Nelle parole dei bambini

Nel mio articolo precedente ho raccontato di un’espressione e di come essa sia diventata, col tempo, un insulto. Per ritrovare il significato autentico di quell’espressione bisogna interrogare le bambine: loro ci diranno che fare qualcosa “come una ragazza” non ha affatto il valore di un insulto. Loro potranno dirci così perché non sono ancora state disorientate e impoverite dalla pervasività di questo stereotipo.

E’ essenziale “tornare ai bambini” anche di fronte ad un altro nuovo interrogativo: quello relativo alle famiglie arcobaleno. In molti casi ci si chiede se i bambini siano felici. Spesso si risponde per loro senza coinvolgerli direttamente.

In questo video invece, le cose vanno diversamente.

L’associazione Famiglie arcobaleno ha intervistato i bambin* e i ragazz*, figl* di coppie omosessuali, chiedendo loro come sia vivere con due mamme  o due papà. Ciò che ho trovato interessante è l’espressione quasi stupita dei giovan* davanti a queste domande.

Nei loro volti, nelle loro parole, si possono individuare i tratti di qualsiasi bambin* o adolescente che ama la propria famiglia, che si illumina parlando delle cose che ama fare insieme, che sbuffa pensando ai loro difetti.

Questi bambin* felici credo siano la migliore risposta ai tanti stereotipi che si sentono a proposito delle famiglie arcobaleno. Ancora una volta, per ottenere risposte sincere non inficiate dalle nostre paure, dagli stereotipi e dai pregiudizi è necessario chiedere a loro.

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Come una ragazza

Questa mattina, girando su facebook, ho trovato una bella foto tratta dal mitico film palombella rossa di Nanni Moretti. Riporta la famosa frase: le parole sono importanti!! 

Pensando alle parole e alla loro importanza mi è tornato alla mente un bel video che mi ha mostrato una cara amica, Elena. Il video è questo qui:

Sponsorizza un noto marchio di assorbenti. Per parlare di questo argomento la regista del documentario, Lauren Greenfield, si concentra su un concetto importante, quello di self-confidence, cioè di autostima. Secondo Greenfield gli stereotipi minano la sensazione di fiducia nelle proprie capacità e l’autostima, soprattutto nei confronti delle donne. Gli stereotipi sessisti, quindi sono causa di una sorta di disempowerment: minano poco alla volta, fino ad annullare, le risorse e le potenzialità del femminile.

Tutto ciò è ben visibile attraverso l’uso di certe espressioni. Quella che Greefnfield prende ad esempio è like a girl. La regista chiede ad un gruppo di ragazze teenager e ad un gruppetto di bambini di fare alcune cose (correre, lanciare un oggetto, combattere) come le ragazze. Sia le giovani donne che i bambini compiono azioni fortemente stereotipate: una ragazza corre piano, o in modo disarmonico, se lancia un oggetto è probabile che le cadrà sui piedi dato che non ha forza, se combatte con grande facilità sbaglierà bersaglio o starà attenta a non rovinarsi la manicure.

Subito dopo Greenfield ripropone le stesse azioni ad un gruppetto di bambine: alla sua richiesta – di correre, di combattere, di lanciare un oggetto immaginario – le bambine risponderanno facendo leva su ciò che riescono a fare meglio: correre veloce, lancioare oggetti con tutta la forza di cui dispongono, combattere con energia ed impegno.

– cosa significa per te l’espressione “correre come una ragazza”?

-significa correre più in fretta che posso.

Intervistando le bambine, si capisce che per loro quest’espressione non è affatto un insulto. Intervistando un bambino di 10 anni circa, invece, si comprende come questa frase venga usata come un insulto: “non intendo insultare mia sorella, ma è un insulto per le altre ragazze”, risponde il bambino alla domanda della regista.

Da quando, si chiede, fare qualcosa come una ragazza è diventato un insulto?

Dopo aver mostrato cosa le bambine intendono con l’espressione like a girl anche le  ragazze cambiano opinione: “mi vesto come una ragazza, nuoto come una ragazza, corro come una ragazza, mi sveglio la mattina come una ragazza…perché sono una ragazza, e in tutto questo non deve esserci nulla di male.”

Nonostante sia una pubblicità, ho trovato questo spot molto interessante. Mette in luce la pervasività degli stereotipi e il loro impatto sull’attivazione delle risorse e delle capacità di ciascun*, in particolare delle ragazze. Sconfiggerli non è impossibile: per farlo, però, è essenziale tornare indietro, ripartire dall’uso di certe parole prima che queste fossero impiegate per insultare o umiliare l’altr*. Le parole sono importanti perché spesso è attraverso di loro che si definisce il destino di una categoria e il valore delle persone.

L’Umiliazione di Canossa

Se c’è una cosa che non sopporto sono i cosiddetti “leoni da tastiera”. gente che, forte della protezione che viene loro concessa dal computer e dalla rete, si permettono di attaccare l’altr*, così, per il puro gusto di farlo. Non si tratta di discutere attorno ad un tema esponendo un’opinione diversa dalla controparte, si tratta proprio di attaccare e offendere la persona su un piano personale. Se poi la “controparte” è una donna l’offesa scatta ancora con più facilità. Basti pensare a Boldrini e alle centinaia di insulti che compaiono sotto quei post che riportano ciò che ha fatto o ha detto. E quanti sono gli insulti che hanno avuto come destinatario Samantha Cristoforetti?

Insultate in quanto donne. in quanto donne, la loro opinione conta un po’ di meno e le persone che si sentono legittimate a denigrarle attraverso affermazioni che rimandano alla loro sfera sessuale si moltiplicano.

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La stessa cosa è accaduta qualche giorno fa a Selvaggia Lucarelli. Selvaggia aveva postato, la scorsa settimana, una foto del cadavere di una bambina che, come altre settecento persone, non è riuscita a salvarsi dal naufragio al largo delle coste libiche. Accanto alla foto (trovate qui il suo profilo facebook) ha scritto questa frase:

Lascio a voi decidere se era una cellula Isis, l’ennesima delinquente o colei che veniva a rubarci il lavoro. Magari Salvini lo sa.

La Lucarelli ha pubblicato questa foto anche all’interno di alcuni gruppi presenti sul social network. Tra i tanti che hanno commentato si è distinto Giuseppe Grasselli, candidato sindaco per la Lega Nord nella città di Canossa che l’ha apostrofata con un sempreverde (…i leghisti amano il verde, si sa…) “Zitta puttana”. 

Cosa spinge una persona (nel caso specifico un candidato sindaco!) ad usare un insulto di questo tipo? Il ragionamento è semplice anche se credo che i nostri amici della teoria del gender non lo capiranno.perché per loro gli stereotipi di genere non esistono.

Se sei un uomo e ti voglio insultare ti dirò che sei un imbecille, un idiota, uno stronzo, nel caso. Ma non farò mai riferimento alla sfera intima, sessuale, della tua persona; d’altronde, non ce ne sarebbe il motivo: ogni riferimento alla sfera intima, per un uomo è segno di forza e prestanza..per cui non sarebbe un insulto. C’è solo un caso in cui si può attaccare un uomo facendo riferimenti alla sua sfera sessuale: quando cioè, si vuole dubitare della sua virilità.

Per una donna, invece, gli attacchi alla dimensione sessuale sono all’ordine del giorno. Sei una donna, quindi sei stupida. E siccome sei donna e sei stupida la tua opinione conta meno, quindi stai zitta. E siccome sei donna e sei stupida sarai sicuramente una puttana.

E’ un po’ questo il ragionamento alla base dell’insulto.

Spesso controbattere è impossibile. Questi commenti hanno la funzione di annullare qualsiasi possibilità di ribattere: perché ti fanno ribollire il sangue, perché ti senti impossibilitata a replicare, perché riescono nel loro intento di farti sentire inadatta.

Per fortuna non sempre le cose vanno così.

Selvaggia, che su M2O conduce un programma radiofonico, ha chiamato in diretta il nostro esponente leghista. Durante l’intervista Selvaggia ha ricordato pubblicamente che Grasselli ha denunciato una persona per diffamazione per aver usato un linguaggio inappropriato (in questo caso insulti e bestemmie). Il povero Grasselli non aveva ancora finito di rispondere, con quel tono fiero da supereroe, che Lucarelli  interviene a gamba tesa:

“se queste sono le premesse, perché lei ha scritto su una bacheca facebook “zitta puttana” a me?”

Che dire, non vi resta che guardare il filmato in questione (qui trovate il link) e godervi i balbettii confusi del nostro politico di fiducia!

Di umanità e gentilezza 

È stata una giornata strana, quella di oggi.

Avevo programmato, come al solito, di recarmi in provincia di Pisa per partecipare alle lezioni di un corso di formazione che sto svolgendo e che mi occupa, ogni mese, lo spazio di un weekend. Diversamente dal giorno precedente ho optato per spostarmi in treno (“sono stufa di viaggiare spedita in autostrada per poi dovermi imbottigliare per ore nel traffico cittadino di Firenze”, dicevo contrariata al mio compagno).

Così parto in treno. Peccato aver sbagliato la stazione di discesa. Bloccata a desert town e con il primo treno utile a tre ore di distanza. Arrabbiata e rammaricata (avrei perso buona parte della lezione) mi accingo a lasciare il binario,  percorro un sottopassaggio infinito e raggiungo la stazione. Per fortuna porto sempre con me qualcosa da leggere, avrei passato il tempo leggendo….o chattando.

Giunta a metà del sottopasso più lungo della stori mi sento chiamare. “Scusi, signorina…”. Una voce flebile e un tono un po’ dimesso. Una pronuncia che tradisce una provenienza geografica. Mi volto. Un uomo, sulla quarantina. Tiene in mano il suo cellulare e un pacchetto regalo fasciato in una carta blu dalle tonalità cangianti. Mi chiede con un po’ di fatica cosa deve fare…deve arrivare da qualche parte, ma non afferro neppure il nome del posto: ancora furente per aver sbagliato stazione mi affretto a dirgli, un po’ piccata, che anche io sono finita lì per sbaglio e non ho idea di come poterlo aiutare.

Mi reco in sala d’aspetto, comincio a leggere. Anche lui viene nei paraggi, sta sul binario e telefona a qualcuno. Dopo un po’ entra. Si mette le cuffietre e ascolta la musica. Dopo un po’ stacca, si allontana. Ritorna 20 minuti dopo. “Ho trovato un bar aperto, vuoi mica un caffè ?”. Resto perplessa. È un gesto cortese e disinteressato. Non me ne capitavano da un po’. Lo ringrazio ma declino. Mi chiede allora se può lasciare il suo pacchetto sulla sedia accanto alla mia, lui sarebbe andato al bar giusto il tempo di un caffé. Ovviamente gli dico di non preoccuparsi, avrei badato io al dono…chissà a chi era destinato…

Torna. Si siede accanto a me e mi racconta i motivi che lo hanno spinto a scendere in quella stazione. Anche io gli racconto che ho combinato. Le tre ore passano in fretta e la voce automatica annuncia l’arrivo del treno. Avremmo preso entrambi lo stesso (l’unico, mi vien da dire ora). L’annuncio automatico è impostato male e non fa appena a cominciare a dire la solita formula “il treno delle ore 12.42 per  …..” Che il treno è già in stazione. Come dicevo, la stazione è minuscola ma i sottopassaggi sono infiniti. Io sono appesantita da troppe cose:la borsa, i libri, il pranzo al sacco…e rallento. Lui mi chiede di lasciarlo passare, corre velocemente e arriva al binario. prima fa un gesto al macchinista, poi si mette sulla porta per evitare di far ripartire il treno. Mi aspetta e mi allunga la mano per aiutarmi a salire, proprio in tempo per sentire il fischietto del capotreno dare l’ok alla partenza. La giornata cominciata male sta assumendo tutto un altro valore. Lo ringrazio per il secondo gesto di grande umanità che ricevo. Percorriamo assieme ancora qualche chilometro, dopo poco scendo. “Ciao – gli dico – e ancora grazie…di tutto. Mi risponde con un sorriso sincero e con tanta gentilezza “grazie a te e passa una buona domenica”.

Mentre mi reco a scuola ne approfitto per aprire l’app di Facebook. C’è una notizia che tanti dei miei contatti hanno ribattuto. devo leggerla più di una volta, mi lascia basita. Si ipotizza la morte di almeno 700 persone nel Canale di Sicilia. Al naufragio non sono sopravvissute più di cinquanta persone. 

Leggo questa notizia e rimango inorridita. Penso a Salvini e al suo vocabolario (quando parla di radere al suolo, di sparare a rom e migranti). penso a quelli che scrivono commenti entusiastici, a che tipo di educazione possono mai aver avuto, al tipo di messaggio che comunicheranno ai loro figlioli. Penso ad una certa parte politica che alimenta la paura nei confronti dei migranti. A quelli che sui social pubblicano bufale (quella che preferisco: agli immigrati vengono passati giornalmente soldi e sigarette dalle cooperative che li hanno in carico!!!! Allarmeeee!!) e a quelli che sono convinti della necessità di utilizzare anche le misure più drastiche per fermare questa “invasione”. Penso a quelli che non hanno alcuna fiducia nel prossimo.

Poi penso all’uomo di stamattina, al suo modo discreto, alla sua gentilezza Incondizionata. E lo ringrazio. Anzi, in una giornata come questa lo ringrazio ancora di più. 

Papa Bergoglio e la “cosiddetta” teoria gender

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Papa Bergoglio ha dedicato la consueta udienza del mercoledì ad affrontare un tema importante,  per la Chiesa e per la società civile.

Come preparazione al sinodo sulla famiglia che si terrà ad ottobre il Papa ha voluto parlare della complementarietà tra uomo e donna.

Leggendo uno dei tanti aticoli scritti per i quotidiani (qui potete trovare quello apparso sul sito de Il fatto quotidiano) possiamo osservare come Papa Francesco abbia ricordato che

la differenza tra i due generi non è per contrapposizione, o subordinazione, ma per la comunione e la generazione, sempre a immagine e somiglianza di Dio.

Ho apprezzato il riferimento all’importanza di una rappresentazione uomo/donna che non avvenga più per contrapposizione, per sottrazione (la donna “qualcosa meno” dell’uomo) o per subordinazione (quel concetto che tanto piace ad Adinolfi & co.). Ho apprezzato meno, invece, le riflessioni sulla “teoria gender”.

Di fronte a tale questione l’atteggiamento mi è sembrato molto simile a quello di chi lancia il sasso e nasconde la mano. Il Papa parla di “cosiddetta” teoria del gender.

Come ci ricorda il dizionario Treccani, l’aggettivo cosiddetto

Cosiddétto (o così détto) agg. – Detto, designato in questo modo; si usa spec. per sottolineare la specificità o tecnicità di una denominazione, oppure la sua improprietà, o per esprimere comunque qualche riserva sull’uso o sul valore di essa

Forse, quindi, anche Bergoglio sa che non è questo il termine giusto per definire le attività di educazione e sensibilizzazione al rispetto dell’identità e dell’orientamento sessuale che molti collegh*, con impegno e dedizione, portano avanti da diverso tempo per rendere la scuola un luogo più giusto, per tutti. Pochi giorni fa il Card. Bagnasco aveva definito queste attività come un tenttivo di colonizzazione ideologica.

Sbaglia Bagnasco e sbaglia Bergoglio quando si interroga sulla possibilità che la

cosiddetta teoria del gender non sia anche espressione di una frustrazione e di una rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa.

Il punto della questione, a mio avviso, è proprio questo. Chi svolge attività di formazione ed educazione al rispetto dell’orientamento sessuale non vuole annullare le differenze, ma bensì ampliarle. Vogliamo la possibilità, per chiunque abbia un orientamento sessuale differente dal sesso biologico, di esprimere questa particolarità. Non si tratta dunque di restringere il campo ma, al contrario, di ampliarlo. Mi rendo conto che questa prospettiva sia ben più difficile da sostenere: apre alla differenziazione, sovverte la regola tradizionale basata sul binomio dualistico uomo/donna stabilito rigidamente dall’appartenenza biologica. Posso capire lo scetticismo e comprendere le resistenze, ma non posso tollerare la mistificazione.

(foto tratta dall’articolo apparso su Il fatto quotidiano)

Lemmi e rispetto 

come pedagogista spesso devo difendermi da numerosi attacchi da parte di altri professionisti che non riconoscono alla pedagogia dignità di scienza.
Questo articolo esprime bene i punti della questione: ogni professione necessita di riconoscimento e rispetto. Sempre più psicologi si lamentano e accusano altre professioni di sottrarre loro spazio. Ma io mi chiedo: quello che invece hanno sottratto loro, occupando posizioni professionali connesse all’educativo e al formativo, non lo conta mai nessuno?

Not for men / not for women (ancora una volta: una risata vi seppellirà)

Sarà che la relazione con il mio compagno è ancora abbastanza fresca, sarà che conviviamo da poco, sarà che ci troviamo bene… diciamo che da quando abitiamo insieme non ci sono oggetti che siano “esclusivamente miei” o “esclusivamente suoi”. Se penso a cose chiaramente difficilmente intercambiabili (cioè non utilizzabili per motivazioni concrete, reali, da me o da lui) mi viene in mente solo la biancheria intima. Le motivazioni sono esclusivamente morfologiche. Spesso uso le sue t-shirt (lui non può farlo, ma solo per evidenti motivi di massa corporea), in casi estremi siamo arrivati a scambiarci anche lo spazzolino.

Per il marketing e la pubblicità, invece, le cose vanno diversamente.

Dopo il rasoio per lui e il rasoio per lei (oggetto che varia solo…per questioni di colore: un mascolino blu scuro per lui, un bel lilla tenue per lei) e la penna per lui e la penna per lei (ricordate? ve ne avevo già parlato qui … vi prego, non ridete, sono due oggetti completamente differenti! raccomando ai maschietti di non usarne una da donna e viceversa… ), oggi possiamo aggiungere all’elenco un altro nuovo, fantastico, prodotto.

11127821_10206819984326321_1110626432005646848_nMentadent lancia sul mercato il nuovo, imperdibile, dentifricio White Now! nella versione For men. 

Ricordo che questo dentifricio esiste sul mercato già da diverso tempo e, fino ad ora, è stato lo smagliante sorriso di Shakira a  prestarsi per pubblicizzare gli effetti miracolosi di questo prodotto. Quindi, ora  mi chiedo: sostituiranno Shakira con un nuovo testimonial, maschio e virile? E poi, qualcuno può spiegarmi la differenza con la precedente versione, che Mentadent aveva incautamente pensato “per tutti”, senza distinzione di sesso razza religione o fede calcistica??

Il sospetto è che la differenza sia esclusivasmente nel gusto: questo infatti è nella imperdibile versione deep cool. Immagino debba produrre una sensazione di freddo polare, impossibile da sopportare per noi signorine. Questo prodotto è pensato per uomini veri, che scalano il K2 in tshirt e ben sopportano la sensazione di freddo polare artico che il portentoso dentifricio lascerà in bocca  per sempre.

Quindi, ragazze, stiamogli alla larga: le conseguenze di un suo possibile utilizzo potrebbero essere terribili. Chissà, magari potremmo ritrovarci con i connotati di Messner!

Senza Chiedere il permesso

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Quando, nel 2009, Lorella Zanardo – insieme a Marco Chindemi e Cesare Cantù – pubblicano su youtube il documentario Il corpo delle donne, sono consapevoli della rivoluzione che stanno per attivare. Il documentario viene visto da milioni di utenti e molti di loro iniziano a porsi delle domande: come si può contrastare il disfacimento culturale in cui l’Italia ormai si trova da qualche decennio?

Senza chiedere il permesso, pubblicato nel 2012, è un po’ il resoconto di quanto è stato fatto e di quanto ancora si può fare, prima di arrendersi alla barbarie culturale in atto.

Zanardo scrive questo volume pensando ai giovani, alle ragazze e ai ragazzi che a partire dal 2009 ha cominciato a incontrare nelle tante scuole in cui è stata richiesta la sua presenza per parlare di televisione, stereotipi e sessismo. Pensa a questo volume come ad un ponte che è stato costruito da adulti responsabili per cercare di superare le macerie – televisive e mediatiche – che hanno bloccato, ormai da tempo, la strada. Pensa e scrive questo libro come un grande esercizio di gruppo: scopo del lavoro è riflettere e prendere consapevolezza di tutto ciò che l’Italia è stata costretta a subire negli ultimi 30 anni di televisione. Obiettivo finale è dare ai giovani l’opportunità di agire, di cambiare le cose.

Il volume è una grande riflessione sui media e sugli stereotipi che spesso producono o contribuiscono a mantenere. In un contesto in cui l’analfabetismo di ritorno ha toccato cifre elevatissime, in cui gli italiani seguono una dieta mediatica monotematica è necessario superare la visione miope (che Zanardo attribuisce anche a buona ‘parte della politica di sinistra) che vorrebbe semplicemente non occuparsi di questi aspetti, dei programmi tv più trash . Secondo Zanardo bisogna invece guardare questi programmi, parlare con chi li guarda e cercare di aeducarli a sviluppare un nuovo sguardo, ad acquisire nuova consapevolezza. Le diete repressive non hanno mai salvato nessuno. Per questo l’autrice si sofferma sui programmi televisivi invisi all’intellighenzia italiana: uomini e donne, il grande fratello, la pupa e il secchione. Racconta il perché di certe inquadrature, il motivo di certi montaggi. Ma si sofferma anche sui telegiornali, sulla rete e sull’informazione che qui si può trovare. Ogni scelta stilistica (nei siti come in tv) ha una ragion d’essere e Zanardo ci spiega il perché.

Il libro racconta anche del riscontro positivo che gli incontri con gli student* hanno avuto in tutta Italia. E’ a loro, in definitiva, il chiodo fisso di Zanardo:

Non aspettate, ragazzi. Non attendete istruzioni, ragazze, perché non arriveranno o forse arriveranno troppo tardi, e il tempo è prezioso. Alcuni fra noi adulti vi daranno una mano, il tempo necessario a costruire ponti sulle macerie prodotte dai crolli di questo mondo in disarmo. Voi percorreteli, poi sarà ora. Non attendete oltre. Tocca a voi.

Senza chiedere il permesso.

E’ un testo importante quello di Zanardo e lo consiglio a tutti gli operatori, i formatori e gli insegnanti che si occupano di stereotipi di genere e media. Offre strumenti di riflessione importanti e punta alla riflessione condivisa con i giovani, anziché a fornire divieti o restrizioni. Spesso gli student* si rivelano più disposti dei loro insegnanti a riflettere su certi meccanismi ormai dati per scontati. E’ solo attraverso l’assunzione di consapevolezza che si possono cambiare certi modelli prestabiliti e questo volume vuole proprio andare in questa direzione.

La fotografia e il corpo femminile: The Nu Project come esempio di educazione all’immagine

Indubbiamente la fotografia è il primo di una serie di mezzi che ha modificato il grado di visibilità del corpo (cfr. Enciclopedia Treccani).

In particolare, a partire dalla fine dell’800 si assiste alla costituzione di una nuova relazione tra la fotografia e il corpo femminile. Citando ancora dal sito dell’Enciclopedia Treccani

Per quanto la fotografia sia diventata ben presto un efficace strumento per dare una nuova visibilità alla donna, al suo corpo, alla sua identità, ai suoi ruoli sociali, va rilevato che queste potenzialità sono state utilizzate precocemente ai fini di sfruttamento dell’attrazione sessuale da un sistema di produzione (e di consumo) delle immagini orientato verso (e da) un pubblico maschile.

Il problema dello sfruttamento dell’immagine femminile è, in Italia, una questione su cui si è cominciato a riflettere in maniera organica solo da pochi anni. In particolare, uno dei lavori che ha permesso la presa di coscienza, anche al grande pubblico, di questo problema è stato il magistrale lavoro documentaristico realizzato da Lorella Zanardo, Marco Chindemi e Cesare Cantù. Il progetto che prende il nome di Il corpo delle donne si è sviluppato a partire da una riflessione attorno all’immagine del corpo femminile all’interno della televisione per andare poi a costituire un progetto organico di educazione ai nuovi media al fine di svincolarli dall’utilizzo stereotipato del corpo della donna.

Il mondo fotografico, quindi, ha risentito e risente tutt’ora di una visione limitata delle potenzialità del corpo femminile: esso serve per attirare gli sguardi maschili, vendere prodotti, trasmettere un certo senso di oggettività (come una sineddoche, la donna è una parte del suo corpo – le labbra, i seni, le curve.. – e, in ogni caso, la sua funzione si esplicita nella trasmissione di determinati stereotipi sessisti).

Molti progetti fotografici si possono comprendere alla luce di quanto affermato…ma per fortuna non tutti.

Il progetto fotografico di cui vorrei parlarvi s’intitola The Nu project ed è realizzato da Matt Blum e Katy Kessler, una coppia di fotografi freelance.

Come si legge sulla pagina di presentazione del progetto:

The Nu Project is a series of honest nudes of women from all over the world. The project began in 2005 and has stayed true to the original vision: no professional models, minimal makeup and no glamour. The focus of the project has been and continues to be the subjects and their personalities, spaces, insecurities and quirks.

To date, over 150 women across North and South America have participated in the project. Without their courage, confidence and trust, none of this would have been possible. We are so thankful for their willingness to open their homes to us.

Nu project è una serie di ritratti di donne di tutto il mondo. Gl* autor* definiscono con la parola “honest” i loro ritratti. Per il dizionario della lingua italiana, il termine onesto significa “equo”, “ragionevole”, “che si attiene alla morale” . Non sono modelle professioniste, non vengono scattate foto di moda e le ragazze e le donne che partecipano sono ritratte al naturale, senza  o con pochissimo makeup. Come raccontano sul sito, i soggetti (cioè loro, le donne) sono il focus del progetto insieme alla loro personalità, agli spazi che abitano, alle loro insicurezze e stravaganze.

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Se si scorrono le gallerie (i ritratti sono suddivisi in base al continente in cui sono stati realizzati) si comprende facilmente che si tratta di un lavoro lontano dalle stereotipie a cui siamo abituati ormai ad associare il corpo femminile. Sono ritratti imperfetti e, per questo, bellissimi.

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Sono foto che hanno qualcosa da comunicare e, cosa non da poco, ciò che comunicano ha un valore etico importante. Sono foto con una rilevanza pedagogica, a mio modo di vedere. Esse educano lo sguardo – sia maschile che femminile – a guardare a determinati elementi (le forme rotonde, i seni cascanti…insomma tutti quei tratti che in una fotografia di moda sarebbero dei tabù) e ad accettarli come componente ineludibile di un corpo normale, di un corpo sano.  Sono foto belle e sono foto buone, perché citando Berengo Gardin

“Tra una bella foto e una buona foto scelgo la seconda, quella che ha qualcosa da dire.”

 
 

Le (buone) campagne pubblicitarie di prevenzione e contrasto alla violenza sulle donne

Violenza di genere,  violenza domestica, femminicidio.

Sono termini – alcuni potrebbero essere definiti neologismi – creati appositamente per dare un nome ad un fenomeno che nell’ultimo decennio ha acquisito una rilevanza sociale emblematica. Mi riferisco ovviamente al problema della violenza contro le donne.

La celebre indagine Istat condotta nel 2006 ha descritto questo fenomeno identificandone gli aspetti che meglio lo qualificano. La violenza di genere è un fenomeno trasversale: le donne uccise per mano di un uomo – compagno, marito, amico – appartengono a tutte le classi sociali. Ciò smentisce il pregiudizio per cui i problemi di violenza siano connessi a questioni quali la povertà, la scarsa cultura, l’assenza di un lavoro etc…

Per la fascia di donne tra i 16 e i 44 anni la violenza di genere è la prima causa di morte (superando di gran lunga le morti dovute a incidenti stradali).

Nel 2013 le donne morte per femminicidio sono state 179, all’incirca una ogni 2 giorni.

Proprio in ragione della pervasività del fenomeno (che non è identificabile in un’area geografica specifica, che non appartiene ad una specifica fascia di popolazione…) nel corso di questi ultimi anni si sono moltiplicate le campagne di sensibilizzazione rispetto alla violenza contro le donne.

Mi sono sempre interrogata sull’utilità o meno di queste campagne pubblicitarie, per questo e per altri tanti problemi sociali e sanitari (ad esempio le campagne di prevenzione al tabagismo). Spesso, guardandole, ho l’impressione che siano funzionali solo a dare al problema in oggetto una visibilità ancora maggiore.

Un po’ come dire: d’accordo, la campagna pubblicitaria mi informa che il fumo fa male e che se smetto è meglio…ma se non ci sono politiche sanitarie adeguate, se lo spot non mi spiega quali passi intraprendere per liberarmi progressivamente dal vizio e se,  a monte, non sono previste misure preventive adeguate messe in atto dai servizi nazionali, l’informazione resta -appunto – solo informazione.

Rilevo lo stesso problema nelle campagne di prevenzione alla violenza contro le donne. Secondo il mio punto di vista, se lo scopo è preventivo devono essere esplicitati nella chiarezza più assoluta i servizi territoriali a cui rivolgersi. Se la campagna è di sensibilizzazione deve, a mio avviso, coinvolgere in maniera attiva lo spettatore-fruitore.

Per questo ho trovato la campagna di Women’s aid, l’associazione inglese che combatte la violenza contro le donne, così importante.

A proposito di questa campagna ha scritto l’Huffington post. Un cartellone pubblicitario che ritrae il viso di una donna tumefatto dai lividi. Una telecamera a riconoscimento facciale puntata verso la strada. Ogni volta che un passante si ferma e fissa il cartellone, la fotocamera riconosce il viso del fruitore e il volto ritratto sul manifesto inizia a guarire; via il sangue, via le ecchimosi, via l’occhio nero.

Il significato è evidente: se si ignora il problema, se si chiudono gli occhi davanti alla violenza, il fenomeno continuerà ad ingigantirsi e per le donne sarà sempre più difficile chiedere aiuto. Se si focalizza l’attenzione su questo fenomeno, invece, le cose possono cambiare. Interessante a questo proposito è anche la strategia di marketing connessa alla campagna di informazione. tutti coloro che si soffermano nell’area antistante al cartellone, infatti, ricevono sul proprio smartphone un messaggio che li ringrazia per non aver chiuso gli occhi davanti al problema della violenza domestica e, parallelamente, li spinge a donare per garantire un servizio migliore alle donne che si rivolgeranno a Women’s aid per chiedere aiuto.

Una campagna pubblicitaria di questo tipo mi sembra assolutamente indicata perché risponde a diverse esigenze:

  • portare attenzione sul fenomeno in oggetto
  • trasformare lo spettatore in fruitore
  • sviluppare azioni di crowdfunding (azione doppiamente importante: spinge le persone a sentirsi parte del problema e a trovare strategie per porre ad esso un freno; inoltre, considerando le ristrettezze economiche in cui spesso i servizi territoriali sono costretti ad operare, fornisce anche un’aiuto concreto all’associazione che si occupa delle vittime).

Non c’è pietismo, non c’è retorica. A quando una campagna di questo tipo anche in Italia?

(qui il link per vedere il video)