spazio è possibile chiedere un supporto specifico rivolgendosi ai professionisti che si occupano di educazione e formazione: nel dialogo e nell’ascolto troverete il modo di chiarire il vostro punto di vista e guardare alle cose da altre angolazioni che non avevate neppure considerato.

A tutt*: bambin*, genitori, insegnanti e personale tecnico e ausiliario…un buon anno scolastico!

A cosa pensi quando dici “thailandese”?

“Riconosciamolo: quando diciamo thailandese, pensiamo a una prostituta”, dice Aldo Cazzullo.Strano. 

Io quando dico thailandese penso alla cucina.

L’articolo prosegue sottolineando il grosso “balzo in avanti”delle donne di Bangkok:la percentuale deg* student* universitar* (il65%) sono donne. 
“E non credete alle costruzioni intellettuali degli etnologi che discettano di matriarcato ancestrale – prosegue Cazzullo – nel Sud-Est asiatico, proprio come in ogni parte del mondo, le donne per millenni sono state considerate inferiori agli uomini; e se una donna in famiglia comandava, era grazie al suo talento, alla sua personalità, al suo lavoro, e alla sua capacità di farsi concava e convessa, di guidare la danza lasciando all’uomo l’impressione di essere guidata, come nel tango”. 

Il problema è proprio qui, sul concetto di visibilità. Alle donne mancava (e in molti caso continua a mancare, in Thailandia come in altre mille parti del mondo, inclusa casa nostra) il riconoscimento, che coincide poi con la capacità di ricoprire un ruolo avendo il diritto di farlo. Il fatto che la percentuale di donne che studia sia in aumento è un dato positivo, ma attualmente irrilevante. Per poter dare rilevanza a questo dato è essenziale che si cominci a pensare alle Thailandesi come donne, come studentesse… e non come prostitute.

http://www.iodonna.it/attualita/in-primo-piano/2015/08/23/il-balzo-in-avanti-delle-donne-orientali/?refresh_ce-cp

Il catalogo Erickson: aggiornamento professionale per tutti…ma non per i pedagogisti

  
Settembre è arrivato e ha portato con sé nuove energie da spendere nella vita professionale. Quale miglior momento se non questo per fare un po’ il punto della situazione ed aggiornarsi sulle ultime novità pubblicate? 
Pochi giorni fa ho ricevuto il catalogo Erickson, casa editrice di Trento che si occupa da sempre di questioni educative, psicologiche e riabilitative. Erickson nasce come centro studi, alla fine degli anni 70, per riflettere attorno alle problematiche di inserimento sociale dei soggetti con disturbi mentali elaborando nuove strategie di inclusione.
Non mi era ancora capitato di ricevere il loro catalogo per posta (mi sono iscritta al loro sito solo poch mesi fa): la loro offerta è ricca e di pregio. Il catalogo facilmente consultabile perché suddiviso in aree tematiche (dsa, disabilità ed autismo, didattica…) e prevede anche alcuni approfondimenti sulle iniziative formative proposte dal Centro Studi (percorsi per esperti dsa, .corso tecniche aba…).

 Ma..
Eh già, c’è un MA grande come una casa.

Il catalogo è pensato per i professionisti, per rendere agevole il loro lavoro e facilitare il loro aggiornamento formativo. Si parla di psicologi, educatori,logopedisti, assistenti sociali e sanitari…Ma MAI una volta si fa riferimento alla figura del pedagogista. Mai. 

La sezione peggiore è proprio quella che comincia a pagina 73: sotto il titolone “psicologia”, infatti, sono racchiusi molti argomenti di spiccato valore pedagogico. Perché le voci ‘genitorialità’, ‘adolescenza’, ‘emozioni e relazioni’ non possono avere uno specifico campo di azione pedagogico??
Il meglio arriva a pagina 93: un piccolo box per illustrare”una selezione dei nostri corsi online sul tema psicologia”. Volete qualche titolo?

– educazione positiva
-educazione razionale emotiva
– (…) metodi e strumenti per promuovere percorsi di educazione sessuale
– l’educazione sessuale ai tempi di internet (…)

  

Ecco, mi chiedo: ma questa preponderanza del sostantivo femminile educazione non può suscitare qualche sospetto? Perché, con una proposta di legge per definire e regolamentare le professioni di pedagogista ed educatore che sta compiendo il suo iter parlamentare, dobbiamo ancora assistere a queste imprecisioni che nascondono un preciso intento di disonestà intellettuale? credo che per far avanzare questa proposta di legge sia essenziale un lavoro di sponda – precisò e costante- ad opera di tutte le forze sociali presenti. Non basta che la legge sia calata dall’alto: serve una massa critica capace di ‘accendere i riflettori’ su un’esigenza non più procrastinabile. Per questo apprezzo l’iniziativa del collega Fabio Olivieri e del suo caffè pedagogico (cercatelo su Facebook!). Sarebbe davvero carino se una grossa casa editrice come Erickson sostenesse i/le pedagogist* e gli/le educatori/trini in questo cammino!

Considero Erickson una casa editrice importante, famosa non solo per i volumi pubblicati ma anche per le iniziative di formazione, I progetti e i convegni, per questo faccio fatica a ritenere questi elementi solo dei semplici ‘errori’, dovuti magari alla necessità materiale di accorpare tante notizie in poco spazio. Proprio perché nasce come centro studi dovrebbe essere un valore morale quello di far avanzare la ricerca attorno alle questioni pedagogiche, dando dignità a questa scienza. Mi piacerebbe che Erickson prendesse in considerazione l’eventualità di costruire, nei cataloghi, uno spazio specifico dedicato alla pedagogia, privato delle ingerenze della psicologia