Le buone pratiche del counselling

Il libro curato da Giorgio Piccinino vuole colmare un vuoto pratico: se in questi ultimi anni si sono moltiplicati i saggi che hanno cercato di definire i confini, le competenze, i fondamenti epistemologici del counselling pochi sono stati i volumi che hanno cercato di identificarne, nella pratica, le sue applicazioni.

Ogni capitolo del volume intende approfondire un ambito di applicazione del counselling, oltre a fornire alcuni contenuti teorici utili ad inquadrarlo con più precisione. Scorrendo le pagine si può così scoprire che il counselling può essere utilizzato per lavorare sull’integrazione dei ruoli che le persone ricoprono nella vita di tutti i giorni. Un altro ambito di applicazione del counselling è rappresentato dal lavoro nelle organizzazioni: la relazione di aiuto può servire per attivare risorse e per migliorare la comunicazione all’ interno del team. Il counselling risulta essere un buon strumento di lavoro per operare con i genitori, per sostenere le loro competenze educative. Come strumento delle relazioni di aiuto, poi, è fondamentale per riconoscere le qualità personali e le proprie potenzialità e favorire i processi di resilienza.

Il volume presenta inoltre una serie di strumenti utili per l’attività professionale (l’egogramma, il questionario delle spinte, il questionario sulle carezze…) corredati da nozioni teoriche per comprendere meglio l’Analisi Transazionale.

È un saggio che consiglio a tutti coloro che vogliono approfondire gli usi e le applicazioni del counselling e, in particolare, a chi è interessato all’Analisi Transazionale. 

 

Di zoo, bestiari e altre amenità 

L’estate è, per molti, il periodo in cui si concludono gli impegni iniziati in inverno e ci si rilassa con le ferie. Per molti, m non per me. Complice il nuovo lavoro, la progettazione delle attività per settembre, i corsi formativi il tempo da dedicare al blog si è ridotto drasticamente.

Per questo sono costretta raccontarvi, ora, un fatto che risale oramai ad un paio di settimane fa. Nel weekend del 10 luglio ho fatto un breve viaggio appoggiandomi, come sempre al portentoso Blablacar car. Durante il tragitto, proprio sul l’ora di pranzo, l’autista ha acceso la radio, giusto per farci un po’ di compagnia,  sintonizzandosi su 105. Ascolto poca radio e generalmente mi sintonizzo su Capital o Controradio quindi proprio non conoscevo la programmazione di 105. Scopro così che intorno alle 13 comincia un programma che si intitola ‘lo zoo di 105’. Il nome mi era familiare ma, ammetto, non lo avevo mai ascoltato. Vengo così catapultata all’ascolto di un programma gretto e volgare. Gli argomenti forti sono stati:

– l’infedeltà delle donne, di tutte, perché ‘sono tutte puttane’ ;

– il governatore Crocetta e la notizia (?!) relativa allo sbiancamento anale (!?) a cui si sarebbe sottoposto.

Confesso: ho resistito all’ascolto non più di 30 minuti e l’ho fatto sforzandomi, solo per capire se si trattava di ‘un momento particolarmente spinto’ o se tutto il programma si basasse su quei toni. Credo che la risposta giusta sia la seconda. Ho colto solo populismo e volgarità. Ho ascoltato accostamenti folli: tra politica e orientamento sessuale, tra problemi sociali e questioni personali. Ho assistito ad una denigrazione assoluta della figura femminile: slutshaming unito ad affermazioni qualunquiste.

Perciò mi chiedo e vi chiedo: avete mai ascoltato questo programma?  È possibile segnalarlo? 

Pubblicità e riflessioni: Pensieri sparsi sull’empowerment, Bes e Dsa

  Chi segue il blog lo sa: mi capita spesso di avviare una riflessione partendo da  un film, un libro o una notizia di cronaca. Oggi vorrei partire da una pubblicità. E no, non utilizzerò – questa volta! – uno spot per rimarcare le differenze di genere o portare alla vostra attenzione il sessismo strisciante che spesso si percepisce in molte immagini che fluiscono attraverso il canale TV. Per una volta vorrei parlarvi di una pubblicità “virtuosa” .

La pubblicità in questione è quella di un’autovettura. Si svolge in un ambiente domestico, un salotto, e i protagonisti sono il bambino – intento a leggere la pagella – e i genitori, seduti vicini, che lo guardano e aspettano impazienti. I voti che il bambino legge sono disastrosi.. Uno..due …tre… Ma nonostante questo i genitori sembrano entusiasti. ” hai preso tre! È già tre volte meglio del voto precedente!” Oppure “ottimo! Ti mancano solo tre punti per raggiungere la sufficienza!”.

Chiaramente lo spot è portato agli eccessi però il messaggio è secondo me interessante e apre la strada ad una bella riflessione che il corso sui Bes e sui Dsa  che sto frequentando ha decisamente favorito. Uno dei principali problemi per i bambin*\ragazz* che possono essere inquadrati tra i Bes o i Dsa è la motivazione. Un problema di apprendimento si riflette inevitabilmente sulla motivazione, per lo studio e per il personale percorso scolastico, del quale l’alunn* non si sente parte. Un bambin* poco motivato sarà più frustrato e percepirà le varie attività didattiche con maggior fatica, come un peso.

Il ruolo del facilitatore dovrebbe essere un po’ come quello dei genitori dello spot: senza spingersi tanto (come nello spot) il facilitatore ha il compito di sostenere la motivazione dell’alunn* e per farlo è essenziale procedere per semplici passaggi: dare meno compiti, eseguire esercizi più semplici ma in autonomia, passare – nell’atto della realizzazione dell’esercizio – da un aiuto, ad un sostegno, ad una supervisione, in modo che percepisca un nuovo senso di autoefficacia.

Promuovere il senso di autoefficacia significa sviluppare l’empowerment, che potremmo definire come il processo – e l’esito – che porta la persona a percepirsi potente. Favorire l’empowerment è fondamentale per tutt*, in qualsiasi momento dell’esistenza, ma acquisisce un valore ulteriore per i bambin* diagnosticati da Dsa o che possiedono Bisogni educativi speciali.
(Immagine tratta da Google)

Gesti di solidarietà e di resistenza pedagogica

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Lo ammetto, per un istante mi sono sentita orgogliosa delle mie origini liguri.

Perchè dovete sapere che la scelta di lasciare la mia città non è stata dettata solo da motivi contingenti (prospettive lavorative limitate, opportunità lavorative sempre più ridotte dalla crisi …) ma anche per un motivo che definirei “etico”.  Negli ultimi anni ho visto la mia terra impoverire non solo economicamente parlando ma anche in senso morale. E’ normale, la crisi genera improbabili guerre tra poveri e se le persone non hanno modo di difendersi  – con un pensiero e ragionamento forte – il rischio di cadere in dinamiche poco felici c’è. Dalle mie parti purtroppo c’è stato. Ho visto un territorio potenzialmente florido ridursi sempre di più, persone intrappolate nel proprio isolamento volontario (un isolamento contro gli altri). Rare forme di associazionismo e sicuramente poco produttive, poco utili se non a raccogliere fondi (il nostro lato pratico spesso portato alle estreme conseguenze) e mai a creare occasioni: di incontro, scambio, contatto. Perché sono queste tre cose, secondo me, a portare nuove opportunità e qui in Toscana l’ho imparato bene.

Per questo leggere questa notizia, oggi, mi ha riempito di gioia. L’evento organizzato a Bellissimi, un borgo bellissimo di nome e di fatto, mi rende orgogliosa di essere imperiese. E’ un piccolo gesto di coraggio e di resistenza pedagogica, la definirei. Aprirsi all’altr*, conoscere un pezzo del suo mondo e dare a lui o a lei la possibilità di vedere il nostro. Senza paure, senza barricate, senza terrori mediaticamente indotti.

Peccato che la gioia sia durata fin quando non ho letto i commenti alla notizia. Da essi traspare il lato peggiore del ligure, ma anche dell’italiano medio, che vive in città ai margini dell’impero e autenticamente provinciali. Mi spiace molto per loro: perderanno l’occasione dello scambio con l’altro, del confronto che è sempre accrescimento. Perderanno la possibilità di mettere in discussione affermazioni che spesso assimilano e vomitano senza neppure aver verificato. Io quest’anno una ragazza, una profuga, arrivata dal Sud Sudan con un barcone l’ho conosciuta, proprio grazie al mio lavoro. E’ stata temporaneamente alloggiata presso la comunità dove lavoro. Ha 17 anni e due occhi sorridenti seppur provati.

E’ una ragazza molto carina, nonostante l’aria sempre un po’ nostalgica. Ha profonde ferite ai polsi. Ora che si sono cicatrizzati sono diventati segni, “cose che stanno al posto di qualcos’altro”: della sua vita passata, delle sue sofferenze. Anche se non capisce una parola di italiano prova ad imparare ogni giorno e se non si riesce si comunica a gesti.

Posso confermare che per il suo sostentamento le istituzioni pubbliche mettono in atto gli stessi provvedimenti per altri ospiti. Perché dove c’è un disagio – psichico, sociale, economico, linguistico – un paese civile degno di essere chiamato tale deve mettere in atto forme di sostegno – aiuto e se si può intervenire prima – di prevenzione. Mi spiace per i miei conterranei e connazionali che non lo capiranno mai.

(foto tratta dall’articolo di Imperia Post)

I Giochi nell’Analisi Transazionale

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Secondo Eric Berne, padre dell’Analisi Transazionale, la dimensione sociale si compone di transazioni:

Se due o più persone s’incontrano in un aggregato sociale, prima o poi qualcuno si deciderà a parlare o a dar segno in qualche modo di essersi accorto della presenza altrui. Questo è lo stimolo transazionale. L’altro, o gli altri, diranno o faranno qualcosa che sarà in qualche modo in rapporto con lo stimolo: e questa è la reazione transazionale (A che gioco giochiamo, Bompiani editore).

Le transazioni, definite come unità minime dello scambio sociale, determinano i contatti tra le persone e – analizzandole – è possibile intuire molti aspetti della nostra persona. Esse possono essere complementari, incrociate o ulteriori.

Anzitutto in che posizione esistenziale ci collochiamo. Come ci percepiamo? come percepiamo gli altri? Poi le nostre convinzioni copionali. Berne stesso definisce il copione

un piano di vita che continua a strutturarsi, dopo essere stato strutturato nella prima infanzia sotto l’influenza dei genitori (…).

Rappresenta, in sostanza, ciò che noi crediamo di noi stessi (“sono degno di essere amato”, “non posso crescere se non voglio perdere l’amore dei genitori”, “sono condannato a non ottenere mai ciò che voglio”…). A meno che non si vada a lavorare per cambiare queste convinzioni copionali, Berne ci insegna che ogni persona metterà in atto, nel corso della propria vita, strategie per confermare queste convinzioni di fondo.

Questo breve cappello introduttivo – a proposito di Berne e della sua AT – è indispensabile per permettere a tutt* di entrare in contatto con il volume di Sabrina D’Amanti, psicoterapeuta specializzata in Analisi transazionale – intitolato I Giochi dell’Analisi Transazionale.

Per rispondere alla nostra esigenza (“fame”, avrebbe detto Berne) di strutturare il tempo, ogni essere umano può impiegare diversi “modelli” di comportamento che variano dall’isolamento (in cui il contatto con l’altro è pressoché inesistente) all’intimità (il modo più autentico di contattare l’altro).

I giochi possono essere definiti  come

una serie ricorrente di transazioni, spesso ripetitive, apparentemente razionali e con una motivazione nascosta…una serie di operazioni con un trucco.

Il volume ha il pregio di definire – nella prima parte –  l’impianto teorico necessario per comprendere questi concetti e – nella seconda – effettua un’analisi dettagliata dei singoli giochi distinguendoli a seconda del ruolo che assume chi li gioca (Persecutore, Vittima, Salvatore). Ogni gioco comporta la complementarietà di due ruoli (un persecutore si “scaglierà” contro la sua Vittima) che cambiano proprio durante il gioco (il persecutore può diventare vittima, la vittima persecutore). La psicologa illustra in modo schematico i motivi sociali e psicologici che si celano dietro ai giochi e anche la loro antitesi, ovvero il modo per non farsi agganciare dal gioco di qualcuno.

Lo scopo del volume è aiutare le persone ad individuare i giochi, riconoscerli per cominciare ad agire su se stess* prendendone le distanze. La premessa infatti è che se ci sono gli elementi per individuarli è possibile anche, gradatamente, smettere di usarli (non a caso il volume è corredato da un bel post scriptum  nel quale, per punti, sono indicati alcuni validi “atteggiamenti di personalità” da adottare) riconquistando una visione autenticamente berniana: io sono ok, tu sei ok.

Avviso ai navigant*

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Scrivo perché mi piace condividere punti di vista, opinioni e informazioni.

Scrivo, poi, brevi recensioni perché a causa/grazie al mio lavoro sono in continuo aggiornamento e credo che i libri di cui racconto brevemente la storia (corredata dalle mie personali riflessioni) sia un modo per suscitare l’interesse verso queste tematiche per chi non è “addetto ai lavori” mentre, per i collegh*, può essere un modo per trovare nuovi spunti di riflessione per il proprio lavoro.

Se vi piace ciò che scrivo potete premere il bottoncino “mi piace”; se ciò che scrivo vi piace talmente tanto che vi sentite di condividerlo non dovete far altro che premere il tasto “reblog”. E’ lì, è fatto proprio per questo motivo.

Trovo poco carino il gesto di riutilizzare le mie stesse parole per realizzare un articolo, magari una recensione. Credo che per poter recensire un libro vada prima letto. Perché ciò che conta di una recensione non è fare il “riassuntino”, ma far trasparire un’idea. Farfugliare le parole di altri non mi pare assolva a questo scopo.

Grazie e buona lettura a tutt*!

La principessa che credeva nelle favole

  Marcia Grad Powers ci conduce all’interno di una fiaba che fiaba non è. Con il linguaggio semplice proprio di questa struttura narrativa, la psicologa ci racconta la vicenda di una principessa – cresciuta ed incoraggiata dalla propria famiglia reale ad aspettare il proprio principe – che si troverà a vivere in un incubo.

Victoria è una bambina educata dai genitori a vivere sommessamente le proprie emozioni tanto che per poter accettare la propria parte bambina hadovuto  “inventarsi” l’escamotage dell’amica immaginaria , Vicky, che con il suo carattere solare, la passione per la danza e i canti (“disdicevoli” secondo i suoi genitori) permette alla principessa si coltivare la parte più autentica di sè. 

La bambina cresce all’ombra di un restrittivo codice reale – che discrimina la condotta adeguata ad una principessa da quella non idonea – e di due genitori che la incoraggiano ad essere buona, a reprimere le emozioni negative e ad aspettare il proprio principe nella convinzione che una donna possa sentirsi realizzata solo alla presenza di un uomo e, possibilmente, di una famiglia.

Quando, durante gli anni trascorsi all’ Università Imperiale, Victoria incontra il principe, decidono presto di convolare a nozze. Subito, però, le cose cambiano: “il dottor Sorriso” – così la principessa chiama il suo principe, proprio per via  della sua capacità di farla ridere – rivela una parte di sè cattiva e perversa che lei inizierà a chiamare “il signor nascosto”. In seguito alle prime liti Victoria deciderà di trascorrere un po’ di tempo tornando dai genitori, tentando di farsi aiutare da loro.  Tenta poi di dare una nuova chance al suo amato ma quando lui comincia a metterle le mani addosso non ha più dubbi: insieme a Vicky decide di scappare per sempre.

Comincia così per Victoria e per la sua parte “bambina” un cammino alla ricerca della verità. Accompagnata da un gufo ‘esperto in faccende di cuore’, un delfino ‘esperto in faccende di emozioni’ e un mago che – diversamente dagli stereotipi – è donna ..(ovviamente senza barba e cappello a punta!) attraverserà il sentiero della verità, il mare delle emozioni, la terra di ciò che è, il viale dei ricordi e la valle della perfezione…tutto per raggiungere il tempio della verità. 

È un percorso formativo, quello che ci racconta Powers, che spesso le donne che subiscono violenza compiono grazie al supporto dei Cav e dei loro operatori. Le vittime riflettono su di se per arrivare a capire le ragioni della violenza e i motivi per cui certi comportamenti, lesivi della dignità e dell’integrità psicofisica, vengono passivamente accettati. Anche la principessa attraversando questi luoghi si troverà a riflettere su se stessa, cercando di capire molto di se. usando il linguaggio proprio dell’Analisi Transazionale, possiamo individuare quelle che sono state le sue convinzioni di copione, la sua posizione esistenziale, l’atteggiamento da salvatrice nei confronti del principe, che inizialmente si difende dicendo di agire “sotto l’influenza di un incantesimo”.

La lezione che Powers ci insegna vale per Victoria come per tutte le donne che subiscono violenza: non si può amare nessuno se prima non si ama se stesse, non si può sottostare alle esigenze degli altri: se ci piace fare qualcosa – perché ciò ci rende delle “bambine libere” – che sia cantare o recitare (come nel caso della principessa) dobbiamo farlo. Come direbbe Berne ognuno di noi “è ok” ed è meritevole di affetto e amore. 

Per una donna vittima di violenza questi concetti, che potrebbero essere banali, in realtà non lo sono affatto. Il libro ha proprio il pregio di semplificare – grazie al linguaggio delle fiabe – concetti e contenuti complessi. È lo strumento perfetto per parlare di violenza di genere a tutti: nelle scuole, negli incontri pubblici con un pubblico eterogeneo, alle donne che si recano presso i Cav. Parla alla nostra parte bambina e, proprio per questo, ha molte chance di essere ascoltato.

Tra Dsa e Bes: la figura del Facilitatore degli apprendimenti

Chi mi segue in modo costante, magari approfittando dei tanti aggiornamenti che pubblico sulla mia pagina Facebook (a proposito..chi ancora non lo sa può trovarmi qui! ) saprà che in questi ultimi mesi – oltre a portare avanti gli studi in Counselling in Analisi Transazionale – mi sto dedicando ad approfondire alcune tematiche relative ai Dsa e alle nuove frontiere della didattica inclusiva. Sto partecipando ad un corso formativo promosso dalla Provincia di Prato e da alcune agenzie formative del territorio volto all’individuazione delle competenze necessarie per abilitare la figura del  facilitatore degli apprendimenti. Con questa espressione un po’ macchinosa si vuole ricordare una delle principali finalità della didattica che è quella di avvicinare gli studenti alla scuola favorendo i loro processi di apprendimento, più che quella di sollevare barriere e allontanarli progressivamente dal mondo scolastico. Non è un caso che questo corso sia promosso proprio dalla Provincia di Prato: qui, infatti, la percentuale degli alunni stranieri iscritti a scuola – elementari, medie, superiori – oscilla tra il 16% e il 25%.

Pochi giorni fa Il Ricciocorno Schiattoso mi ha inviato un link, proprio a proposito di Scuola e Dsa.

Con l’articolo si vuole rispondere ad una docente “sbigottita dalla tendenza del nostro sistema educativo ad attribuire ogni difficoltà degli alunni a ipotetici disturbi mentali.”

La docente che scrive al direttore parte da alcune considerazioni legittime:

Oltre 90 mila alunni con DSA tra gli anni scolastici 2010/2011 e 2011/2012 , 24.811 certificazioni in più (+37 per cento). L’incremento più significativo alle superiori, il numero più alto di studenti alle medie». (…) Nel 2013 all’ ASL 5 (Pisa, n.d.a.) sono arrivate 530 richieste di valutazione per DSA che hanno confermato 343 diagnosi. In pratica, si è registrata una richiesta di diagnosi ogni circa 641 persone e un caso di Dsa ogni 990 abitanti.

La risposta data dal Direttore è in linea con l’opinione che ho maturato frequentando il corso in queste settimane. E’ vero, si sta assistendo ad una progressiva “medicalizzazione” del’impianto scolastico. Il problema però non sono le norme ma la loro applicazione.

Per favorire l’inclusione l’impianto normativo italiano si è adeguato (sempre con quella tipica lentezza che lo contraddistingue): se fino agli anni ’90 si consideravano solo gli alunn* con disabilità (L.104/92) oggi si fa riferimento anche a nuove certificazioni riguardanti i famosi Disturbi Specifici dell’Apprendimento e i Bisogni Educativi Speciali.

La legge riguardante i Dsa (dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia) è stata promulgata nel 2010. Ma non esistono solo i Dsa. Esiste anche un’altra categoria di cui ancora si parla poco, troppo poco. Mi riferisco ai Bes: bisogni educativi speciali.

Secondo Dario Ianes i Bes (che comprendono anche le disabilità certificate dalla L. 104, i Dsa certificati dalla L.170, ma anche una serie di problematiche – come lo svantaggio socioeconomico, o linguistico – che non godono di alcuna certificazione) riguardano difficoltà evolutive in ambito educativo/apprenditivo. La Direttiva Ministeriale del 27 dicembre 2012 ricorda che l’obiettivo dell’individualizzazione dei BES (individuazione affidata al perdonale docente e ai consulenti pedagogici,  che non si esprime in alcuna diagnosi) consiste nell’orientare la didattica verso una personalizzazione del percorso formativo. I BES complicano il lavoro dei docenti: non si chiede loro di avere un unico metodo d’insegnamento ma, al contrario, di saper individuare nuove strategie  per favorire il percorso evolutivo dei bambin* facendo loro raggiungere  i medesimi obiettivi ma attraverso nuove strade.

Dal mio punto di vista la legge sui Dsa è precisa e ha colmato un vuoto: si tratta, adesso, di adeguare la didattica al cambiamento normativo. Spesso infatti la certificazione viene usata come un’arma: per tutelare i docenti (“l’alunno è certificato” spesso suona come  un “è autorizzato a fare meno”…dunque il corpo docente si sentirà meno in colpa di possibili rallentamenti  e delle possibili difficoltà riscontrate dal gruppo classe) e le famiglie (di fronte alla inadeguatezza di molte scuole preferiscono tutelare il figl*, senza sapere che si tratta di una tutela solo di facciata).

Il mio suggerimento quindi è: parliamo meno di Dsa, parliamo di più dei Bes. Educhiamo le persone, soprattutto i genitori, ad una conoscenza approfondita di questi argomenti. Mettiamo in discussione l’idea per cui una certificazione è di per sé sufficiente ad annullare il problema. Facilitiamo lo sviluppo di nuovi metodi di apprendimento. Da qui anche l’esigenza di nuove figure da inserire nel panorama scolastico: il facilitatore degli apprendimenti ha proprio la funzione di valutare quali possono essere le migliori strategie per il raggiungimento degli obiettivi, deve conoscere nuovi metodi di lavoro, nuovi strumenti e, soprattutto, si pone come esperto nelle relazioni: cura, cioè, il rapporto tra corpo docente, genitori e alunni. Il facilitatore orienta i genitori e i docenti, li aiuta a individuare nuovi metodi per migliorare il lavoro dell’alliev*, sia in classe che a casa, da informazioni circa gli uffici territoriali che si occupano di didattica e strumenti dispensativi e compensativi, favorisce il processo di crescita personale dell’alunn*, potenziandone il senso di autoefficacia e di autostima.Il facilitatore, facendo proprie le abilità del counselling e della pedagogia, si contraddistingue per essere anche un professionista dell’ascolto empatico: non fornisce soluzioni ma pone le persone lungo il cammino per trovarle da sé. Credo ci sia bisogno di questa figura professionale per rendere la didattica meno “tecnica” e più umana.

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