Sono ancora viva. Voci di donne che hanno detto basta alla violenza

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Sono ancora viva, testo pubblicato alla fine dello scorso anno e curato dalle giornaliste Chiara Brilli e Elena Guidieri, è come prima cosa un’affermazione di riscatto e di dignità. Si tratta di un’antologia di storie di donne che sono riuscite ad uscire da una condizione di violenza – fisica, psicologica, sessuale, economica – inflitta dai partner. Una sorta di racconto corale nel quale possono ravvisarsi molti tratti comuni a tantissime storie di violenza e perciò particolarmente utili a chi, ancora, vi si trova invischiata. Utile per capire, per trovare sostegno, per realizzare  che ciò che sembra capitarci in prima persona non è in realtà una nostra prerogativa ma, purtroppo, una consuetudine che accade a molte. Utile come primo passo per realizzare di avere un problema e correre ai ripari.

Ci sono, in commercio, moltissimi volumi che affrontano la questione “violenza di genere”. Molti sono prettamente teorici e specialistici, destinati ad un pubblico di operatori; tanti altri trattano i fatti di cronaca più efferati, nella maggioranza dei casi conclusi tragicamente. Il volume di Chiara ed Elena, invece, pone il proprio focus sulle donne vive. Essere vive, urlare al mondo di essere riuscite ad attraversare un uragano non è esattamente una cosa banale, se si leggono le storie. Come quella di Giulia, che si trova a combattere contro un uomo violento e possessivo proprio durante il periodo della gravidanza. O come quella di Chiara, che una sera si ritrova le mani del suo compagno intorno al collo e lì capisce che sarebbe dovuta fuggire per sempre dal suo aggressore. O come quella di Rosina, che intraprende una relazione extraconiugale e che per questa ragione sarà costretta a perdere tutto: la dignità, i suoi figli, la sua vita.

Il testo si articola in modo dinamico: le domande poste alle donne intervistate rispondono bene alle esigenze del volume; il lettore è condotto all’interno di ogni singola storia in modo puntuale, preciso. Gli interrogativi posti, inoltre, tengono conto delle tecniche di colloquio generalmente adoperate in un contesto come e quello della consulenza (Bernianamente corrispondono alle tecniche di colloquio applicate dall’Analisi Transazionale: con le domande si esorta alla chiarificazione, si chiede una confrontazione, si approfondisce un aspetto con una specificazione…) e permettono alle intervistate di raccontarsi pienamente.

Dall’analisi delle storie emergono alcuni tratti comuni che la letteratura specialistica  ha definito come “fattori scatenanti” il fenomeno della violenza domestica: il più rilevante è quello relativo alla gravidanza: i dati e le dichiarazioni raccolte dalle denuncianti sottolineano come spesso si assista ad una escalation di violenza proprio in seguito alla notizia di aspettare un bebè. Un altro aspetto importante riguarda il fatto che le autrici indagano anche le tante debolezze del sistema italiano a protezione della vittima: uomini che patteggiano pene gravi, carabinieri e poliziotti che “consigliano” alle vittime di non denunciare per non rovinare la reputazione del partner, donne che si sentono abbandonate dal sistema che dovrebbe proteggerle e aiutarle, anche nella gestione delle piccole faccende quotidiane (che in situazioni così complesse diventano macigni).

Sono ancora viva è un urlo liberatorio delle donne che faticosamente sono uscite o tentano di uscire dal momento più buio della loro esistenza e, insieme, un grido di speranza per coloro che ancora, stanno cercando la forza di reagire.

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Considerazioni – scomode – di una “privilegiata”

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Una cara amica oggi ha pubblicato un post a proposito degli insegnanti e della cattiva fama che spesso li precede (e che si potrebbe riassumere con quelle chiacchiere da bar che suonano così: “lavorate 18 ore, avete almeno 3 mesi l’anno di vacanze… ma di cosa vi lamentate?”).

Il post in questione è il seguente:

TROVATEMI UN ALTRO LAVORO IN CUI CI SIANO TUTTE, DICO TUTTE, LE SEGUENTI CARATTERISTICHE:
Una o più lauree;
Una o più specializzazioni;
Una o più abilitazioni;
Uno o più master di perfezionamento;
Uno o più corsi di aggiornamento;
Uno o più concorsi vinti o superati;
Un periodo di precariato di durata “media” tra i 3 e i 20 anni circa;
Un’alta probabilità di andare in pensione da precari (cioè disoccupati);
Uno stipendio tra i 400 e i 1300€ max;
Un contratto collettivo nazionale scaduto da 8 anni;
Il cambio della sede di lavoro ogni anno, (da precario e non solo), spesso lontana e scomoda da raggiungere;
Il cambio di uno o più “datori di lavoro” ogni anno o più volte l’anno;
La variazione del “tipo” di lavoro, anche ogni anno (sostegno, discipline varie);
Il cambio di “clientela” ogni anno o più volte l’anno;
La “clientela” numerosa di quartieri difficili o di periferie pericolose;
Il luogo di lavoro con ambienti talmente fatiscenti che a volte ti crollano sopra;
Nessun rimborso spese per benzina o buoni pasto;
Nessuna certezza di avere carta igienica o carta per le fotocopie sul luogo di lavoro;
Il Wi-Fi assente in molti posti di lavoro, sostituito da chiavette personali a carico del lavoratore;
Le numerose varianti dell’handicap psico-fisico da gestire (BES, H, ADHD, DSA…);
Conoscenze approfondite ed aggiornate;
Competenze relazionali, pedagogiche, didattiche, educative e giuridiche;
Il pagamento dello stipendio per le supplenze che arriva anche dopo molti mesi;
Il licenziamento ai primi di giugno o, se si ha fortuna, a fine agosto;
L’incertezza assoluta di un nuovo lavoro a settembre;
Nessun diritto a permessi retribuiti di alcun tipo (se si è precari);
Nessun diritto a prendere ferie quando si vuole, se il Dirigente non le concede (precari e non);
La frequente necessità di trasferirsi in un’altra regione per trovare lavoro;
Il lavoro di correzione e preparazione (mappe concettuali, slide, ppt, riassunti, verifiche tradizionali, strutturate, semi-strutturate, miste, diversificate, differenziate, personalizzate e test) anche di domenica;
I rischi civili e penali (Culpa in vigilando, Culpa in educando);
Gli straordinari h24 non retribuiti (per non parlare dei rischi) come accompagnatore nelle uscite didattiche;
Le spese non rimborsate, durante le uscite didattiche;
Il rischio di ricorsi al TAR da parte della “clientela”;
Il lavoro A LUGLIO (per Esami di Stato, corsi di recupero, esami finali di recupero, scrutini giudizi sospesi ecc…) o A FINE AGOSTO in scuole dove si toccano i 43 gradi;
Il lusso di poter andare in bagno, perché per poter fare i bisogni devi chiedere a qualcuno di buon cuore se ti sostituisce, altrimenti non ti puoi assentare;
Il rischio di minacce, danneggiamenti all’autovettura e aggressioni fisiche;
I rischi legati al pendolarismo (incidenti, danni e/o usura mezzo, patologie cervicali, dorsali e lombari);
I rischi di patologie legate al lavoro usurante (burnout; noduli alle corde vocali; allergie al gesso o agli agenti chimici dei laboratori, disturbi alla vista);
La consapevolezza che non si può “fare carriera”, perché l’unica “carriera” che un docente desidera è il rispetto da parte dell’opinione pubblica e della classe politica, la dignità delle condizioni di lavoro, il rinnovo del contratto e una riforma degna di questo nome.

A me pare che tutte le professioni che hanno a che fare con l’educazione (educatori, educatori professionali, pedagogisti…) possano tranquillamente avere tutti questi requisiti: lavori scomodi, con un’utenza particolare (spesso anche in orari notturni, – che per lo meno ai docenti non è richiesto..almeno per ora! –  senza il minimo affiancamento..penso ai tanti che come me lavorano o hanno lavorato in comunità), sedi spesso difficili da raggiungere, rischi alti (per la propria incolumità o quella di altri), datori di lavoro che cambiano di volta in volta, contratti a termine che lasciano letteralmente “a piedi” il professionista nei mesi in cui non lavora, senza nessun tipo di sussidio o aiuto sindacale. Tutto questo si sposa spesso (“spesso”, non sempre, dato che in molti casi aziende e cooperative preferiscono assumere un OSS – quando va bene – con la stessa qualifica di un educatore, solo per potergli “garantire” ancora meno diritti) con profili professionali di tutto rispetto: lauree, qualifiche, master, aggiornamento professionale costante (spesso pagato di tasca propria).

Questo è il primo grande problema: le professioni afferenti l’educativo e il formativo, in Italia, non ripagano degli sforzi realizzati. Spiace, ma è così.

Seconda questione: le generalizzazioni non mi piacciono. Io sono del parere che le generalizzazioni siano sempre sbagliate: se due operatori dell’Asl (faccio per dire…) timbrano il cartellino e se ne vanno a far la spesa gettano discredito sulla categoria, esattamente come fanno  il docente arrogante e nullafacente o l’educatore incompetente rispetto alla propria categoria professionale.

A mio parere, la riflessione non dovrebbe riguardare le categorie professionali, ma le persone. E in un mondo ideale (mi direte: sicuramente ben lontano da quello nel quale siamo costretti a vivere) le persone dovrebbero poter aspirare a criteri meritocratici di valutazione.

Se proprio vogliamo fare un discorso “di classe” (la “classe di docenti” vs. “la classe degli educatori”, o “degli impiegati del catasto”..o quella che volete) direi che il problema è intergenerazionale: se  – come ha scritto Jacopo in un recente post su facebook –  l’Italia possiede il 130% del debito pubblico

significa una cosa, in soldoni: la generazione prima di noi si è pagata il benessere con i nostri soldi. Chi ora è costretto a farsi campare da suo padre o da sua nonna non è un bamboccione: richiede solo indietro i suoi soldi.

E’ evidente che una certa generazione ha vissuto ben al di sopra delle proprie possibilità ipotecando in parte il nostro futuro.

Il futuro di chi ora  precario e non accetta di essere anche definito “privilegiato”. Perché non lo è.

Qualche link a margine di questo mio sfogo:

http://www.rivistastudio.com/standard/lotta-di-classe-anagrafica/

http://munafo.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/03/26/essere-giovane-in-italia-fa-schifo-e-questi-7-grafici-ne-sono-la-prova-definitiva/?ref=fbpe

Alberto Pellai: qualche riflessione a proposito della teoria “gender”

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Oggi, 20 giugno 2015, gli amici di Adinolfi scendono in piazza per protestare contro i diritti e i programmi di educazione all’affettività previsti dall’ordinamento scolastici.

Sara, un’amica che mi segue sempre sulla pagina facebook, mi ha consigliato di leggere un articolo scritto da Alberto Pellai (se non lo conoscete vi invito a guardare qui). E’ un articolo che, per essere letto, necessita di almeno 15 minuti: se non li avete non lo fate. Parla della sua esperienza professionale e dei tanti tentativi di sabotaggio che incontra durante gli interventi pubblici.

Si tratta di una lettura “attiva”:Alberto non vuole solo raccontare come la pensa, ma invita tutti all’azione. Per questo chiedo di arrivare a leggere fino in fondo. Fatelo, datemi retta!

Una buona lettura a tutti, che possa aiutare a chiarire le idee una volta per tutte.

“Ci vogliono circa venti minuti per leggerlo per intero, quindi se non li avete lasciate perdere. E’ un messaggio che non vi lascia passivi, perché alla fine dello stesso scoprirete che anche voi avrete un ruolo da giocare in prima persona.
Parto dal dato di fatto: lavoro da più di 20 anni nel settore dell’educazione emotiva, affettiva e sessuale rivolta all’età evolutiva. Ho sempre promosso un pensiero critico nel mondo degli adulti perché i bambini e gli adolescenti non siano lasciati soli e ricevano l’educazione di cui hanno bisogno, anche in questo campo. Soprattutto in questo campo.
Da alcuni mesi mi succede una cosa strana: al termine delle mie numerose conferenze su questo tema, il dibattito è quasi sempre monopolizzato da persone che appartengono ai movimenti che si oppongono alla diffusione dell’ideologia “gender” nelle scuole e che lanciano forti allarmi chiedendo ai genitori presenti di fare molta attenzione perché nelle scuole italiane i nostri figli vengono avvicinati da programmi fortemente diseducativi che diffondono l’ideologia gender e che inducono l’omosessualità. Parlo di “induzione dell’omosessualità” perché di questo sono stato accusato io, in occasione di una conferenza per genitori tenuto presso il centro studi erickson il giorno 13 febbraio. Al termine del mio incontro, dove avevo parlato di tutto tranne che di ideologia gender (presentavo il mio nuovo libro “Tutto troppo presto” che non ha nulla a che fare con questo tema), il primo intervento è di un signore in prima fila che più o meno dice così: “Non ho molto da dire su quello che lei ci ha fatto sapere stasera, però ho qualcosa da dire su un libro che lei ha scritto e che in alcuni passaggi giustifica e può indurre nei bambini l’omosessualità”. Il libro in questione è “Così sei fatto tu”che ho pubblicato per Erickson e che è finalizzato ad aiutare i bambini a superare gli stereotipi di genere che in questo momento affliggono in modo significativo entrambi i sessi. Intendo, quei condizionamenti educativi per cui alle nostre figlie viene insegnato che per avere successo come femmine conviene mostrarsi “ammiccanti, disponibili, magari anche molto sexy” e ai nostri figli maschi viene invece insegnato che mostrarsi machi, insensibili e potenti è il miglior modo per appropriarsi della loro identità di genere.
Di fronte all’obiezione rivoltami dal signore io ho deciso di leggere a voce alta il libro ai più di 100 adulti presenti chiedendo di essere fermato in ogni passaggio in cui le parole della storia avrebbero giustificato e/o indotto nei bambini l’omosessualità. Ci tengo anche a precisare che personalmente non ritengo l’omosessualità qualcosa che va giustificata e non penso nemmeno che sia possibile indurla. Credo che chi ce l’ha la vive e la integra nella propria identità. Sono anche convinto che – di questi tempi – gli adulti siano molto confusi e non ne sappiano parlare con chi sta crescendo, situazione che a sua volta genera molta confusione nei minori. Così può succedere che un adolescente con orientamento omosessuale si senta impossibilitato a parlare di ciò perché il mondo intorno a lui non ha parole “sane” da dirgli. Così come può succedere che adolescenti con orientamento eterosessuale sentano in alcune zone del loro percorso di crescita una spinta ad esplorare (anche solo a livello di fantasie e in una dimensione totalmente intrapsichica) l’omosessualità e che non potendone parlare con nessuno e percepire che questo fa parte di un passaggio di crescita naturale e fisiologico (che per alcune persone si risolve poi nella definitiva appartenenza all’eterosessualità) le cose si complichino perché i pensieri cominciano a caricarsi di ansia e di paura, semplicemente perché non c’è nessun adulto vicino che sappia rimanere tranquillo e affrontare il tema con quella giusta dose di pacatezza e serenità che poi aiuta il ragazzo stesso a ridiventare tranquillo e sereno.
Torniamo a quello che mi è successo a trento: terminata la lettura del libro ho chiesto al signore in questione di indicarmi con precisione quali fossero stati i passaggi a giustificazione e induzione dell’omosessualità. Risposta: In realtà io non l’avevo letto bene e del tutto. Sì forse questo libro non è pericoloso, ma l’ideologia del gender lo è”.
Bene ripartiamo da qui: io non conosco l’ideologia del gender e personalmente come padre di quattro figli io non l’ho mai incontrata sulla mia strada. Sulla mia strada ho incontrato progetti di educazione affettiva e sessuale, progetti di prevenzione dell’omofobia, progetti di informazione sessuale. Soprattutto come padre, ho avuto modo di parlare con i miei figli di omosessualità dopo stimoli (a volte positivi perché ben condotti dagli adulti, a volte negativi perché condivisi tra bambini e ragazzi in modo molto maldestro) che gli stessi figli avevano ricevuto in situazioni formali ed informali della loro vita extrascolastica. E ho sempre pensato che queste conversazioni fossero un mio dovere di genitore e un loro diritto di figli. Non mi ha mai spaventato nulla di ciò che il mondo esterno ha raccontato loro del sesso, perché in molti casi i miei figli (e spesso lo fanno anche i miei giovani pazienti) poi tornano da me per confrontarsi, dialogarne e condividere visioni, valori e informazioni. Credo che come adulti responsabili noi dovremmo agire in questo modo: offrire ai nostri figli la nostra competenza e disponibilità al dialogo su tutto. Se così impostiamo la nostra relazione educativa, nulla del mondo fuori potrà davvero far male ai nostri figli.
Procediamo però con il racconto di Trento: se il signore in questione non aveva letto il mio libro, secondo me non avrebbe dovuto sentire l’urgenza di intervenire per primo al termine della mia conferenza per denunciarne la pericolosità. Muoversi in questo modo è solo dimostrare di avere pregiudizi ideologici.
E questa stessa situazione io l’ho riscontrata anche a Trieste, in occasione di una conferenza tenuta a dicembre, dedicata alla presentazione dei materiali e dei metodi descritti nel mio manuale “Le parole non dette” (Erickson ed.) un manuale che presenta un laboratorio educativo in cinque lezioni finalizzate alla prevenzione degli abusi sessuali.
Va detto che “Le parole non dette” è un progetto che esiste da più di 15 anni. Il manuale che lo descrive ha venduto decine di migliaia di copie. I bambini coinvolti in questo progetto di prevenzione da anni sono centinaia di migliaia. Mai una volta il progetto è stato attaccato da chicchessia in quanto pericoloso. E’ stato così ben valutato da essere scelto in Canton Ticino come progetto ufficiale di prevenzione primaria nelle scuole elementari della Svizzera Italiana (anche lì decine di migliaia di alunni da più di dieci anni lo stanno ricevendo grazie al lavoro della Fondazione Svizzera per la Protezione dell’Infanzia). E’ stato anche prescelto dalla comunità europea per un progetto di replicazione in altre quattro nazioni, all’interno del progetto Daphne.
Ora, per la prima volta, mi sono trovato a presentare questo progetto e a dover gestire un dibattito di oltre un’ora a suon di citazioni tratte dalla Costituzione e dalla Sacra Bibbia con accuse di: “Sporcare la mente dei bambini”, “traumatizzare i bambini coinvolti che erano rimasti gravemente danneggiati dalla partecipazione al progetto”, “sessualizzare e adultizzare i minori” attraverso questo progetto di prevenzione. E’chiaro che queste parole a me, medico, che quando mi sono laureato ho fatto un giuramento di Ippocrate e ho promesso che avrei usato la mia professione per fare del bene non per fare del male, mi hanno causato un certo disagio. Ho chiesto allora ufficialmente alle persone che mi stavano muovendo queste accuse di raccontarmi bene le storie di traumatizzazione dei loro bambini perché questo era un fatto davvero grave e in tutti i modi avrei dovuto cercare di porvi rimedio. Risultato: le persone che mi accusavano non erano genitori, ma riferivano commenti di genitori che si erano rivolti a loro. Che però quella sera, in cui io ero lì a disposizione di tutti, avevano deciso di non presentarsi alla conferenza. Al tempo stesso, alla medesima conferenza erano presenti tantissimi genitori di bambini che stavano facendo il progetto di prevenzione e che si dichiaravano davvero entusiasti di ciò che stava avvenendo nelle scuole frequentate dai loro figli.
Il dibattito quella sera è durato più di un’ora e mezza. È stato tutto monopolizzato dagli adulti che si oppongono all’ideologia gender e credo di aver dato risposte pacate, informate e competenti. Grande è stata la mia sorpresa di vedermi raccontato due giorni dopo in un’intera pagina di un giornale locale come il promotore di un programma che “vuole insegnare il sesso ai bambini che credono ancora a babbo Natale” (cito testualmente il titolo a lettere cubitali messo in cima alla pagina). Io sarei quella persona lì: ovvero il professionista che vuole insegnare il sesso ai bambini che credono ancora a babbo natale. Nessun contradditorio, risposta del direttore del giornale che conferma come questi siano tempi pericolosi e i professionisti che fanno il mio mestiere attentatori alla crescita dei minori e distruttori della morale pubblica.
Posso dire di sentirmi offeso da questo modo di essere raccontato. In realtà, ho lasciato passare due mesi e poi con tranquillità ho mandato una mail personale all’autore dell’articolo. Non l’ho fatto sui giornali, l’ho fatto in privato, sulla sua mail privata. Io non ho ricevuto alcuna risposta.
Così come non ho ricevuto risposta dalle tante mamme che mi hanno inviato mail ultrapreoccupate dichiarandosi inorridite dal mio progetto di prevenzione, alle quali ho spiegato per filo e per segno perché potevano stare tranquille, alle quali ho detto che sarei stato a loro totale disposizione via skype per spiegare ogni cosa avessero voluto sapere da me. Ho perso ore per rispondere a queste mail così preoccupate. Nessuno più si è fatto sentire. Però tutte queste persone si sono sentire libere di parlare male pubblicamente del progetto “Le parole non dette”.
Vengo all’ultimo capitolo di questa saga. Chissa se mi state ancora leggendo. In questi giorni il Friuli Venezia Giulia è tornato ancora su tutti i giornali, sempre ad opera di denunce provenienti da associazioni che si dichiarano contrari all’ideologia gender. I titoli dei giornali sono questi:
Gender all’asilo – A Trieste s’insegna ai bambini a toccarsi (Notizie Provita).
Esperimenti hot all’asilo: toccamenti e scambi d’abito per i bambini. (trieste prima)
Bimbi travestiti da bambine: leggete il documento choc che regola il gioco del gender – IlGiornale
Questo progetto è stato raccontato dalla stampa nazionale come un progetto che “dopo aver fatto fare un po’ di ginnastica ai bambini, dovrà far notare loro le sensazioni e le percezioni provate. Per rinforzare questa sensazione i bambini/e possono esplorare i corpi dei loro compagni, ascoltare il battito del cuore a vicenda o il respiro». «Ovviamente – si legge ancora – i bambini possono riconoscere che ci sono differenze fisiche che li caratterizzano, in particolare nell’area genitale».
Io ho letto con attenzione il progetto. L’attività in questione prevede che i bambini facciano attività fisiche e motorie, seguite da attività di rilassamento. Durante l’attività di rilassamento devono imparare a sentire il proprio corpo, a rimanere in sintonia con se stessi, a rendersi conto in modo concreto che il cuore rallenterà la sua corsa, che il respiro decelererà, che tutto tornerà all’equilibrio originale, dopo aver sostenuto una fatica fisica. Potranno anche con l’uso di stetoscopio ascoltare il battito del cuore degli altri bambini. Insieme scopriranno che tutti i corpi funzionano nello stesso modo, sia quello dei maschi che quello delle femmine. Poi potranno anche parlare invece di cosa differenzia i corpi dei maschi da quelli delle femmine. Allora si potrà anche parlare degli organi genitali, nominarli e scoprire che la differenza tra maschio e femmina sta proprio lì. Ora ditemi in quale passaggio si dice che i bambini sono inviatati a “toccarsi” affermazione che lascia sottintendere “toccarsi sui genitali”. E’ davvero questo lo scopo del gioco. Tra l’altro nel mio primo libro pubblicato in vita mia “Educare alla salute giocando” (F.Angeli ed.) che è del 1986, io ho proprio inserito la medesima attività, dopo averla sperimentata per anni in una scuola elementare della provincia di Varese, all’interno di un progetto di educazione alla salute. Trent’anni fa quell’attività non era parsa scandalosa a nessuno. I bambini con cui avevo lavorato l’avevano molto apprezzata. Il libro ha venduto qualche migliaia di copie e non è mai finito sui giornali.
Perché, adesso, invece tutto questo ci fa paura? Che cosa ci sta succedendo? Davvero la moralità e l’integrità dei nostri figli è messa in pericolo da progetti come “Il gioco del rispetto” di cui vi invito a leggere per intero tutte le attività e tutto il percorso(vi invito a cercare con Google il documento descrittivo)? Perché se uno racconta di questo progetto soltanto che i bambini imparano a toccarsi e i maschi a mettersi su gli abiti da donna, forse anch’io avrei qualcosa da ridire. Ma leggendo l’intero curriculum, a me sembra che questo bellissimo progetto insegni ai nostri figli a contemplare similitudini e differenze del maschile e del femminile, a rispettare anche chi non è uguale a me, a condividere su un piano emotivo sensazioni, impressioni e a volte stereotipi associati all’identità di genere, stratificati nella nostra cultura da decenni di ideologia che fa male a tutti. Agli omosessuali, come agli eterosessuali. Agli uomini come alle donne. Ai cattolici, come agli atei.
Ecco, così come l’ideologia del gender potrebbe fare male quando usata male e a sproposito, io penso che così anche l’ideologia di chi è contro l’ideologia del gender possa essere ugualmente pericolosa e dannosa. Credo che usarla come si sta facendo ora serva soltanto a impedire ai nostri figli di poter accedere a una buona educazione affettiva, emotiva e sessuale, di cui invece hanno tanto bisogno. Lo dico a ragion veduta: perché io che da anni lavoro proprio in questo ambito per la prima volta mi sono trovato attaccato, denigrato, umiliato sul piano professionale da persone che in realtà del mio lavoro non conoscevano quasi nulla. E per semplice pregiudizio, mi hanno usato, come un oggetto, in uno scontro ideologico al quale io non sento di appartenere.
Dico queste parole con particolare sofferenza, perché io sono un cattolico, da sempre impegnato nella promozione sociale e civile. Non ho mai fatto politica, ma ho cercato di essere “politico” con il mio lavoro e con la mia vita. Sono padre, uomo, maschio, docente universitario , psicoterapeuta. Mi riconosco con orgoglio e dignità in tutte queste definizioni. Collaboro da anni con un settimanale cattolico, tengo molte conferenze presso parrocchie e oratori, da alcuni mesi sono anche editorialista di Avvenire. Insomma, penso di essere un uomo di “idee”. Ma non di ideologie. Questa è forse la differenza sulla quale invito tutti a riflettere.
Vi avevo detto che anche voi avevate un ruolo attivo. Perché se siete arrivati fino a qui, ora siete invitati a condividere questo post con almeno un altro adulto, genitore, educatore, cittadino, chi volete voi. E possibilmente a commentare.
Se questo post raggiungerà almeno 100.000 letture, 1000 condivisioni e 500 commenti io proverò a diffonderlo in modo più ampio. Altrimenti rimarrà uno scambio di opinioni al quale spero partecipino tutti. Pro gender e contro-gender, omosessuali ed eterosessuali, genitori e figli, single e sposati. Perché la libertà è importante e la civiltà non può essere mai frutto delle ideologie, ma il prodotto di buone idee. Grazie.
Alberto Pellai

Il Friuli, il marketing…e la “campagna” di Russia

Facciamo un gioco.

Immaginate di essere un imprenditore: dovete sponsorizzare i vostri prodotti per dare una spinta alle vendite, magari per stringere contatti con altre parti del mondo e favorire l’export. Quale immagine utilizzereste? Su quali aspetti puntereste maggiormente?

Ecco, io credo che queste domande se le siano fatte Marco Felluga e Volpe Pasini, due imprenditori di note aziende friulane, o almeno i loro responsabili del Marketing.

Cosa hanno pensato di realizzare? Un filmato per promuovere le loro vigne, la loro uva, il loro vino in Russia. Fin qui tutto bene.

Peccato però che questo sia il risultato

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O meglio, il risultato è racchiuso in un video diretto da Iris Brosch: una serie di immagini – corredate da musica classica malinconica – che rappresentano il backstage dello shooting .

Se vi va potete vederlo qui.

Prima di spiegare (casomai ce ne fosse bisogno) perché sono contraria a questo tipo pubblicità vorrei fare una premessa: credo che le immagini siano bellissime, la luce, le ambientazioni, perfino la colonna sonora. Tutto è perfetto e se fossi in un contesto non commerciale non avrei nulla da ridire (questo per dire: 1)no, non ce l’ho con le modelle perché sono bellissime, 2)no, non ce l’ho con la pubblicità in sé e per sé). Mi capita spesso di andare in giro per mostre fotografiche e ci sono moltissimi lavori che rappresentano nudi femminili che trovo assolutamente pertinenti nella loro dimensione estetica.

Qui, invece, siamo nel commerciale. Per vendere si allude alle curve delle modelle, alla loro bellezza, alle loro effusioni. Un po’ come quando si deve vendere un nuovo modello di moto e vi si pone a cavalcioni una conturbante modella in posa sexy. Il messaggio comunicativo implicito è chiaro: “se compri questa moto potrai avere donne così”.  Il meccanismo funziona anche al femminile: “se acquisti questo capo di abbigliamento sarai anche tu una donna sexy” (da notare: i modelli a cui il messaggio pubblicitario aspira sono costruiti su standard maschili: la bellezza, la sensualità, la “donna in carriera” che per poter farsi strada deve adeguarsi al modus operandi maschile). Il video è tutto un ammiccare: replica cliché e stereotipi sessisti, pensati per soddisfare determinati pruriti maschili.

Qual è il messaggio comunicativo di questo spot? Se non avessi letto l’articolo, non avrei mai immaginato potesse riferirsi al Friuli e ai suoi vitigni.

L’autore dell’articolo si chiede:

E soprattutto che vantaggio in termini di visibilità sul mercato estero per il vino friulano determinerà la circolazione del filmato?

A mio parere il vantaggio sta proprio nella polemica suscitata: fare in modo che se ne parli facilita la permanenza del messaggio pubblicitario nelle orecchie dei possibili fruitori/acquirenti. “Perciò, mi direte, perché perdi tempo a fare il loro gioco?” Perché credo che l’educazione passi da qui: se non si educano le persone a vedere il contenuto autentico, a demolire il messaggio individuandone i sottotesti, ci si potrà anche sottrarre dal loro gioco ma non si produrrà mai alcun tipo di cambiamento culturale.

Io, forse un po’ ingenuamente, aspetto e lavoro affinché i tempi possano maturare. Mi piacerebbe arrivare al punto in cui tutti siano in grado di decodificare un messaggio e prenderne le distanze se non rispetta determinati standard etici…ed umani.

…come scrive Lorella Zanardo:

(…) non aspettate, ragazzi. Non attendete istruzioni, ragazze (…). Alcuni tra noi adulti vi daranno una man, il tempo necessario per costruire ponti sulle macerie prodotte dai crolli  di questo mondo in disarmo. Voi percorreteli. POi sarà ora. Non attendete oltre. Tocca a voi.

Senza chiedere il permesso.

Che schifo.

Proprio mentre sono a Prato a sentire una bella relazione su bes e dsa, a proposito di didattica ed integrazione (in un contesto come Prato, spesso indagato e guardato da altre cittadine italiane proprio per le politiche attivate in materia di accoglienza) vedo comparire sulla mia timeline di Facebook questa foto.

Che schifo.

Io invece dico ‘che pena’. Lo strazio di un gruppo di persone che hanno lasciato tutto per assicurare un futuro (forse) più dignitoso per sé o per i propri figli. Che poi, diciamocelo, dormire in una stazione – dopo aver passato giornate intere su una bagnarola precaria – sono quasi sicura che per loro sarà una situazione omnicomfort…

Invece no, per la persona che ha pubblicato la foto tutto ciò ‘è uno schifo’. E vi risparmio i commenti a corollario, pubblicati da utenti che sì, quelli si che proprio fanno schifo. Commenti scritti da persone che spesso sono in situazioni socio culturali non troppo diverse da quelle dei soggetti ritratti dalla foto. Commenti di persone che fino a qualche anno fa sarebbero stati l’oggetto dell’odio di un’intera comunità (persone del sud, che arrivano al nord a ‘rubare il lavoro’).

Commenti intrisi di razzismo e ottusità. Scritti da persone piccole piccole. Quelle stesse persone incapaci di provare qualsiasi forma di empatia nei confronti dell’altro, ma sempre pronti a richiedere attenzioni dagli altri se qualcosa accade loro. La stupidità di razzisti ed omofobia sta proprio qui, nella pochezza che dimostrano come esseri umani.

 

La vacca più bella del Trentino (sottotitolo: se questo è un giornalista)

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Ok, sappiamo che il servizio pubblico non  brilla per l’offerta televisiva: programmi spesso scadenti, conduttori populisti (uno per tutti: il sempreverde Flavio Insinna…) ma oggi, davvero, ho scovato una perla. Una perla di cattivo giornalismo mista a quel becero sessismo che non guasta mai e che la nostra televisione non è ancora riuscita a sconfiggere.

Si tratta di un servizio del tg regionale, nello specifico del Trentino Alto Adige. L’argomento: il titolo di “vacca più bella del Trentino”, vinto dalla bovina Jolly.

Vi consiglio di guardarlo, per assaporarne i contenuti… Qui, il link:

La voce fuori campo esordisce con queste parole

alta, bruna alpina, generosa ed abbondante nelle forme 

mentre la telecamera, con un movimento dal basso verso l’alto (utilizzato dal linguaggio televisivo quando si vuole oggettivizzare il corpo della donna, come spiega bene Lorella Zanardo in molti articoli del suo blog) si sofferma sulle sì forme, ma quelle della giovane Erika, la contadina che nell’azienda paterna si prende cura di Jolly. L’inquadratura e la voce fuori campo fanno quasi pensare che la descrizione sia per la bella umana e non per la grande mucca che l’accompagna (i commenti, un po’ ironici, un po’ volgari, a corollario del video dimostrano che una grande varietà di utenti di Fb ha inteso la descrizione proprio in questo senso).

“Il titolo di “vacca più bella del trentino” se lo è guadagnato per doti innate” – racconta il giornalista – ma anche per le cure e le attenzioni che la giovane le ha dedicato tanto che

“Erika Brunel, 22 anni, insieme a Jolly, è riuscita a battere la concorrenza di più di 100 vacche da tutta la provincia

Quindi, chi era in gara…Erika o la mucca Jolly??!

Se la prima parte del filmato è dedicata a inquadrature e equivocabili e affermazioni dubbie, la seconda parte degenera in un bel cliché sessista.

Forse l’abito è indossato per l’occasione ma anche in stalla eleganza e sensualità non guastano

Devo ammettere che ho ascoltato questo passaggio più volte: temevo che fossero le mie orecchie a giocarmi brutti scherzi. “sensualità” e “eleganza” non guastano…in una stalla?? Allora da domani voglio vedere tutti i contadini delle campagne italiane spalare la merda e portare il fieno vestiti con abiti di gran classe e accessori di gusto. Basta con quell’orribile cappellaccio in paglia e il fazzoletto al collo, che fa tanto epoca garibaldina! ….chissà perché, sono quasi sicura che il giornalista non si riferisse a loro ma esclusivamente alle giovani che, un po’ controcorrente, decidono di intraprendere un mestiere faticoso – un po’ anacronistico se vogliamo – ma sicuramente a preponderanza maschile.

All’apparenza può sembrare un servizio mal riuscito, pieno di doppi sensi e “supercazzole” un po’ buffe, un po’ ironiche. E forse lo sarebbe, se dietro non ci fosse la tv pubblica. Confrontiamoci con altre emittenti di altri stati: un filmato come questo sarebbe ammissibile?

Perciò, mi chiedo: chi sono i giornalisti? persone pagate per cavalcare il sentire comune, per intralciare il lavoro di tant* professionist* che ogni giorno provano a far cambiare questo paese, portandolo ai “livelli evolutivi” degli altri? Persone che non si pongono problemi rispetto a come le persone comuni “leggeranno” i loro articoli, totalmente privi di una dimensione metacomunicativa.

Se l’intero palinsesto televisivo – di reti pubbliche e private, pubblicità compresa – dimostra che non c’è fine al peggio, i giornalisti sono la perfetta emanazione di questa, povera, televisione.

La lezione di Hailey

  
….e mentre ascolto, al telegiornale, la voce pomposa di Maroni affermare che – in qualità di governatore della Lombarida – è pronto ad interrompere i finanziamenti che dalla Regione dovrebbero confluire nelle casse dei comuni,  ma non di quelli che decidono di contravvenire al suo diktat (“stop accoglienza migranti”). mentre ascolto Toti e Zaia che gli danno credito. Mentre intervistano Salvini che si dichiara favorevole al l’imposizione di Maroni e chiama a raccolta gli altri due, per fissare linee guida comuni per tutto il nord Italia leghista, io penso a Hailey.

 http://www.fanpage.it/la-bambina-di-9-anni-che-costruire-case-per-i-senzatetto/

Hailey ha nove anni e ha fatto dell’aiuto agli altri – in particolare ai poveri e ai senza tetto – la sua ragione di vita, della sua piccola vita. Il suo primo incontro con un senza tetto le è stato “fatale”: prima ha convinto la madre a comprare per lui un pasto caldo, poi ha cominciato a riflettere sulla possibilità di creare piccole casette – calde, accoglienti – in cui poter garantire loro un posto per passare la notte. 

Facendosi aiutare dai famigliari ne ha costruita una e anche il suo paese di è appassionato: l’aiutano vendendole a prezzo di favore i materiali per realizzare le piccole strutture. Chi può le da una mano.

Ecco, mentre i “potenti di turno”, dalla visione miope e dai conti facili, chiedono alle proprie Regioni di chiudere le porte ai migranti  io penso alla lezione di Hailey. Alla sua maturità, al suo modo di vedere i problemi: come, cioè, qualcosa che si affronta lavorandoci sopra, e non arroccandosi in posizioni insostenibili.

Penso alla lezione di educazione e rispetto che ci ha regalato, a nove anni, mentre qui ancora ci sentiamo importanti e “dalla parte giusta” quando pensiamo che l’unico modo per “fermare l’invasione” sia quello di chiudere la porta in faccia a chi sta attraversando un momento di difficoltà.

La triste gioventù

Ogni anno, a giugno, quando incrocio i giovani e gli studenti per le strade della città – con t-shirt colorate e lo sguardo di chi sa che, presto, la tortura della scuola lascerà spazio alle meritate vacanze – mi assale una sorta di nostalgia e subito la mia mente mi riporta agli anni del liceo.

Quando, nel lontano 1999, varcai la soglia del Lliceo Sociopsicopedagogico della mia città sapevo che  – di ritorno a casa – avrei avuto un sacco di Barbie e qualche gioco della Playstation ad aspettarmi per passare il pomeriggio. Se guardo la foto scattata insieme alle mie amiche più care, nel giugno del 2000, rivedo cinque bambine, senza trucco e con magliette oversize dalle fantasie improbabili, sedute sulla scalinata della scuola. Il passaggio all’adolescenza fu graduale e sfumato: non ricordo momenti spiacevoli e, sicuramente, posso dire che la maggioranza delle ragazzine che componevano la mia classe erano esattamente come me: bambine con corpi che lasciavano presagire un’adolescenza incombente, ma pur sempre bambine.

Certo, c’era sicuramente qualcuna più “navigata” delle altre, quella che nella sfera della sessualità era più avanti, quella con la fissa del makeup e quella più modaiola delle altre  … ma non erano circondate da nessuna “aura” magica, né risultavano essere le più invidiate della scuola. Certamente, all’epoca, la parola “baby doccia” non era presente nel vocabolario degl* student* della mia scuola.

In realtà, per quanto mi riguarda, ancora stamattina non sapevo dell’esistenza di questa parola. Se qualcuno mi avesse chiesto il significato, prima di leggere l’articolo de il fatto quotidiano, non avrei saputo rispondere.

Non conoscevo questa nuova tendenza che consiste nel fare sesso una volta al giorno (una, come le volte in un giorno in cui ci si lava) nei bagni della scuola.

Il fenomeno era emerso già a Milano, e scoperto dall’equipe del professor Luca Bernardo, direttore del reparto di pediatria dell’ospedale Fatebenefratelli. È stato lui a parlare per primo di questa nuova tendenza tra ragazzine di 14 e 15 anni, che frequentano perlopiù scuole private: “Abbiamo individuato per ora otto ragazze ma ci risulta che il fenomeno sia molto più esteso. I maschietti–clienti vengono scelti in base a ciò che possono dare in cambio”. Ma come tutte le mode, anche questa è stata poi reinterpretata: nel centralissimo ginnasio del capoluogo partenopeo non si fa più sesso per soldi o per regali, ma – come ci spiegano le ragazze – “solo per il piacere di farlo, per scoprire cosa si prova”. E perché altrimenti si finisce fuori dal giro che conta.

Il meccanismo è semplice, è spietato: si riceve un messaggio in chat, “SSS” si risponde e si fissa l’incontro. Inizialmente lo si fa perché bisogna liberarsi della verginità, per essere considerate dal “giro giusto”. Poi lo si fa per soldi, o per ricompense (ed io – nella mia realtà provinciale – mi ero fermata a questa modalità, seppur ugualmente aberrante). ma adesso si va oltre: le ragazzine lo fanno per il piacere di farlo, piacere che nulla ha a che vedere con il godimento.

Leggendo le interviste – raccolte poi nel documentario “sex and the teens” mandato in onda su Sky qualche giorno fa – mi sono fatta un’idea di una gioventù molto triste, che ha inconsapevolmente bruciato le tappe, che si è ritrovata al centro di scandali che si sarebbero potuti prevenire. Penso alla ragazzina che manda il video hard al fidanzatino ma che, una volta finita la loro relazione, finisce su internet. Penso ai tanti che la insultano (perché lui  è quello che ha reso pubblico un pezzo della loro intimità, ma la “troia” è lei) e penso alla sua impossibilità di uscire dal copione (in linguaggio AT) racchiusa nelle foto ammiccanti e nell’atteggiamento di donna vissuta che continua a mantenere.

Leggendo queste interviste mi pongo molti interrogativi, essenzialmente di tipo pedagogico. Penso che ci sia molta omertà a scuola. L’omertà è il problema peggiore: è quello che costringe l’istituto a non applicare programmi adeguati di educazione all’affettività e alla sessualità un po’ per non contrastare con le richieste dei poteri forti della chiesa, un po’ per liberarsi da eventuali richieste di aiuto da parte di giovani e famiglie. Fingere che tutto vada bene, che non ci siano problemi, che nulla di strano accada nel cambio d’ora o durante l’intervallo. Dico “fingere” perché non credo che tutti gl* studenti siano spie del KGB che agiscono in modo pulito, rapido e senza destare sospetti. Dico “fingere” perché credo che anche le famiglie siano un po’ colpevoli: magari non vedono, magari si voltano dall’altra parte..per paura, per senso di inadeguatezza, per timore di scandali sociali, perché fanno fatica a chiedere aiuto.

Così facendo, però, abdicano al loro ruolo genitoriale e lasciano i figli in una condizione di difficoltà, in bilico tra il chiedere aiuto e la necessità di cavarsela da sé.

“Tutti quanti, soprattutto i genitori, sono convinti che questi aspetti legati al sesso o non esistano proprio o comunque non riguardino loro e i loro figli. Ma secondo me dovrebbero rendersi un po’ più consapevoli di quello che succede. E parlarne. A me per esempio avrebbe fatto piacere confrontarmi con mia madre. Prima dicevo: non ne parlerei mai. Ma ora penso: forse avrei dovuto confidarmi, mi avrebbe potuto dare un consiglio. Serve il parere di una persona esterna, esterna nel senso che non fa parte del tuo giro, che non ti spinge a fare certe cose. Ti può aiutare a capire che non sono cose normali”.

C’è grande onestà nelle parole di Nina: i genitori devono smetterla di avere paura di ricoprire questo ruolo e devono essere presenti, se vogliono che certi potenziali pericoli siano abbattuti prima ancora di risultare un problema. La nostra non è una società pedagogicamente orientata, ma può diventarlo grazie a percorsi educativi, a nuove forme di sostegno in grado di colmare le mancanze (di tutti: genitori ed insegnanti) in materia di affettività e sessualità. Ci sono professionisti stimati in grado di fare ciò: basterebbe concedergli di fare il loro lavoro, in un clima di alleanza e vicinanza reciproche.

perché, parafrasando una frase di Dostoevskij bisogna rendersi degni di svolgere mestieri (penso all’insegnante, all’educatore e – non da ultimo – al genitore) delicati ed importantissimi.

io lavoro: femminile presente. Qualche mia riflessione per il blog di Sara Nocentini

All’inizio del mese di maggio ho partecipato ad una bella iniziativa promossa dall’assessora Sara Nocentini.

Il tem: il lavoro al femminile. Tante ospiti presenti,ognuna con una storia diversa. Inevitabilmente la giornata di approfondimento mi ha fornito numerosi spunti di riflessione: sulle dinamiche lavorative – per le donne spesso poco includenti – sulla possibilità di coniugare tempi della cura e tempi del lavoro, sul precariato che spinge le donne fuori dal mercato lavorativo in concomitanza con eventi belli ed importanti come la maternità. 

Sara ha voluto pubblicare sul suo blog – Incursioni nel Palazzo – queste mie riflessioni tra analisi del presente e progettualità future.

Ne sono davvero felice!
http://www.saranocentini.it/finestra/io-lavoro-dati-prospettive-future/