La pedagogia e le sfide della contemporaneità

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Come scrivevo ieri, nel post relativo allo scambio di punti di vista avuto con Silvia Ferrari attraverso le domande che le ho posto e le sue interessanti risposte, spesso mi capita di osservare che, quando mi presento  e racconto di essere una pedagogista, spesso le persone rispondono con un certo imbarazzo.

La professione è sicuramente poco riconosciuta ed è velata da alcuni pregiudizi che diventano più forti quando viene messa a confronto con la psicologia. Nell’immaginario comune, infatti, lo psicologo è colui che aiuta le persone a stare meglio, il pedagogista (quando non confuso con il pedagogo ….o addirittura col podologo, come un giorno mi capitò di sentire!) è colui che si occupa di regole, di doveri, colui che impartisce “lezioncine” ai bimbi o ai ragazzini e, a volte, può risultare poco simpatico o addirittura sgradevole, col suo carico di richieste e il suo tentativo di “fare la morale”, un po’ alla Libro Cuore.

In queste ultime settimane mi è capitato di ascoltare in TV e di leggere sui quotidiani notizie di cronaca aventi come soggetto proprio i giovani, in alcuni casi appena adolescenti, spesso oggetto e soggetto di notizie tragiche. Notizie come quella del giovane studente padovano, morto – non si sa ancora in quali circostanze – durante un viaggio di istruzione a Milano. O come quella del  clochard che, qualche mese fa a Nola, è stato assalito e picchiato da un branco composto – stando alle riprese delle videocamere – da ragazzine e ragazzini. O ancora, andando indietro nel tempo, quella della bella Martina, studentessa ventenne morta in circostanze misteriose a Palma di Maiorca. In tutti questi casi gli indagati sono giovani, giovanissimi, che hanno agito da soli o in branco, accusati di aver sfogato la propria rabbia contro qualcun* in quel momento più debole, più indifeso di loro.

E poi quest’ultimo fatto: quello della ragazzina disabile presa a sassate in un parco di Milano da un gruppetto di coetanei, tutti tredicenni.

Quando penso a questi fatti rifletto spesso sul valore del pedagogico nella contemporaneità. Pedagogia non significa impartire regole, non significa (necessariamente) occuparsi di bambin*. Attraverso la pedagogia si affronta l’essenziale, ovvero ciò che attiene alla nostra formazione, al nostro nucleo costitutivo. Ciò che siamo e ciò che vogliamo essere. Il nostro rapporto con le emozioni, con l’affettività, con gli elementi cognitivi. Tutto ciò che riguarda il nostro modo di essere si trasmette attraverso l’educazione – intesa come la “relazione tra due o più soggetti”. Ciò che sono andrà a determinare il mio rapporto con gli altri e di conseguenza, lascerà una traccia nel processo educativo che si andrà ad istituire.

Ogni volta, perciò, mi interrogo – pedagogicamente – sulla formazione di questi giovani e sulla loro educazione. Penso alle occasioni mancate e alle loro conseguenze. Ragazzi e ragazze che picchiano per gioco, incapaci di gestire le emozioni – perché non educati a farlo – cresciuti nella convinzione che nella vita sia meglio essere furbi, che onesti.

Bisognerebbe smettere di pensare alla pedagogia come a qualcosa di superato: il contributo che potrebbe dare in situazioni di questo tipo sarebbe altissimo. Più percorsi di sostegno ai genitori, più lavori di gruppo sulla componente affettiva, nelle scuole come nel contesto privato delle proprie abitazioni domestiche.

Perché la pedagogia non trasmette regole o valori. Semplicemente, aiuta le persone ad essere migliori.

Queste riflessioni sono scaturite attraverso la lettura del seguente articolo:http://www.huffingtonpost.it/deborah-dirani/eccola-qui-la-nostra-meglio-gioventu-i-figli-feroci-che-meritiamo_b_7440836.html

Scrivendo queste poche righe ho pensato ad un verso di una canzone di Colapesce, cantautore siciliano:

Congratulazioni a voi, ma che bel bambino

insegnategli ad essere onesto, che i furbi combinano solo casini

(Colapesce, Maledetti italiani)

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L’educazione e i nuovi strumenti social: quattro chiacchiere con Silvia Ferrari

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Ho conosciuto Silvia su internet, quasi per caso: mettendo un like alla sua pagina Redazione pedagogica e seguendola giorno dopo giorno. Ho sempre apprezzato molto i link pubblicati e il suo modo tenero di salutare tutti i fan con un buongiorno un po’ speciale, un po’ ludico (homo ludens insegna …).

Le tante pagine che amministra propongono materiali interessanti, spunti e suggestioni che per chi, come me, si occupa di educazione e formazione costituiscono momenti  di riflessione importanti.

Per questa ragione, quando poco tempo fa ha aperto un blog su una piattaforma specifica, ho deciso di farle qualche domanda: per capire come è nata la sua passione per queste tematiche, per raccontarci quale fosse stato il suo percorso di studi e che cosa significhi – dal suo personale punto di vista – divulgare informazioni e contenuti a carattere pedagogico.

Inoltre ho voluto porle alcune domande sul rapporto tra pedagogia e social. Spesso, quando racconto di essere una professionista che si occupa di educazione e formazione, avverto negli altri una sorta di straniamento, come se la professione del pedagogista (troppo spesso confusa con quella del pedagogo) avesse a che fare con qualcosa di “antico” e sicuramente non al passo coi tempi. Per questo intervistare Silvia mi è parso particolarmente utile: le sue risposte permettono di capire quanto invece sia indispensabile parlare di educazione, soprattutto in un momento come quello attuale in cui la complessità sociale problematicizza anche questa professione: le agenzie formative si moltiplicano mentre si dimezzano le possibilità di trovare guide sicure e voci competenti in materia.

Ecco il nostro carteggio, spero possa risultare stimolante per tutti coloro che si occupano di queste tematiche!

A:  Silvia, come è nato il tuo interesse verso le tematiche pedagogiche?

S.: L’educatore è un guaritore “ferito”, come diceva il centauro Chirone: frase da non generalizzare ma nella quale rispecchio il mio percorso esperienziale prima che di studio. La pedagogia senza saperlo è “entrata” interiormente all’età di 9 anni: molto tempo prima della maturità magistrale e della laurea ho imparato sulla mia “pelle” cosa vuol dire la “resilienza” dopo il trauma della separazione genitoriale (all’epoca mia sorella aveva 2 anni), sviluppando il mio approccio di cura e di empatia verso un minore, con dialogo e ascolto non giudicante. Ho affinato col tempo le mie capacità di osservazione delle dinamiche familiari, cercando nei confronti del minore di “tirar fuori” il meglio dalle sue potenzialità specifiche. I percorsi di studio conseguenti di una libera scelta personale (qui il mio carattere mite, paziente, discreto mi ha favorito), che ha “assecondato” la mia naturale vocazione all’aiuto e all’altrui disagio, sono stati una “cornice” dove “trasferire” questo mio “bagaglio” emozionale ed esperienziale, il cui valore non è da paragonare ai tanti certificati e attestati (senza nulla togliere all’importanza della teoria). Quando all’Università preparai alcuni esami, nei libri ritrovai esattamente gli stessi eventi e la loro risoluzione che avevo vissuto anni prima. La mia tesi di laurea in Educazione degli Adulti ha riguardato proprio la resilienza derivante da eventi critici che possono modificare e/o disgregare l’assetto familiare: per la stesura di alcuni paragrafi i libri non mi sono serviti. L’educazione e la pedagogia col corollario di discipline affini sono il “pane” che “alimentano” la mia vocazione e l’essenza stessa della divulgazione “social”. “Ringrazio” di aver vissuto e superato quel disagio familiare, la mia “palestra” formativa nonché “banco di prova” di futura pedagogista è stata la mia famiglia. Il mio motto è: “chi vive un disagio e lo supera, può aiutare l’altro”, parlo per me, s’intende.

A.:  Quali sono state le tue esperienze professionali in seguito alla laurea?

S.: La laurea quadriennale in Scienze dell’Educazione V.O. (Ex-Pedagogia) ad indirizzo Educatori Professionali Extrascolastici mi ha qualificato pedagogista, ma di fatto le mie esperienze non continuative in anni diversi sono state con qualifiche differenti rientranti nell’ambito educativo e alternate ad aggiornamenti professionali. Post-laurea ho svolto un tirocinio (trovato da me in un’inserzione locale) per assistente all’infanzia in asilo nido/baby parking privato (fascia 0-3) nel Cagliaritano della durata di 5 mesi con 300 ore, a seguire per due anni educatrice domiciliare sia au pair che non (per bimbi in fascia 0-2), per 3 mesi educatrice volontaria in centro infanzia/ludoteca con doposcuola per minori da 0 a circa 10/12 anni in situazioni di disagio familiare (restrizioni orarie del tribunale, difficoltà in famiglia), educatrice in colonia estiva (fascia di età 8-12), per due anni redattrice pedagogica di articoli, recensioni e interviste per siti con temi educativo/familiare, diversi anni fa mi proposi anche per una collaborazione in un centro di ascolto nel Cagliaritano, ma la risposta non arrivò mai. A livello “virtuale” sono amministratore dal 2011 di 8 gruppi educativi di divulgazione su Facebook e da aprile 2015 blogger/web writer.

A.: Quando hai iniziato ad amministrare il primo gruppo educativo su Facebook?

Amministrare i gruppi educativi per me è un modo per tenere viva sia la vocazione che la “fiamma” della passione educativa, che ha rischiato di vacillare per la difficoltà a trovare lavoro. Detto questo, il 1° gruppo che ho iniziato ad amministrare è stato “Che forte lavorare per i bambini” a luglio del 2011: un gruppo creato da un papà e che fino alla mia “promozione” contava appena 58 iscritti. Con la mia nomina si è voluta dare al gruppo un’ impronta” educativa in ragione dei miei studi e anche una “spalla” in più per redigerne la descrizione, aggiunta/rimozione di utenti, moderazione di link e post, controllo costante della bacheca (da pc e cellulare) e rimozione dei fuori tema. In pochi mesi il gruppo ha incrementato parecchio arrivando ai numeri attuali.  Penso (non per vantarmi), di essere l’amministratrice social più attiva.

A.: Col passare degli anni i gruppi amministrati sono saliti a 8. Riesci a differenziare i contenuti che proponi e cosa significa amministrare un gruppo?

S.:Dal 2011 a oggi i gruppi amministrati da me (sola o in condivisione) sono saliti a 8. Spesso mi è stato chiesto:”Come fai a seguirli tutti?” e quando ad aprile 2015 ho creato il mio 8° gruppo, qualche contatto mi ha detto:”Complimenti per il coraggio” e una collega:”Hai avuto un’idea geniale”. Ma torniamo un attimo agli altri. Dopo “Che forte lavorare per i bambini” il 2° gruppo è stato “Scienze dell’Educazione”: ero tra le iscritte per via della laurea omonima V.O. con appena 9 iscritti. Chiesi alla creatrice originaria di “promuovermi” ad Admin, diventai quindi l’unica a gestirlo, approntando lo stesso “modus operandi” del 1° e valido per i gruppi successivi. Col tempo anche “Scienze dell’Educazione” è cresciuto fino ai numeri attuali. A seguire il 3° è stato “Quelli del concorso a cattedra 2012” senza admin, l’ho rilevato e poi “trasformato” dopo due anni nel gruppo “Rete Infanzia” (1° admin di due), quindi il 4° “Non solo psicologia…”, stesso creatore del gruppo “Che forte lavorare per i bambini” e successiva mia nomina a 2° admin: il gruppo si “apre” a temi di psicologia ed educazione. Ormai ad amministrare gruppi ho preso “gusto” e cercando nel motore di ricerca interno a Facebook, ho trovato il 5° gruppo “Dolci mamme in attesa”: pur avendo un discreto numero di iscritte era senza amministratore e allora? mi sono auto-nominata (azione che si può fare e prevista dalle norme sui gruppi). Qui si parla di gravidanze, allattamento, eventi specifici, gruppo ha faticato a “decollare” fino agli inizi del 2015, quando decisi di promuovere a 2° admin una pedagogista/educatrice esperta nel pre-neonatale e cosa importante, è mamma. Ho fatto la scelta giusta: la collega ha quell’esperienza genitoriale che a me manca ed è stata sua l’idea di “trasformarlo” da “pubblico” a “chiuso” per dare modo a mamme, future mamme, ostetriche e altre iscritte di parlare liberamente di temi delicati, ricevendo risposte e supporto dal resto del gruppo. Ecco poi il gruppo 6 “Piccoli consigli per grandi educatori”, nominata 2° amministratore con temi affini agli altri e ancora gruppo 7° “Pedagogisti”, nominata 4° admin e per finire, il 29 aprile 2015 due settimane dopo l’uscita del blog , ho creato il mio 8° gruppo del quale sono Admin unica chiamato “Blog 2.0 – L’educazione in prima pagina”, che accoglie blogger e titolari di siti educativi.  Amministrare un gruppo significa tenere viva la “fiamma” educativa, moderare gli interventi, essere presente con garbo ed educazione e quanto ai contenuti dei gruppi le tematiche sono affini e di interesse collettivo.

A.: Parlami della tua “creatura”, REDAZIONE PEDAGOGICA.

S.:“REDAZIONE PEDAGOGICA” l’ho “creata” il 5 Febbraio 2013 con l’iniziale obiettivo di condividere le mie precedenti redazioni educative prodotte per altri siti affini. In quello stesso anno ho smesso di scrivere articoli causa il noto “blocco” creativo. Col tempo la mia pagina è diventata una “scrivania virtuale” dove postare link di news, eventi a tema accuratamente selezionati (sono solo io ad amministrare la pagina), segnalazioni di letture (apprezzate), massime, locandine, riflessioni mie sugli studi e qualche poesia in rima per il buongiorno ai fan, composta quando ho l’ispirazione. Ricevo (tutt’ora) privatamente richieste per: indicazioni bibliografiche per tesi di laurea (link, testi), consigli educativi, segnalazioni di eventi (ad es., presentazioni di libri, corsi formativi), attestati di apprezzamento e stima da parte di qualche collega con scambio di link di pagina/blog, semplicemente salutarmi. Il mio motto per “Redazione Pedagogica” è: “Quando l’educazione fa notizia”; il vero “motore” della pagina è dato dai fan, che la dinamizzano con visualizzazioni, link, post, commenti, likes, richieste tematiche. Quando una semplice pagina di divulgazione educativa “marcia”, il merito va condiviso con i fan, che non ringrazierò mai abbastanza… Ogni giorno li “accolgo” con un buongiorno speciale (con o senza rima) augurando loro una buona giornata e per loro cerco di fare sempre del mio meglio: perché una pagina “funzioni”, non basta la persona adatta a gestirla, il riscontro deriva dai fan (per la mia pagina: il 93% sono donne e il 7% uomini) diversi per età e aree geografiche. Col blog inaugurato il 16 aprile 2015 “Redazione Pedagogica” è più estesa e ha ripreso la stesura di articoli a mia firma ed è “sbarcata” anche su Twitter come la stessa pedagogista.

 A.: …e ora la tua nuova esperienza, il blog. Come è nata l’esigenza di aprirne uno?

S.: L’idea di un blog l’avevo da più di un anno e inizialmente l’avevo aperto su una piattaforma, ma il “dietro le quinte” era molto complesso e lo chiusi. Dopo qualche mese, lo stesso progetto “Redazione Pedagogica” l’ho attivato su altra piattaforma più agevole e di facile gestione. Da sola ho creato tutte le rubriche che vedete, ho imparato l’incolla-codice per i widget, scrivo nuovi articoli a mia esclusiva firma, do spazio alla divulgazione da clip di lezioni di qualche collega fruibili all’ingresso della home del blog a clip di esperimenti sull’infanzia dal nome di eminenti studiosi. Il blog alla fine è stato una “naturale” estensione dell’omonima pagina social “Redazione Pedagogica”, solo che ha richiesto una lunga “gestazione virtuale”, soprattutto per la stesura degli articoli, che derivano da esperienza diretta/indiretta e/o ricerca tramite un “campione” ristretto e integrati alla fine da una bibliografia tematica di approfondimento (eccetto il 1° articolo) come pure in qualche rubrica, es: “Il cinema educativo”.

A.: Quali sono i punti in comune e/o differenze tra blog e pagine e/o gruppi?

S.: Il mio è un blog personale tematico ad “impronta” pedagogica  con incluse  “finestre” su eventi affini e poi essendo una “Redazione” tratta un po’ di tutto tranne che di cronaca: per quella lascio spazio a siti specifici, tg e giornali vari; io mi occupo solo di educazione e di tutto quanto le ruota intorno. Blog/pagine e gruppi, vediamo i punti in comune: interazione con gli utenti (con commenti o forum collegati), condivisione di temi/articoli sui principali “social media”, divulgazione finalizzata alla conoscenza e informazione, “piazze virtuali” con uno o più amministratori, per pagina/gruppo si “invita” o aggiunge, ma alla fine non cambia poi molto, fan liberamente posso smettere di “seguire” la “piazza”. Le differenze che riscontro riguardano: la centralità della bacheca di un gruppo rispetto a una di pagina dove i fan hanno uno spazio laterale, che forse non dà ampia visibilità, le varie “piattaforme social”, i server che “ospitano” siti e blog, pur trattando temi educativi gli argomenti specifici sono variabili e “rispecchianti” ogni singolo autore, che dà una sua “impronta” sulla realtà sociale. Blog, siti, pagine e gruppi divulgativi hanno un unico grande ambito in comune con tutte le sue “sfumature” e si chiama Educazione.

A.: Quali sono i tuoi progetti educativi futuri?

S.: Il blog era uno dei due progetti educativi che avevo in mente da tempo e dopo la sua “nascita” ho iniziato a lavorare sul secondo: ho detto che era top secret, ma ora posso anche dirlo, senza accennare al tema, il mio prossimo progetto forse sarà editoriale: sto elaborando il mio primo libro. Visto e considerato che sono disoccupata e mi piace scrivere, provo a mettere “nero su bianco” il mio sapere pedagogico. Dopo aver fatto gavetta redazionale per siti educativi (articoli, recensioni, interviste), l’attuale amministrazione di 8 gruppi educativi social + pagina personale + blog, sono pronta per questo “salto nel buio”, augurandomi che “veda la luce” come il blog.

*La pedagogia e la rete*

A.: Come valuti, da un punto di vista pedagogico, la rete e il mondo dei social?

S.: La Pedagogia si compone di due parole greche “pais” e “aghein” che tradotto significa, “condurre il bambino”. Spostando tale definizione in senso molto più generale, oggi la pedagogia “passa” anche per la rete con i vari “social media” e le tecnologie collegate per usufruirne, per “condurre” non solo il bambino ma anche i “care giver” e gli agenti di socializzazione nei “percorsi” non sempre agevoli dell’educazione.  La rete è una “miniera” di informazioni, notizie, idee, blog/siti specializzati sia di esperti che di centri formativi e ciò la rende sicuramente un “territorio” dove trovare e/o dare risposte ai dubbi/domande che tutti abbiamo. Dalle news tematiche che leggiamo, dobbiamo “tirar fuori” (ex-ducere) ciò che è meglio per noi e per l’evento/azione da districare, faccio un esempio: una futura mamma in dolce attesa ha tanti dubbi, domande sul nuovo ruolo che l’aspetta allo scadere dei 9 mesi e quindi che fa? Navigando nella rete troverà tanti portali su gravidanze, i vari tipi di parto e quale scegliere, cosa indossare per stare comoda, calcolare la data presunta del parto e molto altro: le ricerche in rete sono mirate in base al “navigante” che “pesca”. La rete va considerata come un “luogo” da cui trarre il meglio per il nostro vivere, ma senza pensare che quel meglio sia la panacea: siamo noi a dare il giusto significato e “peso” a quanto leggiamo e la rete non è il “sostituto” per la soluzione di problemi… Il web fornisce sì un input a livello visibile (grafica, contenuti), ma l’output al miglioramento deve partire da noi.

A: In rete è possibile trovare moltissime pagine, gruppi, blog e siti a carattere pedagogico. Perché secondo te è così importante veicolare i contenuti pedagogici attraverso la rete?

S.: La società attuale è in continua evoluzione e ogni giorno si pone in discussione. L’educazione nelle sue varie “sfumature” date dai diversi contesti è l’essenza-cardine di “angoli social”, cioè: blog, siti, pagine, gruppi ciascuno con una sua “impronta” data dall’admin e dai suoi studi, dalla sua personalità sviluppata in uno specifico background socio-culturale. E’ importante veicolare bene i messaggi della  divulgazione educativa, da essi dipende il fare bene in modo empatico verso i minori in crescita e verso i vari “care giver”, primi fra tutti i genitori. Facebook è un esempio palese: troviamo un’abbondanza di gruppi educativi personalizzati, di pagine specifiche (es. la mia, servizi educativi, counseling, laboratori, etc) dove chi amministra “trascina” la sua esperienza di vita familiare e professionale al servizio di altri utenti. Blog e siti nascono da un’esigenza più specifica di divulgare il proprio quotidiano, vogliono essere un “luogo virtuale” dove i visitatori possono trovare risposte ai loro dubbi su crescita dei figli, l’educazione, la vita di coppia, aggiornamenti formativi e tutto ciò che ruota attorno alla sfera pedagogica della famiglia ma “in primis” del singolo individuo. La divulgazione educativa in rete va ben “dosata” e condivisa nelle giuste “piazze”: la società si evolve di pari passo con le persone, che vivono situazioni più o meno serene nel vivere quotidiano e che, nel momento del bisogno, oltre a contare sulla “spalla” amica di conoscenti, possono trovare un consiglio, un aiuto anche nel “mare virtuale” del web, ricordando che, il web non deve sostituirsi alle reali interazioni sociali del quotidiano.

A.: In base alla tua esperienza di amministratrice di 8 gruppi + pagina personale + blog, quali sono i punti di forza e di debolezza della nostra professione – nata in un periodo “analogico” – rispetto al momento storico nel quale ci troviamo che è caratterizzato da una sovrabbondanza di elementi di tipo digitale?

S.: Nel 2004 siamo entrati nel Web 2.0, un web che progredisce velocemente (come le tecnologie, avete fatto caso?) e che richiede una conoscenza d’uso (software e hardware) da parte di tutti.  La pedagogia e le sue tematiche a livello “virtuale” stanno aumentando, basta andare su Google e digitare una qualsiasi parola collegata all’educazione: il risultato è un lungo elenco di centri, notizie, corsi, laboratori, forum, blog dietro ai quali ci sono esperti pedagogisti, educatori, counselor, rieducatori e molti altri specialisti dell’età evolutiva, dell’aiuto alla persona, del sostegno familiare e psicologico, che per pura “passione” lavorano per il benessere interiore di chi ha bisogno. I punti di forza di un pedagogista? Senza dubbio, avere carattere e personalità predisposti all’aiuto, preparazione, competenza e professionalità: lavorare a contatto con persone e i loro disagi richiede una “delicatezza” e sensibilità (che non tutti hanno per vocazione ma che col tempo si affina) notevoli, una padronanza di metodi e strumenti, capacità di lavorare in sinergia con altri esperti. Punti di debolezza? Più che debolezza la intenderei un ambito su cui lavorare: l’educazione col web 2.0 è diventata digitale e il professionista deve sapersi approcciare al nuovo che avanza, fatto di tablet, notebook, ebook, smartphone, perché questa è la tecnologia in uso (sempre più smodato) tra i giovani di oggi, la cui vita non è più solo nella realtà sociale ma anche online. Il professionista educativo deve unire il sapere pedagogico padroneggiando i vari media: come ho letto in un libro, sia i genitori che gli esperti devono diventare degli “educatori funamboli”: seguire la nuova generazione stando in equilibrio su due fronti e cioè: la vita davanti al pc e la vita fuori. Naturalmente la tecnologia “sposa” anche le buone cause: abbiamo gli strumenti “compensativi” per i disturbi dell’apprendimento, software che insegnano ad “amare” la matematica in modo divertente e molti altri. Io e altri colleghi/e siamo nati e cresciuti con l’“analogico”, con l’avvento del digitale dobbiamo stare al passo con la tecnologia e i vari “social”, perché il modo per comprendere e lavorare sui disagi non solo di bambini e adolescenti, è “entrare” nel loro mondo. La tecnologia e il web saranno sempre avanti: l’importante è fare un uso corretto di questo progresso.

Il litigio

violenza contro le donne: come la racconta la stampa e come la racconta la vittima..

il ricciocorno schiattoso

Tentato femminicidio, versione del 24 maggio:

litigio

La prima versione della vicenda è stata scritta senza il contributo delle testimonianze. Il giornalista ripropone alcuni topoi letterari tipici delle narrazione della violenza sulle donne:

  • la corresponsabilità della vittima nel precipitare degli eventi, suggerita dal termine “litigio”, che descrive un contrasto animoso al quale prendono parte tutte le persone coinvolte;
  • il raptus, ovvero la violenza come frutto di un impulso ingestibile (ha perso il controllo), dovuto ad una momentanea sospensione della capacità di intendere e volere;
  • le circostanze attenuanti, come la gelosia e la disoccupazione.

Il racconto della vittima, 25 maggio:

versione di leiDalla testimonianza della vittima scopriamo che la violenza non è “esplosa” improvvisamente a seguito di un alterco, ma che l’aggressione era premeditata: l’uomo attendeva il ritorno della donna già armato, animato dal desiderio di umiliare ed uccidere.

Scopriamo anche che l’aggressore, sebbene stesse vivendo un momento di…

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Di felicità e di tempo (ri)trovato

Un paio di giorni fa, su Facebook, la mia amica Giulia ha postato questa foto, condividendola da una pagina pubblica.

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Questa frase mi ha fatto molto riflettere. Quando siamo infelici, quando qualcosa ci turba, spendiamo molte parole per descrivere il nostro stato d’animo. Anche quando non le verbalizziamo, ci soffermiamo a lungo su quello che proviamo e non ci fa star bene in un dato momento, in  una specifica situazione.

Mi sono addentrata in questa riflessione partendo da un aspetto personale: lo scorso queekend ero a casa, mi annoiavo e, se è vero – come mi ha detto Marilla in supervisione qualche tempo fa -che “la noia è una piccola rabbia” probabilmente ero in uno stato d’animo arrabbiato e infelice. Quando invece mi trovo a vivere momenti di intensa felicità, forse proprio perché essi sono immediati, mi ritrovo a non avere il tempo di “pensarli”, di riflettere su di essi per farne tesoro. Insomma, non so se capita anche a voi, ma quando sono felice “non ci faccio caso”, come recita l’aforisma dell’immagine.

Quindi….quindi ho pensato che le cose devono cambiare! Mi sono ripromessa di assaporare con maggiore intensità i momenti felici: sono molto di più di qualche immagine carina scattata con instagram!

Per poterli assaporare, però, è necessario – pedagogicamente – dedicarsi del tempo. Trovare il tempo non è un gioco, la nostra società vive di momenti frenetici e ritmi serrati, ma non è impossibile.

Io mi lascio ispirare da queste belle parole di un canto irlandese che ho trovato sul web…e spero ispirino anche voi.

…trovate il tempo di essere felici e, soprattutto…di farci caso!

‘Trova il tempo di lavorare,
è il prezzo del successo.
‘Trova il tempo di riflettere,
è la fonte della forza.
‘Trova il tempo di giocare,
è il segreto della giovinezza.
‘Trova il tempo di leggere
è la base del sapere.
‘Trova il tempo d’essere gentile,
è la strada della felicità.
‘Trova il tempo di sognare
è il sentiero che porta alle stelle.
‘Trova il tempo per amare,
è la vera gioia di vivere.
‘Trova il tempo d’essere contento,
è la musica dell’anima.

Facciamo il punto?

Generalmente utilizzo il blog per scrivere brevi articoli sui miei argomenti preferiti: gli stereotipi, il sessismo dilagante, l’immaginario televisivo e pubblicitario che umilia la figura femminile, il mondo dell’educazione relegato ad una dimensione marginale, come se tutto dovesse essere per forza “psicologico” e mai “pedagogico”.

Oggi, invece, ho deciso di spendere qualche minuto facendo il punto della situazione rispetto al mio percorso, personale e professionale.

Chi mi segue con assiduità saprà che tra la fine dello scorso anno e l’inizio di questo sono successe molte cose: lo scorso autunno mi sono trasferita a Firenze, pochi mesi dopo ho dato vita a questo blog. Ad inizio anno ho ripreso con la formazione e attualmente continuo a occuparmi di tematiche di genere seppur con una visione più ampia…insomma, di cambiamenti ce ne sono stati tanti.

Proprio per questa ragione vorrei darvi qualche dettaglio in più rispetto a quanto sto portando avanti con grande impegno e tante soddisfazioni 🙂

– Anzitutt la  parte social:

Ho aperto da poco twitter (mi trovate come @AlessiaDulbecco)…ancora sto cercando di orientarmi però mi piace, è una forma comunicativa ridotta all’essenziale e molto interattiva. Se vi va seguitemi, sarete sempre aggiornati con i contenuti e i tweet sulle nostre tematiche preferite.

Oltre a twitter ho aperto una pagina facebook: questo il link diretto https://www.facebook.com/pages/Alessia-Dulbecco/454815091333027?fref=ts . Diversamente dal blog, sulla pagina pubblico anche molte notizie e contenuti che trovo in rete e che credo sia importante  e giusto diffondere. Se siete interessati a tematiche educative, alle questioni di genere vi consiglio di mettere il like.. molti contenuti potrebbero interessarvi 😉

Ultimo, ma non meno importante, il sito web! http://www.alessiadulbecco.com è stato recentemente rivisitato per renderlo più accessibile e fruibile. Nel sito ci sono informazioni rispetto ai servizi professionali che realizzo (consulenze, corsi di formazione etc). Date un’occhiata se vi va… e se avete bisogno del mio supporto potete contattarmi tranquillamente 🙂

– Dal social alla grafica…

La parte social mi porta anche a parlarvi di questioni grafiche! mi sono affidata ad una bravissima web designer che ha progettato per me un nuovo design che diverrà la mia immagine coordinata…perciò preparatevi: presto vi farò scoprire il mio nuovo logo! 😉

– Le collaborazioni:

Ad inizio del mese di aprile sono stata contattata da una cooperativa che si occupa di realizzare interventi educativi per bambini con problemi di apprendimento. Tra qualche giorno comincerò un primo ciclo di incontri coi genitori dei bambini per predisporre le basi in vista di un servizio nuovo che la cooperativa renderà disponibile: brevi serate di approfondimento su tematiche specifiche unite a percorsi di  sostegno alla genitorialità per mamme e papà che riscontrano qualche problema nella gestione dei propri figl* ! Sono molto felice di tutto ciò, è un bel progetto e il gruppo delle educatrici che lavorano in cooperativa è accogliente e disponibile…. ci sono tutte le premesse per un bel lavoro di squadra!

Pochi giorni fa sono stata contattata inoltre da una scuola di counselling per attivare percorsi formativi specifici sulle questioni di genere… la notizia è fresca fresca ma prometto di darvi presto nuovi aggiornamenti!

Ho inoltre intervistato la Dr.ssa Silvia Ferrari, pedagogista e amministratrice di molte pagine Fb, tra cui la seguitissima Redazione Pedagogica, che ha dato il titolo al suo blog inaugurato da poche settimane – con la quale ho avuto una bella chiacchierata virtuale a proposito della sua visione pedagogica e rispetto all’importanza della divulgazione in rete di notizie a carattere educativo…l’intervista è in fase di analisi e conto presto di pubblicarla!

– Le pubblicazioni:

Ho recentemente scritto un articolo per la rivista della mia scuola di counselling. L’argomento? il counselling complementare all’interno delle relazioni di aiuto in un centro antiviolenza… non male, eh? Al momento è in fase di analisi da parte dela commissione esaminatrice… spero di potervi presto aggiornare scrivendovi che è stato accettato e verrà pubblicato!

 

 Insomma… in circa otto mesi direi che qualche passo in avanti è stato fatto! Da brava “self-counsellor” rifletto sul mio percorso e non posso che esserne felice: spesso è tutto molto faticoso ma sono stata ripagata. Spero sempre più di contestualizzare la mia professionalità e crescere… ma tutto questo non sarebbe possibile senza di voi: che mi seguite sul blog, che commentate i miei post, che mi fate sentire sempre la vostra presenza ! Per cui il finale di questo articolo – un po’ autocelebrativo, ma ci sta! – lo dedico a voi:

  

Abbattere gli stereotipi …a piccoli passi.

Non c’è nulla da fare…gli stereotipi sono ovunque!

La scorsa settimana mi è capitato di entrare in una nota università americana con sede a Firenze. Il dipartimento delle “visual arts” si trova in una bella sede, in pieno centro. Gli studenti sono giovani americani che decidono di svolgere un semestre in Italia, seguendo corsi e lezioni complementari a quelli normalmente svolti in sede.

La scuola prende in carico in maniera globale i giovani studenti, curando non solo la parte didattica ma anche quella relativa alla loro sistemazione in città. Questa premessa risulta indispensabile per capire alcuni aspetti della scuola che saltano subito agli occhi non appena si percorrono i corridoi, ci si sofferma nelle aree studio o si osservano i materiali presenti sui tanti tavolini o al desk all’ingresso. La scuola ricorda costantemente cosa fare o cosa non fare: dentro le aule, a lezione, quando si gira per la città…persino dove gettare i tovagliolini per asciugarsi le mani quando si va in bagno.

Ed è proprio su questo aspetto che vorrei soffermarmi … Perché se è vero che la scuola fa di tutto per ricoprirsi di un’aura internazionale e cosmopolita (come è giusto che sia, visto le sue “origini”) quando si tratta di stereotipi, purtroppo, ci riveliamo sempre molto italiani!

In bagno mi sono imbattuta in questo cartello:

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“cerchiamo di essere signore”. Cioè cerchiamo di comportarci in modo appropriato, gettando i tovagliolini nel cestino anziché intasare la toilette.

…perché per compiere un gesto di questo tipo bisogna essere “signore”? Questo è, a mio modo di vedere, un altro piccolo esempio di come spesso gli stereotipi vengano utilizzati quasi inconsapevolmente. La costruzione culturale tradizionale ha tratteggiato una figura femminile pulita, ordinata, rigorosa. Quando si vuol esprimere il concetto di “comportiamoci bene” si utilizza l’espressione “comportiamoci da signore”.

Per questo credo che la persona che ha “pasticciato” il cartello cancellando la parola ladies e scrivendoci accanto – con un pennarello indelebile – “hygienic individual” abbia davvero stravinto! Per comportarsi in modo adeguato quando si utilizzano i servizi pubblici non serve essere signore, basta essere persone con un buon senso dell’igiene.

Perché gli stereotipi si cancellano anche così, trovando parole diverse per descrivere comportamenti abituali, che non possono avere alcuna connotazione di genere.

Lettera aperta a Michelle Hunziker e Giulia Bongiorno

il ricciocorno schiattoso

federico

Gentili Michelle Hunziker e Giulia Bongiorno,

a seguito della vostra iniziativa di pubblicizzare a mezzo stampa e in TV la Sindrome da Alienazione Genitoriale o Alienazione Genitoriale che dir si voglia, ergendovi a paladine del diritto del bambino a non essere “alienato“, senza la minima cognizione di causa di cosa andate raccontando all’Italia tutta, colgo l’occasione di farmi portavoce di una persona a me molto cara, che sono certa avrebbe piacere di incontrarvi e raccontarvi di persona che cosa è la Pas.

Parlo di Antonella Penati, la mamma di Federico Barakat, che a soli otto anni e mezzo, a cusa della Pas è morto, brutalmente assassinato da Mohammed Barakat, suo padre, quel padre che Antonella Penati è stata accusata di voler “alienare”.

Era un uomo violento, Mohammad Barakat, e questo Antonella lo sapeva bene. Ha cercato protezione per se stessa e per il suo bambino, come ogni…

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Non chiamateli mostri

Negli ultimi sette giorni si sono verificati almeno tre casi odiosi: a Messina, a Napoli, a Roma.

I primi due sono stati descritti come “omicidi-suicidi”, l’ultimo come una “violenza sessuale causata da un raptus”.

http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/sicilia/messina-33enne-accecato-dalla-gelosia-uccide-la-ex-fidanzata-poi-si-spara_2110001-201502a.shtml

Era giovane Stefania, studentessa di ventun anni.Ha trovato la morte per mano del suo ex, che non si rassegnava all’idea della fine del fidanzamento

http://www.ilvelino.it/it/article/2015/05/05/napoli-omicidio-suicidio-un-carabiniere-uccide-moglie-e-figlio-e-poi-s/e198cab0-c6b2-4ce2-80aa-d68397902d33/

Del fatto di Napoli si conoscono molti meno dettagli, forse il fatto che l’omicida sia un Carabiniere ha reso i giornalisti più omertosi e meno avidi di notizie e pettegolezzi. Era una coppia modello? Quali sono le cause di questa “tragedia” che ha colpito non solo la moglie ma anche la figlia? Non ci è dato sapere.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/05/12/simone-borgese-il-raptus-e-il-racconto-della-tassista-io-rovinata-per-sempre/1674175/

Sembra proprio un bravo ragazzo, Simone. Peccato che nie fatti sia né più né meno di uno stupratore. Qualche notte fa ha violentato, picchiato e rapinato una donna, una tassista. E’ salito sul taxi, ha chiesto una modifica rispetto al percorso inizialmente comunicato e l’ha portata in una strada isolata, con una scusa (le ha chiesto l’importo) ha aspettato che la donna si distraesse per prenderla per i capelli e cominciare a picchiarla, fino ad obbligarla ad avere un rapporto sessuale. Nonostante la lucidità fa appello al concetto di “raptus”, ad una serie di vuote etichette (non ricordo cosa è successo, ho fatto un errore, non mi perdonerò mai…) che i giornalisti si trovano troppo spesso ad utilizzare nonostante l’inutilità – perché basterebbe parlare di violenza contro le donne.

In sua difesa è scesa in campo la madre.  “Mio figlio deve pagare per quanto commesso ma, vi giuro, non è un mostro”, dice la signora.

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(foto tratta dal profilo Fb di Narrazioni Differenti)

Non chiamatelo mostro, è solo un giovane dal passato difficile.

Non chiamatelo mostro, è solo un uomo ferito dall’abbandono della moglie, rea di aver chiesto la separazione.

Ieri si è verificato un altro “omicidio-suicidio”, come tanto amano definirlo i giornalisti.

http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/CRONACA/ravenna_guardia_giurata_uccide_compagna/notizie/1347438.shtml

A Ravenna un uomo ha ucciso sua moglie e il loro cane, prima di farla finita sparandosi con la stessa pistola che, fino a pochi mesi prima, usava per motivi di lavoro (era una guardia giurata).

E allora in questo contesto, per capire come mai lui possa avere all’improvviso premuto il grilletto, potrebbe rivelarsi determinante il fatto che l’uomo da tempo soffrisse di una grave patologia intestinale.

E che per questo assumesse anche farmaci antidepressivi. Più di recente gli era stata prospettata un’operazione chirurgica che avrebbe segnato per sempre la qualità della sua vita. Una sequenza di eventi che letta così, restituisce il gesto disperato di qualcuno che vuole portarsi dietro tutti i propri cari, compreso il cagnolino.

Qui c’è tutto. le giustificazioni improbabili (i problemi intestinali, una possibile operazione….), il gesto disperatola volontà di portarsi dietro i propri cari. il femminicidio come gesto di amore.

Non chiamateli mostri, sono solo persone con un passato difficile, una vita complicata.

Hanno un papà che li picchiava, una moglie stronza che voleva lasciarli, un problema di salute. Soffrono di gelosia, temono la reazione degli altri, sono frustrati dalle cose che non vanno come vorrebbero.

Quante giustificazioni avete mai sentito per una donna che si macchia di un fatto terribile come l’omicidio di un figlio? Quante sono state giustificate dall’essere in una condizione di difficoltà, dall’avere un problema sul lavoro, o nella vita di coppia, o di salute. Per quante sono state spese parole di pietà e non di violenza o rabbia per aver commesso un “fatto contro natura”?

Stupratori e assassini: non chiamateli mostri. Continuate a sfogarvi contro le donne. Medea insegna.

Io lavoro: femminile, presente. Qualche riflessione e qualche proposta a margine di una bella iniziativa per la comunità

La vita di una donna è complessa, le sue scelte non sono mai banali, nella vita privata come in quella professionale. Il problema, però, è che la crisi ha colpito entrambi questi aspetti.

io lavoro

La settimana scorsa ho partecipato ad un evento, proposto e promosso dall’Assessora Sara Nocentini a Firenze, all’interno della bella cornice dello Spazio Alfieri. Attraverso le riflessioni di molte donne, ognuna portatrice di un suo personale vissuto professionale, abbiamo cercato di trovare alternative e sviluppare progetti per una città in grado di accogliere il femminile come un valore, anziché come un problema.

Anna Maria Romano, coordinatrice delle donne CGIL della Regione Toscana ha introdotto il problema partendo dai dati: la crisi ha colpito maggiormente le donne (è infatti all’interno della popolazione femminile che si registrano i più alti tassi di disoccupazione e la presenza di contratti atipici) nonostante abbiano un percorso formativo migliore per  qualità (perché si laureano con voti più alti) e quantità  (perché si laureano in tempi più rapidi).

Come però ha fatto notare Irene Biemmi, pedagogista ed esperta di tematiche di genere, le donne sono ancora costrette ad una sorta di segregazione poiché  lavorano prevalentemente all’interno delle professioni di cura. Un settore, come quello scolastico, che ha cominciato a perdere a poco a poco di importanza con il loro ingresso. Bambini e bambine compiono un percorso formativo fianco a fianco ma quando si tratta di fare scelte in vista del futuro queste ricadono ancora sotto la lente di vecchi stereotipi di genere.

Nel corso del’evento, introdotto e moderato dalla bravissima Daniela Morozzi, la riflessione sugli aspetti teorici e culturali si è andata intrecciando con esempi concreti: quelli di donne che sono riuscite a compiere passi importanti. Donne che hanno scelto di essere madri nonostante il periodo di crisi e di difficoltà sul lavoro, come Chiara Brilli, giornalista di Controradio. Donne che hanno deciso di avviare un’impresa, come la viticultrice Miriam Caporali. O come Barbara Imbergamo, che oltre ad avere a cuore le tematiche legate agli sterotipi di genere (vi avevo parlato di Cuntala , il  gioco di carte per contrastare gli sterotipi) si interessa dei freelance con ACTA, la sua associazione. O come Gioia Gottini, che, in qualità di coach, si impegna ad aiutare e sostenere le donne che decidono di lanciarsi nella libera professione che è – oggi come oggi – davvero un’ “impresa”.

Come counsellor e come pedagogista ho trovato questo evento davvero importante. Anche io, come donna, riscontro molti dei problemi emersi durante il dibattito. Farsi strada è difficilissimo, avviare una libera professione (come sto cercando di fare) è sicuramente complicato. Lo è (forse) per tant* – uomini e donne -, visti i tempi bui, ma ancora di più per noi, dato che al momento partiamo con qualche svantaggio in più.

Come professionista, però, so che è fondamentale lavorare sulle risorse e fare rete. Sogno di dare un contributo a Firenze, città che mi ha accolto da poco tempo con una dose di calore straordinario, di mettere a disposizione ciò che meglio so fare per il benessere delle donne. Lavorare sui nostri punti di forza, magari attraverso di interventi di counselling per le giovani donne, puntare sulle nuove  generazioni attraverso percorsi di educazione al rispetto di genere e al contrasto degli stereotipi… proprio quegli stereotipi che sul lungo periodo ci tagliano le gambe e ci costringono a scelte limitanti. Lavorare sulla genitorialità (non solo con le donne!) per educare uno sguardo che sappia coglierne, in prospettiva, la bellezza e la ricchezza, anziché i limiti e i problemi contingenti che in un primo momento può portare.

Credo molto nel “potere” dell’educazione: lavorando sui pregiudizi culturali, sulle difficoltà del presente si può compiere un’autentica rivoluzione sociale. Partire dal femminile può rendere questo percorso più facile per via delle risorse, dello spirito di adattamento e di innovazione che spesso le donne possiedono in maggiore quantità rispetto alla controparte maschile. Perché, diciamolo, a lavorare in multitasking, a guardare ai problemi da tante angolazioni, ad accettare i cambiamenti le donne sono state educate proprio da questa società, poco includente e molto faticosa. Parafrasando Giovanni Soriano, le donne hanno imparato a “fare di ogni dolore una perla”.

Mi piacerebbe iniziare a lavorare su queste difficoltà per produrre, insieme, nuove perle.

(foto di M. Quinti)

Primavera: tra vernici contro la ruggine e nuovi modelli del maschile

Oh bene.

Sono proprio felice, oggi.

lo sono per diverse ragioni: ho passato un bellissimo weekend di studio e formazione, che mi ha rigenerato e mi ha permesso di lavorare su temi di counselling che mi stanno molto a cuore, oggi posso permettermi di lavorare, aggiornare il sito e scrivere da qui

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ed effettivamente è un bel lusso. Il mio angolo verde, in centro a Firenze.

Ma c’è un altro motivo che mi rende particolarmente felice! E’ l’arrivo, un po’ in anticipo, di una primavera che profuma quasi di estate, considerando le temperature e le giornate terse.

Vi starete dicendo: beh, ci vuole poco a capire che siamo arrivati nella bella stagione, basta uscire, mettere il naso fuori dalla finestra ed assaporare l’aria calda e queste lunghe bellissime giornate.

Già, vero. Ma io non mi sono accorta così dell’arrivo dell’estate. Mi è bastato, anziché aprire la finestra, accendere il televisore!

Eh, si: da un paio di giorni ho potuto bearmi della messa in onda dell’ormai celebre spot della Saratoga. Quello il cui slogan recita: “brava Giovanna, brava”.

Eh, quanto mi era mancata Giovanna.

La giovane procace in shorts che tinteggia l’inferriata e nel frattempo amoreggia col giovane collega, che le passa accanto  – con la sua canottiera e il bicipite scolpito – e lo sguardo che non lascia spazio a dubbi. La giovane soubrette che riceve elogi e complimenti perché sa dare una mano di colore ad un ferro vecchio… ma come lo fa lei non lo fa nessuno, con la messa in piega e il reggiseno a balconcino.

Un’immagine del femminile volgare, ancora una volta le donne rappresentate come bamboline stupidotte e procaci che ricevono complimenti più per come appaiono che per cosa sanno fare (che in effetti, qui, è un po’ pochino).

E pensare che questo è il restyling di uno spot ancora peggiore, quello che andava in onda quando una decina di anni fa.

Giovanna, qui, ha una mise che dovrebbe rappresentare quella di una cameriera… ma di una cameriera vista dall’occhio maschile. insomma, un incrocio tra Magenta del Rocky horror Picture Show e la classica porno attrice che veste i panni della donna di servizio.

Tinteggia l’inferriata stando appollaiata su una scala, per mostrare subito nella prima inquadratura il suo “lato b” (ovviamente nei 30 secondi dello spot c’è tempo anche per mostrare il décolleté, non temete). Lavora insieme alla proprietaria della villa, una donna ricca che (lo si intuisce dall’abbigliamento, dai gioielli etc..) che però non disdegna i lavori manuali, a quanto pare.

Ma il re dello spot è lui, il padrone di casa (e delle cose all’interno della casa..incluse le due donne), che sbuca fuori da una tenda con un’improbabile giacca da camera chiedendo informazioni su ciò che le due stanno combinando. Qui, il gioco di sguardi è notevole: meriterebbe un capitolo intero in un manuale di Analisi Transazionale! Giovanna lo guarda compiaciuta reclinando la testa, come una starlette del drive in (non a caso, lo sappiamo, i primi spot di Saratoga – quelli della donna nuda sigillata nel box doccia – risalgono proprio agli anni ’80..”coincidenza? io non credo”, come direbbero a Mistero…) mentre la signora sogghigna e lui guarda compiaciuto e voglioso entrambe le donne.

Mi chiedo per quale ragione abbiano speso soldi nel restyling…il contenuto è esattamente lo stesso: la donna oggetto. A meno che per i pubblicitari non sia un segno di emancipazione il balletto che la “nuova” Giovanna fa al termine dello spot, contornata da maschi virili e grandi lavoratori.

Mentre Saratoga butta via i soldi in pubblicità dozzinali che ricalcano stereotipi dai quali le donne – ma anche una certa parte della società – sta cercando di prenderne le distanze, c’è un altro grande marchio che fa sul serio. Mi riferisco a Dove che per la sua linea di deodoranti maschili (se leggete il mio blog con continuità sapete che non ho un buon rapporto con la differenziazione dei prodotti “per lui” e “per lei” ma per i deodoranti posso fare un’eccezione: basta entrare in una palestra e andare nell’area fitness – solitamente abitata da donne – e nell’area pesi,in cui si trovano tanti uomini…qui il clima è davvero irrespirabile!).

Dove men care punta su uno spot atipico per il “maschio medio”.

Non sono riuscita a trovare la versione italiana ma l’ho vista recentemente in tv e poco si discosta dalla versione inglese. Dove lancia l’hashtag realstrength e punta a creare un nuovo concetto di forza.

mostra uomini che si prendono cura dei bambini, in tutte le loro necessità. Uomini presenti, con le loro famiglie, le loro compagne, con i figli adolescenti. La vera forza è data dal sapersi prendere cura degli altri. In italiano lo spot recita “la loro vera forza è la delicatezza”. Trovo entrambe le versioni bellissime, in grado di aprire ad un nuovo ideale di maschile.

E così, ogni volta che “incontro” Giovanna non posso fare a meno di ridere. Per l’anacronismo, per gli stereotipi beceri, per l’inutilità del messaggio… e perché so che malgrado questo, piano piano – invece – qualcosa sta cambiando.