A proposito della professione di educatore, nello scontro tra ideale e reale

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Lo dirò subito: queste sono alcune semplici considerazioni a metà tra il confronto e lo sfogo. Confronto, perché specialmente negli ultimi tempi mi è capitato di parlare con giovani appena laureati o ancora in formazione  proprio a proposito dell’educazione e di cosa dovrebbe essere. Sfogo, perché la prossima settimana terminerò un periodo di lavoro presso una comunità dedicata ad adolescenti con disagio psichico e, nonostante sia rimasta nella struttura per poco tempo, non ho potuto far altro che rilevare – ancora una volta – tutti quei motivi che mi fanno pensare che non ci sia speranza per una professione tanto bella quanto quanto complicata.

Cosa dovrebbe fare un educatore? molte cose. Prendere a cuore il processo formativo della persona che ha davanti, essere un punto di appoggio, individuare le risorse latenti e potenziarle, in molti casi (penso alla comunità nella quale mi sono trovata) fungere anche da contenimento: delle paure e delle ansie che i ragazz* con disagio hanno. E’ un lavoro complesso perché per svolgerlo bene bisogna tenere conto – spesso  – di molte variabili: il sistema-famiglia, la comunità, le frequentazioni del*  giovane. Ma soprattutto il suo animo, i suoi tempi e spazi. Di che cosa ha bisogno, in un’ottica di empowerment? Questo è ciò che è per me l’educazione, idea maturata sulla base di anni di studio (e per fortuna c’è sempre spazio per approfondire, conoscere, imparare…) e anni di lavoro. E’ un’idea per certi aspetti più concreta di quella che stanno maturando i collegh* ancora in università, o appena usciti: è intrisa, infatti della mia esperienza professionale.

Ogni giorno mi impegno per portare avanti questa visione dell’educazione che è prima di tutto la creazione di una relazione autentica, sincera e stimolante con la persona mi si pone innanzi.

Ma come si fa a conciliare questa visione con la realtà? eh sì, perché nella realtà – nella realtà delle cooperative in particolare – l’educazione è un’altra cosa. In tutte le strutture in cui ho lavorato (per minori, per adulti, con disagio psichico, per mamme in casa rifugio…) mi sono scontrata con sempre gli stessi problemi: disorganizzazione, mancanza di fondi (in realtà non è esatto…i fondi ci sono, ma sono spesi male), difficoltà comunicative, tanta fatica e rischio burnout.

Spesso i progetti educativi sono stilati da neuropsichiatri, assistenti sociali e i coordinatori delle strutture possono prendere parte a questi progetti limitatamente, molte volte non fanno altro che parlare “conto terzi”. L’educatore, in tutto ciò, è escluso sia per motivi di comunicazione sia per motivi di comodo.

L’educatore è un contenitore che risolve le emergenze (se l’acqua calda non funziona, se un ragazz* si sente male), fa tutto da solo e perciò perde di vista il progetto educativo dell’utente.  L’educatore è un tassista, che porta gli ospiti a fare questa o quell’attività che altro non servono se no per “passare il tempo”. L’educatore è solo, è sottopagato ed è stanco, di solito.

E pensare che basterebbe così poco, per far funzionare bene le cose.

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Big Eyes

Big-Eyes

Chi segue il blog sa che spesso recensisco volumi che possono essere utili a chi come me si occupa di counselling e pedagogia o questioni di genere. Libri che hanno lo scopo di ampliare le conoscenze, approfondire determinate tematiche, farsi un’idea su specifiche situazioni. A volte però anche i film possono dar vita a riflessioni in campo pedagogico.

E’ il caso di Big Eyes, film del 2014 diretto da Tim Burton con  Amy Adams e Christoph Waltz.  E’ la storia di  Margaret Keane, pittrice degli anni cinquanta e sessanta e della sua strana esistenza. Strana e rivoluzionaria.

Gli anni ’50 erano un’epoca meravigliosa se eri un uomo. Sono Dick Nolan e di mestiere invento cose: sono un giornalista. Questa è la storia più strana di cui abbia mai scritto. Incominciò il giorno in cui Margaret Ulbrich lasciò il suo soffocante marito. Molto prima che lasciare mariti diventasse di moda.

Mentre la voce fuori campo pronuncia queste parole le immagini non lasciano scampo all’immaginazione: Margaret fa i bagagli, prende per mano sua figlia e, insieme, scappano in auto. A San Francisco Margaret trova lavoro in una fabbrica di mobili, come decoratrice. Anche questo è un passaggio molto importante del film: Margaret si reca al colloquio portando con se un portfolio dei suoi migliori lavori pittorici. Lo sguardo del titolare è critico non tanto per le indubbie capacità, quanto per la situazione generale:

Non arrivano molte donne qui. Suo marito approva che lei lavori?

Nonostante tutto Margaret riesce ad essere assunta e nei giorni liberi coltiva la sua passione, la pittura, realizzando ritratti per pochi spiccioli alle feste o nei mercatini. E’ così che incontra quello che diverrà poi il suo secondo marito, Walter Keane. Un uomo che sin dalle prime si rivela manipolatore e lusinghiero.

Margaret lo sposa non perché innamorata ma solo per evitare problemi con l’ex marito, intenzionato a sottrarle la figlia per motivi di inadeguatezza rispetto al ruolo genitoriale (era inadeguato per una donna, negli anni 50, lavorare e condurre una vita non in coppia).

Se, negli anni Cinquanta, per una donna era complicato essere single e lavorare, lo era ancora di più occuparsi di arte e di pittura. Per poter vendere le sue opere (improvvisamente balzate alla cronaca per via di un interessamento da parte di importanti star dell’epoca) Walter inizierà ad attribuirsene la paternità. Quando Margaret comincerà a pretendere un riconoscimento Walter organizzerà un incontro con il suo gallerista per permettere alla moglie di parlare della sua arte (paragonata a quella della bambina.. “perché sono tutti artisti nella famiglia Keane”, dirà Walter al suo interlocutore).

Sarà una battaglia lunga, che passerà anche per tribunali, quella che la porterà a riappropriarsi della sua opera, dei suoi quadri..e del suo nome. Sarà una battaglia difficilissima primo fra tutti perché porterà una donna, da sola, a scontrarsi con una società particolarmente complicata che non fa sconti soprattutto alle donne. Guardare questo film produce molte riflessioni, anche rispetto alla società contemporanea: Cosa è cambiato per le donne?

L’arte firmata da donne non vende. E poi qua c’è scritto: “Keane”… Tu sei Keane?

Quella parolina che comincia per P…

  Chi frequenta spesso le pagine virtuali di questo blog sa che da un paio di mesi a questa parte ho cominciato un corso formativo specifico sulla figura del Facilitatore degli apprendimenti. 

Il facilitatore è una nuova figura professionale che si pone l’obbiettivo – appunto- di facilitare gli apprendimenti dei bambini con bisogni educativi speciali. È, anzitutto, un professionista della relazione: il suo scopo è quello di favorire la comunicazione tra scuola, famiglia ed eventuali professionisti esterni coinvolti (penso logopedisti, neuropsichiatri e psicologi, ad esempio in fase di diagnosi di un disa…). Il facilitatore ha quindi a cuore la comunicazione e la formazione/educazione del bambin* e per questo deve essere pedagogicamente preparato. Nel corso dell’intero percorso formativo, conclusosi proprio la settimana scorsa, si è fatto riferimento a dirigenti scolastici ed insegnanti, docenti di sostegno e psicologi, ad educatori e assistenti sociali poiché tutte queste figure possono/ devono essere coinvolte nel caso si presenti un alunn* con bes. Una sola figura professionale continua a latitare…quella che comincia con la lettera P…Del pedagogista non si fa mai menzione, né in questo né in altri contesti. Come mai, c’è da chiedersi? L’ultima lezione del corso era riferita all’individuazine di idee e spunti per la creazione di uno sportello di ascolto e counselling sui bes: lezione tenuta da una psicologa, mai un riferimento a come le abilità pedagogiche possano essere spese in un contesto di questo tipo.

Un altro esempio:  pochi mesi fa si è tenuto a Viterbo  il Festival dell’educazione. Vi invito a cercare in rete il programma, dare uno sguardo agli ospiti e al comitato scientifico. Il predominio degli psicologi è palese. Ma non si tratta di un festival di psicologia, il titolo è chiaro. Si parla di educazione, è la scienza che si occupa di educazione e formazione è la pedagogia…peccato che quasi non se ne faccia cenno…

A mio modo di vedere il problema è alla radice: non si conosce ancora abbastanza la figura del pedagogista e questo crea un grande fraintendimento anche rispetto ad altri ruoli inerenti l’educativo.  Se il pedagogista è ancora una professione sconosciuta si è portati a pensare che l’unico depositario di un sapere progettuale e metateorico, necessario per impostare un lavoro di questo tipo, sia lo psicologo. L’unico, anche, dodato di dignità professionale (se si pensa che di solito tutti siano autorizzati a fare gli educatori..tendenza che spesso le cooperative  confermano, assumendo chiunque a svolgere questo ruolo ..). Il pedagogista, invece, ha una scienza di riferimento – epistemologicamente fondata – è un sapere che è, insieme, prassico, teorico, metateorico e teoretico. Ha una propria dignità, svolge consulenze sui temi afferenti l’educativo e il formativo, ha una specifica preparazione che gli consente di operare in molti ambiti, primi tra tutti quello scolastico, quello formativo (agenzie formative, orientamento..) e quello educativo (comunità con bambini ed adulti, situazioni in cui si rende necessario tutelare e potenziare le capacità residuali come le rsa e le case di riposo per anziani, attività con genitori, attività con utenti affetti da disabilità …). 

Credo sia doveroso far conoscere questi aspetti della nostra figura professionale e poter favorire una presenza consapevole sul territorio e nei vari servizi. se è vero che questa realtà rappresenta una situazione di comodo per molte altre professioni (che si possono, così, ritagliare molti nuovi ambiti di intervento…) credo anche che per invertire la tendenza sia necessario anzitutto un investimento in prima persona che tradurrei con un “metterci la faccia”: far conoscere la professione, investire sulla propria formazione, offrire un servizio di qualità (di fronte al quale è difficile avanzare richieste per ottenere una prestazione professionale in maniera gratuita)… Lavoriamo su di noi, investiamo su di noi e facciamo rete…perché ci sono mille associazioni che ‘tutelano’  la professione? Già non abbiamo un albo, se poi finiamo anche per parcellizzarci ulteriormente è finita! coalizziamoci e chiediamo a gran voce un riconoscimento, anche attraverso alla legge che molti colleghi stanno cercando di far avanzare in parlamento.

La battaglia è appena cominciata ma se il gruppo è coeso le possibilità raddoppiano.