Just Women: tra sport salute e benessere…l’arte di rendere bello il futuro!

Si sa, in Toscana – e segnatamente a Firenze – il tessuto associativo è ricco e ben radicato sul territorio. Moltissime sono le associazioni, nate in tempi più o meno recenti, che si occupano di promuovere la cultura e la coesione sociale. Una, però, è davvero particolare.

L’associazione a cui mi riferisco si chiama Just Women.  Un nome impegnativo e allo stesso tempo semplice, diretto: semplicemente donne.

L’associazione è nata da pochi mesi: si è costituita, infatti, solo alla fine della scorsa estate grazie alla volontà di cinque giovani donne: Claudia Arnetoli, Costanza Pallini, Simona Sardi, Emanuela Altea e Veronica Mattolini. L’intento dell’associazione è quello di creare uno spazio di condivisione e aggregazione attorno a tematiche legate al mondo del sociale e del benessere per proporre una visione alternativa (proprio grazie all’impronta femminile che caratterizza il gruppo), sviluppare progetti e proporli alla parte politica della città, creando così un filo diretto tra cittadinanza (più che mai attiva) e istituzioni.

 

 Il primo momento di incontro, scambio e condivisione è stato organizzato mercoledì scorso, 25 marzo. Titolo dell’evento: tra sport, salute e benessere…l’arte delle donne di rendere bello il futuro. come ha fatto presente Simona che,vin qualità di giornalista, si è occupata di intervistare i numerosissimi ospiti presenti, Just Women vuole essere concepita come una sorta di “salotto” della città, in cui discutere, confrontarsi e grazie agli spunti offerti dagli intervistati provare a proporre nuovi progetti legati alla qualità della vita nella nostra città. 

In un clima di apertura, di dialogo e di grande piacevolezza hanno preso parte al primo incontro moltissime personalità del mondo politico e sportivo. Tra gli ospiti Cristina Giachi, vice sindaca e assessora all’istruzione del Comune di Firenze, Andrea Vannucci, assessore allo sport, Allegra Lapi, pallanuotista della nazionale italiana e poi personalità del mondo dello spettacolo  – come Gianfranco Monti, speaker radiofonico e l’attrice Barbara Enrichi – e della salute – come Maria Teresa Cappellini, responsabile del dipartimento di Medicina dello sport dell’Asl10 di Firenze.

In un clima di partecipazione allargata, le personalità sul palco hanno interagito e introdotto altri ospiti presenti nel pubblico, come le dragon ladies, un gruppo di donne che dopo un tumore al seno e alla successiva operazione hanno deciso di formare una squadra di dragon boat e ogni giorno si allenano e gareggiano all’interno di questa pratica sportiva, o come Carlotta Filardi, nuotatrice agonistica che lo scorso anno si è trovata a combattere una battaglia enorme, per una giovane donna. Quella contro il “drago” come lo chiama lei, un tumore che si è sviluppato nel torace per combattere il quale, accanto alle cure e alla chemioterapia, ha deciso di fondare un’associazione che ha voluto chiamare tutti per totta. E poi ancora altri ospiti come  Lucia Samuelli, personal trainer degli Assi Giglio Rosso, la storica società sportiva di Firenze.

Simona ha condotto le interviste agli ospiti in modo intelligente, informale e simpatico. Le domande hanno cercato di sondare le differenze tra visione maschile e femminile nel mondo del lavoro (in politica come nel sociale, nello sport come nel mondo della salute) e il valore aggiunto che la visione femminile delle cose può portare come contributo alla società. Si è discusso di tempo libero e di quanto ciò sia un diritto acquisito o ancora da acquisire per le donne (maggiormente vincolate agli obblighi di cura nell’ambito familiare). Si è parlato della forza e del coraggio delle donne di affrontare grandi problemi e i cambiamenti sociali. A questo proposito è stato proiettato un filmato tratto dal documentario ideato e diretto da Barbara Enrichi dal titolo Variabili feminili. il documentario analizza le differenze culturali, sociali e linguistiche attraverso tre generazioni di donne che vivono in zona Tavernelle Val di Pesa e Barberino Val d’elsa.

I temi affrontati sono stati moltissimi, gli spunti di riflessione attorno a progetti già avviati (basti pensare al progetto Unplugged, per la prevenzione al tabagismo nelle scuole) o, al momento, ancora in fase di progettazione sono stati davvero tanti. 

La serata ha messo in evidenza l’importanza dello sguardo al femminile sulle questioni sociali e politiche. Emblematico, a questo proposito, è stato l’intervento di Cristina Giachi che con orgoglio ha rivendicato la declinazione al femminile del proprio ruolo politico e ha ricordato alle donne la necessità di non adeguarsi a standard maschili – dimenticando o mistificando la propria appartenenza al mondo del femminile – per poter accedere a determinati ruoli professionali.Solo rivendicando la propria appartenenza sarà possibile attivare meccanismi sociali inclusivi, che riconoscano la presenza delle donne come un valore e un plus.

Personalmente ho partecipato alla serata portando con me moltissime aspettative e sono state tutte confermate. Just women ha tutta l’aria di essere una fucina di idee per l’attivazione di nuovi progetti e favorire una nuova forma di contatto tra cittadinanza attiva e pubblica amministrazione. 

Auguro perciò alle socie fondatrici – e a tutt* coloro che credono nel progetto e hanno deciso di associarsi – un buon lavoro! La società ha un enorme bisogno della presenza femminile, delle loro idee e del loro modo di guardare a ciò che accade..Just Women può essere la risposta a questa esigenza!  

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Cuntala: equal opportunities game

Qualche giorno fa i riflettori di giornali e telegiornali ero puntati su Trieste e, in particolare, su il gioco del rispetto, un’iniziativa per combattere gli stereotipi di genere nelle scuole dell’infanzia. Molti giornali hanno pensato bene di utilizzare queta vocenda per veicolare informzioni sbagliate, false e tendenziose (la famosa ideologia gender, l’idea che nelle scuole si faccia di tutto per “invertire” l’ordine stabilito in base all’appartenenza sessuale.

Quello che i giornali si sono ben guardati dal raccontare (per una sottile volontà di mistificazione o per ignoranza?) è che  – per fortuna! – la scuola italiana è ricca di iniziative di questo tipo, da diverso tempo.

Esistono, inoltre, moltissim* professionist* che si preoccupano di creare libri e materiali per avvicinare i ragazzi ai temi del rispetto e delle differenze di genere

Mi è già capitato di recensire, sul blog, alcuni di questi giochi (trovate qualche info qui). Oggi vorrei parlarvi di un altro strumento ludico-didattico che ha un nome bellissimo: le cuntaline.

Le cuntaline è un gioco di carte, nello specifico è definito come equal opportunities game. E’ stato creato da Barbara Imbergamo per portare avanti un progetto, più ampio, sulle pari opportunità.

Cuntala significa “raccontala”. E’ perciò il nome più adatto per definire un gioco il cui scopo è, appunto, quello di raccontare storie. Si compone di diverse carte, appartenenti a quattro categorie (personaggi, verbi, oggetti e caratteristiche). E’ un  gioco strano, cuntala, perché non ha regole. Come si può leggere nel “manuale di istruzioni” :

In questo gioco tutto è possibile e ogni regola può essere inventata. Potete decidere voi quante carte dare, come fare i turni, quanto fare durare una storia.

Se non ha regole, allora, come si gioca? intanto si può partire dal distribuire qualche carta ai* giocator*. Ognun* contribuisce a creare un “pezzo” della storia attraverso la carta che intende giocare. C’è il papà che cucina e la sindaca,la muratrice e l’ostetrico. Le carte sono piacevolissime: hanno colori vivaci, rappresentano immagini non stereotipate e ogni definizione è riportata in tante lingue (spagnolo francese tedesco inglese e italiano).

Fin qui, potreste obiettare, tutto bene: il gioco si presenta bene e ha delle importanti finalità. Ma nella pratica?

Beh, per recensire un gioco bisogna anzitutto provarlo. Io ci ho giocato e mi sono divertita un monte! Pescare carte, aggiungere pezzi ad una storia che comincia già in modo non convenzionale  è un ottimo esercizio per uscire da schematismi e pregiudizi. Perché è molto più facile raccontare la storia della bella Biancaneve, che cura  i sette nani nella casetta nel bosco, fino a quando la strega cattiva – invidiosa della sua bellezza – non decide di avvelenarla… piuttosto che cominciare il racconto con c’era una volta un giovane papà, in cucina, con un bellissimo grembiule verde…

 Le possibilità creative sono infinite e come ricorda l’autrice

Inventare storie a partire da questi personaggi permette di immaginare mondi e comprendere i molteplici aspetti della realtà.

Per avere altre informazioni sul gioco, o per acquistarlo, potete dare un’occhiata al sito!)

Gesti concreti per contrastare l’omofobia: Stefano ci ha messo la faccia.

La notizia è di pochi giorni fa.

Un normalissimo fine settimana come tanti, a Torino. Due giovani che tornano in autobus dopo una serata passata a divertirsi. Due giovani che vengono insultati da un gruppo di coetanei. Vengono insultati con frasi del tipo “froci di m…”. Persone piccole piccole che ritengono che essere gay sia un’offesa.

Stefano è stato prima aggredito a parole poi, dalle parole, il gruppetto è passato ai fatti. Prima di scendere dall’autobus è stato colpito con un pugno in pieno volto. Sette giorni di prognosi.

Come racconta il giovane, inizialmente aveva pensato di non denunciare. Poi, per fortuna, cambia idea. Non solo denuncia il fatto alle forze dell’ordine ma, pubblicamente, decide di “metterci la faccia”. Si scatta una foto, la pubblica su facebook. In poche ore diventa virale e l’aggressione che neppure voleva denunciare diventa un caso.

Stefano denuncia e trasforma il fatto spiacevole che ha subito in un espediente per sensibilizzare la popolazione e portare un messaggio di speranza ai tanti che subiscono e non hanno la forza di esporsi.

Come afferma in una intervista a Vanity Fair

Tra i messaggi di queste ore, almeno cinquanta raccontano di aggressioni a ragazzi omosessuali. Spesso non denunciate.«Invece bisogna farlo, bisogna difendersi. Io ho chiamato l’Arcigay Torino, che mi ha aiutato, e anche il numero verde della Gay Help Line, all’800713713. Bisogna reagire. Per me la cosa più importante è che da quella che mi sembrava una sconfitta sono riuscito a ricavare una vittoria».

Nell’intervista Stefano sottolinea di non aver ricevuto solidarietà dai politici: le istituzioni locali iniziano a preoccuparsi di dimostrare al giovane un po’ di solidarietà a distanza di 48 ore, (qui potete leggere una dichiarazione da parte del Presidente del Consigli oregionale del Piemonte).

Vorrei esprimere tutta la mia solidarietà a questo giovane. Per aver deciso di attirare su di sé i riflettori e portare un po’ di luce su un argomento che spesso viene strumentalizzato e banalizzato.

Spero che questo gesto aiuti non solo i tanti omosessuali vittime, ogni giorno, di soprusi e aggressioni ma anche altre categorie… come quella delle donne vittime di violenza che spesso, per timore o paura, preferiscono non denunciare e, mai e poi mai, esporsi pubblicamente. Il loro gesto è comprensibile: in una società che vede ancora le donne (e gli omosessuali) come principali colpevoli delle aggressioni che loro stess* subiscono, esporsi pubblicamente (e, a volte, anche solo andare a denunciare) è un’operazione faticosissima.

Gli eterosessuali non possono nemmeno lontanamente percepire quanto sia difficile essere gay in Italia. Dall’accettazione personale, al farsi accettare (e spesso i genitori sono i primi a voltarti le spalle, gli unici a cui ponevi tutta la tua fiducia) al vivere giorno per giorno nella società. Io andrò avanti nella speranza e nel desiderio che qualcosa cambi, perché noi non siamo animali o persone di secondo ordine e ci meritiamo gli stessi diritti degli altri. La maggior parte delle persone non è a proprio agio con cose o persone che percepiscono come diverse da loro e scommetterei che, se spendessimo del tempo per conoscerci l’un l’altro, se portassimo avanti una nostra indagine, se guardassimo sotto la superficie delle cose, scopriremmo che, dopo tutto, non siamo così diversi».

Grazie, Stefano, per averci messo la faccia.

Women taking back the streets: Lorella Zanardo e la ri-educazione all’immaginario televisivo

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Ieri, a Firenze, si è svolta una iniziativa decisamente interessante.

La rete 13febbraio di Pistoia (qui il loro blog) ha voluto organizzare un evento per presentare al pubblico il documentario intitolato “Strade: femminile, plurale” ideato dallo stesso Comitato e diretto e montato dal bravissimo Daniele Lazzara e provare a parlare della presenza femminile nei contesti sociali e nell’immaginario storico e culturale.

Ospite della mattinata è stata Lorella Zanardo, l’autrice del famoso documentario Il corpo delle donne (qui il link se qualcuno lo volesse rivedere).

Il suo intervento è stato, come al solito, illuminante. Lorella ha parlato della presenza femminile nelle strade, nei luoghi e in società andando ben oltre questi argomenti. Ha detto cose non facili e, soprattutto, non retoriche e pertanto – per un paese abituato a fare della retorica il proprio cavallo di battaglia – credo sia stata una mossa a dir poco necessaria.

Per poter dare alla donna la possibilità di “reimpossessarsi delle strade” è necessario prima darle degli strumenti con cui ristabilire la propria identità e, di conseguenza, affacciarsi con una nuova e ritrovata forza nei contesti socio culturali italiani.

L’intervento di Zanardo è stato di una forza e chiarezza espositiva dirompente. Ha accusato una certa parte politica, colpevole di non aver fatto nulla per scardinare i modelli socio-cultuali imposti da Berlusconi attraverso la costruzione di un immaginario televisivo fatto di “Maria De Filippi e Striscia la Notizia. Questa incapacità all’azione si manifesta perfettamente nel “fenomeno Rai”: la rete pubblica italiana si ostina a non voler prendere in considerazione i progetti formativi che Lorella e il suo team portano in giro per l’Italia, soprattutto nelle scuole (infatti, mentre questi hanno attirato l’attenzione di emittenti internazionali quali Al jazeera, BBC, CNN  la Rai non si è mai interessata alla potenzialità del progetto voluto da Zanardo e intitolato “nuovi occhi per la tv”).

Ho apprezzato molto il suo intervento proprio per la schiettezza con cui si è rivolta al pubblico, fatto di donne, di femministe e sicuramente di una certa fede politica. Ha ricordato loro che se è vero che Berlusconi  ha delle colpe innegabili per i trenta anni di totalitarismo dei modelli immaginari e mediatici a cui ci ha sottoposto è vero anche che la sinistra italiana non può considerarsi vittima di questo sfacelo, ma complice.

Ha ricordato che se è vero (come dimostrano i dati Censis) che la percentuale di italiani che guarda la tv sfiora il 98% e se è vero chela quasi totalità di questa percentuale guarda programmi nazional popolari – uomini e donne o i programmi in fascia preserale su italia 1 – è fondamentale operare un lavoro di ri-educazione al’immagine e di decostruzione dell’immaginario che si approcci a queste persone con rispetto. Ha ricordato che gli italiani hanno una dieta mediatica monotematica: la rappresentazione del mondo, per il 98% degli italiani, passa dalla tv. E non da programmi autorevoli ma solo attraverso programmi come pomeriggio cinque.

E, ancora, ha sottolineato l’importanza di operare una nuova educazione all’immagine (ed è in questo contesto che si collocano i suoi interventi nelle scuole) anziché optare per una ben più semplice denigrazione della popolazione che “si nutre” di una certo immaginario socio culturale.

L’intervento di Zanardo ha modificato un certo modo di pensare che prevede sempre la distinzione in buoni e cattivi e ha messo – tutti – davanti alle proprie responsabilità. Perché se vogliamo decostruire l’immaginario dobbiamo, prima, decostruire i preconcetti… di tutti.

Di penne e di rasoi usa e getta: una risata vi seppellirà

Si sa, spesso l’ironia è l’arma migliore per dire a qualcuno che ha fatto una cazzata.

Il video che segue è un perfetto esempio di come utilizzare satira e ironia per criticare apertamente qualcuno.

Il “qualcuno” in questione è la mitica Bic. La mitica azienda francese ha pensato di lanciare sul mercato…una penna per le donne!

L’attrice Ellen DeGeneres ha pensato bene di mettere questo fatto al centro di uno dei suoi interventi comici. L’ironia si rivela il metodo migliore per sottolineare quanto questa operazione di marketing sia stata deplorevole.

Perché le donne dovrebbero avere una penna diversa? Le indicazioni riportate sul retro della confezione  sottolineano che le dimensioni della penna sono pensate per le mani delle donne. Ma non mi pare che quelle “da UOMINI” siano di dimensioni tanto diverse. L’unica cosa che cambia a me pare sia il colore. E’ da donna perché è rosa, o viola.

Wow. Che grande operazione concettuale ha compiuto Bic.

Ma, se andiamo a vedere, non è la prima volta che capita. Lo stesso accade da diversi anni con i rasoi. Sono entrambi mono lama, usa e getta, privi di qualsiasi differenza che non sia..il colore! Un bel blu scuro istituzionale per i maschietti, un tenue lilla o rosa per le signorine. L’oggetto in questione, però, sia che lo si usi per radersi la faccia o le gambe, ha le medesime proprietà.

Cara Ellen, ti prego, è una vita che aspetto che qualcuno se ne accorga!  nella prossima puntata del tuo show, per favore, ironizza anche sui rasoi.

Perché si, non c’è migliore arma per combattere il sessismo che non sia una sonora risata!

(la versione sottotitolata è reperibile qui).

L’ideologia del gender…o l’ideologia della mistificazione?

Se è vero che ogni giorno si impara qualcosa, io oggi ho imparato che non c’è limite al peggio.

Proprio non c’è.

Pochi minuti fa accedo al mio profilo su facebook e il primo post che leggo è un commento – giustamente arrabbiato e ben argomentato – di una collega, nonché presidente di una delle sezioni di Udi, relativo ad una notizia apparsa sui giornali nelle ultime ventiquattro ore.

Serena ha condiviso la notizia apparsa su Repubblica (qui il link), il cui titolo recita:

Trieste, all’asilo i bimbi si scambiano i vestiti per la “parità di genere”, ma i genitori insorgono

L’articolo raccoglie i fatti in modo quasi neutrale (già..quasi. Se non fosse per quelle virgolette che sembrano quasi voler opprimere il concetto di parità di genere, come se fosse una cosa non proprio così chiara o condivisibile). Si racconta del progetto educativo intitolato “pari o dispari, il gioco del rispetto”, si illustrano le motivazioni che hanno a che fare con il

proporre un cambiamento di atteggiamenti sui temi del genere e delle pari opportunità persuasi che il cambiamento culturale avvenga con la formazione delle nuove generazioni.

Il progetto è corredato di un  kit didattico, si comprende leggendo l’articolo, che si compone di un questionario per gli educator* e uno con alcune domande da proporre ai bambin* e di alcuni giochi. In sostanza lo scopo delle attività ludiche è quello di permettere ai bambini, attraverso il travestimento, di provare ad “abitare” ruoli diversi, non solo quelli che vengono tradizionalmente assegnati in virtù dell’appartenenza sessuale.

Come era facile prevedere, l’iniziativa appoggiata dall’Amministrazione della città, ha fatto subito storcere il naso alle associazioni cattoliche che vedono in queste attività un tentativo di proporre la fantomatica “ideologia gender”.

Fin qui nulla di nuovo sotto il sole.

Per procurarmi un po’ di mal di stomaco ho provato a vedere – surfando tra gli altri siti di informazione – come viene data la notizia:

TRAVESTIRSI E NOMINARE I GENITALI:
ECCO IL “GIOCO DEL RISPETTO” NEGLI ASILI 

(da leggo.it)

Esperimenti “hot” all’asilo: toccamenti e scambi d’abito per i bambini

(da triesteprima.it)

La follia dei “giochi gender” bimbi travestiti da bimbe

(da – il solo e unico!! – Ilgiornale.it)

Mi piacerebbe rispondere ad ogni giornalista che umilia la sua stessa professione e produce un danno alla collettività. Vorrei che queste parole arrivassero ad ognuno di quei “professionisti”  che preferiscono cavalcare l’ignoranza e il clima di terrore che una certa componente sociale ha deciso di fomentare piuttosto che contribuire a dare alla collettività una visione oggettiva della questione.

Probabilmente i giornalisti non sanno – o fingono di non sapere – che moltissimi Nidi di infanzia sono dotati di interi armadi – fatti di vestiti (spesso ricavati da scampoli di tessuti cuciti anche dalle stesse operatrici) e accessori – e vengono usati dalla notte dei tempi proprio con la funzione di educare i bambini a ricoprire più ruoli sociali e, così facendo, abbattere gli stereotipi. E forse non sanno che sono proprio i bambini (quelli su cui lo stigma sociale ricade con più prepotenza) più grandi sperimentatori. Mi capitò di osservare, in un Nido in cui svolsi un’attività di consulenza, moltissimi bambini chiedere alle educatrici di travestirsi con il grembiule da cucina per fare le “mamme” (felici del loro grembiule si avviavano poi verso l’angolo della cucina per preparare la colazione agli altri bambin*, lavorando per imitazione del comportamento materno).

Chiaramente quindi, i contenuti degli articoli sono pretestuosi.

Di seguito ho riportato alcune parti degli articoli in questione:

Il gioco del «gender» approda negli asili di Trieste con un finanziamento della Regione e la benedizione del Comune governati dal centro sinistra scatenando un putiferio.

«Ho letto i testi di questo gioco del rispetto, come viene chiamato e sono aberranti» spiega a il Giornale, Amedeo Rossetti, il primo genitore insorto. «Negano che ci siano discorsi sull’ideologia gender però fanno travestire i maschietti da femmine e viceversa e poi filmano brevi interviste per farli dire come si sentono» sostiene il papà che ha denunciato il caso.

Sempre più genitori cominciano a preoccuparsi ed il settimanale cattolico del capoluogo giuliano, Vita nuova da voce alla protesta. Fabiana Martini, che si firma come «Vicesindaca» risponde difendendo a spada tratta «il gioco del rispetto», che è stato pure presentato al ministro dell’Istruzione Stefania Giannini. Però non fa parte del Piano formativo ufficiale.

e ancora:

Ad un gruppo di genitori, però, questo gioco non piace affatto in quanto prevede una serie di attività per cui i bambini possono esplorare i corpi dei loro compagni, ascoltare il battito del cuore a vicenda o il respiro. Ma non è tanto questo a far strabuzzare gli occhi ad alcune mamme e ad alcuni papà quanto la possibilità data ai bimbi di nominare i genitali maschili e femminili, sempre nell’ottica di riconoscere le differenze fisiche che li contraddistinguono, e di travestirsi indossando vestiti diversi dal loro genere di appartenenzae giocare così abbigliati.

Ho voluto sottolineare alcune parti del testo perché mi sembrano indicative della distorsione in atto:

– intanto la svalutazione della vicesindaca, svalutazione che passa proprio attraverso l’intenzione di sottolineare ai lettori il fatto che la signora abbia deciso di definire il proprio ruolo professionale al femminile (evidentemente per il giornalista è un vezzo da donna isterica, non un gesto importante in favore della parità tra i generi e i ruoli!)

– il fatto di nominare i genitali è per i giornalisti un modo per veicolare l’ideologia gender!

La mistificazione della notizia mi pare si sviluppi attraverso momenti diversi:

-svalutare chi ha scelto di applicare il progetto educativo

-sottolineare che i progetti sono finanziati dai fondi pubblici (che vanno benissimo per foraggiare ingerenze della chiesa nella vita scolastica, ma guai a fare qualcosa di laico e professionale per il benessere e la parità tra i sessi)

– far passare per abominevole qualcosa di molto normale come insegnare ai bambini a chiamare le parti del corpo – eh si, in “parti del corpo” sono compresi anche i genitali, con buona pace dei genitori che insorgono (non si sa bene perché, poi…) – con il proprio nome.

Vorrei che i giornalisti si rendessero conto di essere complici del tentativo – operato da alcuni estremisti – di veicolare contenuti falsi instillando la paura nelle famiglie dei bambini (che spesso ignorano quello che realmente si fa, a scuola come in asilo).

Più che di “ideologia del gender”, a mio avviso, si dovrebbe parlare di “ideologia della mistificazione”.

(la foto appare a corredo dell’articolo sul quotidiano on line La Repubblica)

Nessun paese è un paese per donne

Non si cena davanti alla tv, dannazione. Non si fa. Soprattutto se non vuoi che alcune notizie ti distruggano uno dei pochi momenti di serenità della giornata. Quel momento bellissimo, fatto di piccoli gesti di condivisione col tuo compagno, quando il giorno si conclude e si fa il punto della situazione mentre si mangia e si ascolta come è andata la giornata.

Invece ieri sera al telegiornale viene mandata in onda la notizia dell’intervista che è stata fatta ad uno degli aguzzini che, nel 2012, seviziò e stuprò una ragazza di 23 anni su un autobus, in India.

Le dichiarazioni sono state raccolte da una giornalista della BBC e saranno incluse in un documentario che verrà trasmesso proprio in occasione della giornata dell’8 marzo.

Questo il passaggio più grave dell’intervista (qui trovate un articolo per approfondire la notizia):

Nel colloquio l’uomo afferma che se Nirbhaya, studentessa di Medicina 23enne, fosse “rimasta calma” accettando di buon grado la violenza del branco, “non sarebbe morta”.

L’uomo ha inoltre dichiarato che una “brava ragazza” non va in giro la sera (ricordiamo che la ragazza stava rientrando a casa, alle 9 di sera, dopo aver assistito alla proiezione di un film in città) e che una donna è sempre più colpevole di un uomo.

In un altro passo si legge

I lavori domestici  ed il mantenimento della casa è quello che spetta alle ragazze, e non andare a zonzo nelle discoteche e nei pub di notte facendo cose sbagliate e vestendo indumenti sbagliati.

Il fatto che più mi rattrista è che le parole dello stupratore hanno scatenato le reazioni del Ministro dell’Interno indiano ma non per la gravità delle affermazioni. Il Ministro intende trovare i responsabili del penitenziario che hanno dato libero accesso alla giornalista e soprattutto capire se la donna avesse i permessi giusti per poter intervistare l’autore di questo ed altri reati sessuali all’interno del carcere.

Chiaramente, diranno gli scettici, le opinioni espresse dall’aggressore vanno contestualizzate: ci troviamo in India, un paese con usi e costumi molto diversi dai nostri. Il problema però è che sono proprio queste le parole che troviamo leggendo su fb qualsiasi commento a corredo di una notizia di stupro o violenze ai danni di una donna. Anche nella “civilissima” Italia si porta prima l’attenzione sulla vittima, si cerca di screditarla. E questo avviene nel confronto vis à vis come in rete.

In tutti i paesi “civili” le donne sono oggetto di violenza (verbale, fisica, psicologica e sessuale). Lo scorso anno Internazionale aveva dedicato a questo tema un intero numero (febbraio 2014, n.1037).

Ancora oggi le principali giustificazioni che si tendono ad attribuire agli aggressori sono legati al tentativo di screditare la vittima (“forse se l’è cercata perché”…. indossava una gonna/aveva bevuto/si trovava in giro da sola/ non aveva un fidanzato etc…). Quando si vuole attaccare una donna si punta a intaccarne la moralità con insulti e allusioni alla sua vita sessuale.

Le parole dello stupratore mi ricordano – tristemente – che l’India non è molto diversa dai civilissimi United States o dall’Italia o da qualsiasi altro paese in cui, nella vita quotidiana, sui social network, nella normale esistenza di tutti i giorni le donne sono umiliate e attaccate semplicemente per la propria appartenenza sessuale. E tristemente realizzo che nessun paese è un paese per donne.

Le parole sono importanti

oggi, tra le pagine di Facebook, mi sono imbattuta in questo articolo:

http://m.ilgazzettino.it/m/gazzettino/articolo/NORDEST/1203462

Proviene da una testata on line, Il Gazzettino. Il testo dell’articolo è il seguente:

ROVIGO – Un uomo di 37 anni residente in un Comune dell’Alto Polesine, padre di una bambina, è finito in manette dopo che gli investigatori della Polizia Postale hanno scovato nel suo computer una sessantina tra foto e video di bambini impegnati in scene di sesso con adulti.

L’inchiesta, partita da Perugia, potrebbe riservare ulteriori sviluppi: in uno dei video, infatti, comparirebbe una bambina con meno di dieci anni in una scena di sesso esplicito con un adulto. Gli investigatori non escludono che la piccola possa essere la figlia dell’indagato e l’adulto lo stesso genitore.

L’accusa per l’uomo, al momento, riguarda solo la detenzione di materiale pedo-pornografico.

Sempre più spesso mi capita di leggere articoli riguardanti violenza sessuali ai danni di minori scritti con un linguaggio non adeguato. Ricordo a tal proposito che il gruppo di Narrazioni differenti ha dato vita ad una campagna mediatica proprio per cercare di portare nuova attenzione al problema (se volete informarvi, qui alcuni dettagli).

Vorrei ricordare al giornalista in questione che i bambini non “fanno sesso” con gli adulti. I bambini che subiscono una violenza dovrebbero essere chiamati “vittime” e l’espressione “fare sesso” andrebbe sostituita con “violenza sessuale”.

La seconda parte dell’articolo, quella che si riferisce alla possibilità che le foto di una bambina, presenti nel pc, siano addirittura della figlia dell’arrestato risulta poco comprensibile (scrivere che “gli investigatori non escludono che la piccola possa essere la figlia dell’indagato e l’adulto lo stesso genitore” è più distaccato rispetto ad un’affermazione cos’ impostata: “gli investigatori non escludono che la piccola possa essere la figlia dell’indagato e l’adulto lo stesso padre”).

Mi piacerebbe che ci fosse una nuova e più autentica attenzione rispetto alle parole che si utilizzano quando si fa riferimento a fatti di cronaca particolarmente gravi, come una violenza operata ai danni di un minore o di una donna. Il linguaggio deve dare una visione chiara dei fatti e  non deve nascondere o celare la verità. Il linguaggio contribuisce poi a costruire una visione del mondo. Se, anche in maniera indiretta, veicoliamo l’idea secondo la quale un minore può “fare sesso” con un adulto implicitamente lo stiamo rendendo parte attiva anziché vittima di un reato odioso. Questo vale sia quando si scrive di violenze ai danni di bambin* sia nei confronti delle donne.

E’ importante acquisire consapevolezza rispetto a questi meccanismi e denunciarli subito (commentando la notizia, inoltrando una mail a siti – come appunto quello di Narrazioni differenti – che si occupano della rilevanza del linguaggio all’interno degli studi di genere).

Perché, come diceva Nanni Moretti, le parole sono importanti.