Di persone libere e di pavidi idioti

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Da due giorni è iniziato il Festival di Sanremo e, come consuetudine, evito di seguirlo. La musica che propone non credo sia rappresentativa del contesto italiano. L’ideale che persegue – il politicamente corretto, il presentatore-della-porta-accanto attorniato dalle due vallette/presentatrici e dalla bellissima modella – non mi corrisponde.

Come ogni anno, però, seguo le notizie che riguardano la kermesse e l’idea che mi sono fatta è che anche questa edizione  sia all’insegna del “cerchiobottismo”.

Prendiamo il caso più eclatante, quello di Conchita Wurst. La sua presenza era programmata da tempo (e considerando che la drag queen “creata” Tom Neuwirth ha vinto l’Eurovision Song contest lo scorso anno la sua partecipazione mi sembra più azzeccata dei tanti superospiti attori e modelli, che con la musica non hanno nulla a che vedere) ma  evidentemente non tutti hanno gradito. Per rimediare, in apertura della prima puntata (cioè nel momento in cui lo share è maggiore) ecco arrivare sul palco la formidabile famiglia Anania: 16 figli per opera dello Spirito Santo. L’intervento del capofamiglia dura pochi minuti e non fa che ripetere l’importanza di Dio nella loro vita: tutte le sue considerazioni sono rivolte allo Spirito Santo (manco un “grazie” alla moglie, che si è sorbita la bellezza di sedici gravidanze!). Vabbé, sorvoliamo, mi dico: in ogni caso il sermone ce lo siamo sorbiti. A questo punto mi immagino (sempre per la famigerata teoria del cerchiobottismo) che si giochi ad armi pari e che Conchita apra la seconda serata della kermesse.

Macché. La drag queen si esibisce in chiusura Sette minuti: tre di canzone e quattro di intervista. L’imbarazzo di Carlo Conti è palese: la chiama Tom (per carità, è il suo nome, ma in quel momento – e, da quanto ho potuto capire, in qualsiasi altro momento della sua vita – “Tom” ha deciso di vestire i panni di Conchita: perché è impensabile chiamarla con il nome che si è scelta? Per la nostrana Platinette non ci sono mai stati grandi problemi, mi pare…) e l’unica domanda che riesce a porgerle riguarda..la sua barba (però, che fantasia).

Come si legge su Vanity fair, questo è il rapido scambio di battute tra i due:

«Dimmi la verità, dimmi la verità: secondo te questa barba ti ha aiutato nella vittoria oppure no?».

E la cantante è riuscita con abilità a orientare diversamente la conversazione: «Ovviamente mi ha aiutato, perché mi sarei sentita incompleta senza barba, e se uno non si sente pronto è impossibile avere successo. Quindi per me ha avuto un’enorme importanza. Non so se abbia contato per gli altri, ma per me è stata molto importante».

Conchita è intelligente e riesce a orientare la domanda nel modo giusto, per parlare di sé.

Ovviamente le critiche non si fermano. Sarà Rocco Tanica, dalla sala Stampa, a rincarare quella dose di omofobia che tanto piace all’italiano medio apostrofandola con l’appellativo di “Barbetta”.

Ovviamente la stampa che risponde alle esigenze di una certa popolazione “tradizionalista” (per usare una parola carina..ma forse sarebbe meglio omofoba) si era già scagliata contro la scelta di invitare la drag queen. Come si legge su famiglia cristiana 

«Viene solo a cantare, come artista», ha detto Conti alla vigilia. E vorremmo pure vedere. Perché, cos’altro dovrebbe fare sul palco dell’Ariston Conchita Wurst? Lanciare qualche appello, rifilarci un sermone sull’identità di genere? Dirci che l’identità sessuale non è un dato di natura ma una scelta? No, grazie.

Esattamente, mi chiedo invece io, di cosa hanno paura persone come l’autore dell’articolo, come Rocco Tanica (ma che forse il buon Conti chiamerà Sergio Conforti, visto che è il suo vero nome) o il timorato presentatore? Quale può essere l’imbarazzo di parlare con una persona  quando ne conosci il nome, la professione, i motivi per il suo essere celebre?

Non credo che l’imbarazzo derivi dalla sua sessualità o dall’immagine che si è costruita. Conchita è una persona libera, prima di tutto, perché ha scelto di aderire ad un suo personale modello estetico per sentirsi bene, “per sentirsi completa”, come è solita affermare. E la libertà di sovvertire le regole e i canoni imposti aprioristicamente da sempre spaventa i pavidi… e gli imbecilli.

Mi spiace solo che si sia persa l’occasione di parlare ad un pubblico tradizionalmente non favorevole a questi mutamenti in modo leale e sincero: mostrare Conchita per quello che è. Una cantante bravissima, una persona autentica e consapevole di sé. A volte i contatti con ciò che non siamo soliti aspettarci hanno risultati impensabili ma se la chiusura parte proprio da chi potrebbe favorire anche il benché minimo cambiamento, beh, allora abbiamo perso in partenza.

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Il Festival di Sanremo e la discriminazione di genere: la solita vecchia musica

Non possiamo farci niente. Ormai è alle porte. Mi riferisco alla nuova edizione di Sanremo.

La kermesse canora sta per cominciare. Anche quest’anno al presentatore, l’inossidabile e onnipresente Carlo Conti, si affiancheranno due donne: Arisa e Emma Marrone.

Trovo interessante la scelta della direzione: Arisa ed Emma hanno vinto le due passate edizioni. Per quanto siano due belle donne credo che il team abbia puntato su di loro anche per cambiare e sovvertire un po’ i vecchi schemi. Fino ad ora, infatti, le “vallette” sono state di due tipologie:

– la classica modella, bellissima, scelta per motivi esclusivamente estetici e di audience (una bella donna porta più persone a sintonizzarsi su quel programma)

– la “spalla” ironica e burlona (penso ovviamente alle edizioni condotte da Fazio e Littizzetto): non è bella (e viene ribadito spesso) ma è simpatica e sa intrattenere il pubblico.

Emma e Arisa, non rientrano né nella prima né nella seconda categoria.

Al di là delle scelte (chi presenta, chi partecipa, chi fa la “valletta”) ho cercato alcune informazioni sui compensi e proprio ieri Fanpage ha pubblicato un breve report (lo potete leggere per intero qui). Le edizioni prese in esame sono quelle che vanno dal 2009 allo scorso anno.

Osserviamo alcuni dati:

(2009) Paolo Bonolis rivelò il suo compenso: “Un milione, è la legge del mercato”.

(2010) Il compenso di Antonella Clerici ammontò a 500 mila euro.

(2011) Gianni Morandi percepì 800 mila euro più 500 mila euro di promozioni. Belén Rodriguez ed Elisabetta Canalis percepirono 150 mila euro a testa.

(2013 e 2014) Fabio Fazio percepì 600 mila euro di cachet mentre a Luciana Littizzetto andarono 350 mila euro.

In sintesi: compensi maschili sono maggiori, anche a parità di ruolo (basti paragonare il cachet di Clerici a quello dei presentatori uomini). I compensi delle donne “vallette” oscillano dai sessanta mila ai centocinquanta mila.

Il dato più interessante, però, è quello delle due passate edizioni. Nonostante si possa parlare di una co-conduzione, il compenso di Luciana Littizzetto è stato circa la metà di quello del collega Fazio. Littizzetto non si è limitata a fare “presenza” anzi, ha condotto alcuni interventi intelligenti e con importanti ricadute sociali (ricordate quello sul flash mob contro la violenza sulle donne?) ciò nonostante non si è “meritata” un compenso identico a quello del collega.

Il divario retributivo è un dei modi in cui si manifesta la discriminazione di genere. A parità di lavoro (qualsiasi lavoro), il compenso femminile è più basso. Dagli ani Settanta la Comunità europea si impegna, attraverso l’emanazione di direttive e linee guida destinate agli Stati membri, a ridurre fino ad annullare tale divario. Solo attraverso la sua eliminazione è possibile arrivare ad una piena definizione di pari opportunità (da non confondersi col concetto di “quote rosa”).  Il cammino, però, è ancora lungo.

Storie di ordinario sessismo

In due giorni, due episodi odiosi.

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Il primo: intervistato dai microfoni di radio2, Giovanni Veronesi, regista italiano famoso per manuale d’amore e genitori & figli, parla di Clio Zammatteo,  truccatrice e blogger, come di una “culona“.

Il secondo: durante la cerimonia di insediamento del nuovo Presidente della Repubblica, Silvio Berlusconi (più in forma che mai…) incontra l’On. Rosi Bindi e,attraverso un solo scambio di battute riesce ad attaccarla pubblicamente. Questa l’infelice uscita di berlusconi:

 «Ho visto che ha versato lacrime di commozione, non ce lo aspettavamo da un uomo… pardon, da una donna, come Bindi, tante lacrime».

In due giorni, due storie di ordinario sessismo.

Cosa c’è di grave, in questi due episodi? Anzitutto il fatto che la denigrazione costante della donna (sempre e solo per il suo aspetto fisico) è ormai un fenomeno pervasivo e proviene da ogni settore: politico, sociale, culturale.

E’ vero, molti si indignano (basti pensare all’ondata di polemiche che ha suscitato in rete l’affermazione di Veronesi). Ma spesso l’indignazione nasce da un generico “non si parla così, ad una donna”: non c’è una riflessione autentica sui motivi per cui non si deve parlare così. non si condanna quell’affermazione in quanto sessista e lesiva della dignità (di una donna, perché a nessuno viene in mente di denigrare un uomo per la sua bruttezza).

L’indignazione, poi, è maggiore quando la persona colpita è una bella donna (e sfido chiunque a dire che Clio sia  brutta!): nei confronti di Rosi Bindi l’opinione pubblica si è mossa in maniera molto più soft (ricordiamo che già in passato l’onorevole era stata attaccata pubblicamente per il suo aspetto fisico, e sempre da Berlusconi.

La politica è responsabile nel modo in cui la donna è rappresentata (se bella e giovane è stupida e ricopre certi incarichi istituzionali solo per  meriti estetici/sessuali; se avanti con l’età o “brutta” che sia intelligente o no, non importa).

Anche il cinema ha le medesime responsabilità: come sono rappresentate le donne che compaiono nelle pellicole di Veronesi? Quali stereotipi le caratterizzano? Sono belle (spesso) e vivono storie d’amore romantiche e complicate.

Credo sia importante continuare a stigmatizzare comportamenti sessisti e provare a interrogarsi sui motivi per cui risulta sempre così importante giudicare una donna, a livello pubblico,  a partire dal suo aspetto fisico.  Io preferirei lasciare il gusto personale (“è bell*”, “mi piace”, “l* trovo sexy” etc…) alla sfera privata. Sarebbe bello per una donna essere valorizzata, anziché disprezzata. Sarebbe bello per una donna essere considerata per ciò che è, anziché per il modo in cui appare.

Sexy e vincente

POOL - PRESENTAZIONE FERRARI SF15-T  - © FERRARI MEDIA

Poco dopo le 20, qualche sera fa: il giornalista del solito telegiornale manda in onda un servizio sulla nuova Ferrari. E’ stato presentato il nuovo modello che lotterà per aggiudicarsi il Mondiale.

Fin qui, nulla di strano. Ascolto l’intero servizio (purtroppo non saprei recuperarlo, però posso suggerirvi di leggere qui, tanto il contenuto è lo stesso) e l’intervista al team principal, Maurizio Arrivabene

Guardiamo a quella dell’anno scorso (la precedente monoposto), era brutta e perdeva pure. Quella di quest’anno è veramente bella, è una Ferrari veramente sexy”.

Ancora una volta si parla di un’autovettura con gli stessi aggettivi che si usano per descrivere una donna (sexy, bella o brutta). E’ la stesa analogia che viene compiuta dai professionisti del marketing e delle pubblicità, quando per sponsorizzare una moto o una nuova automobile usano il corpo di bella ragazza, possibilmente svestita. Il messaggio è semplice: quell’oggetto è bello come la donna rappresentata, e se possiederai l’oggetto avrai la possibilità di fare colpo su donne bellissime.

E poi, ancora: le parole di Arrivabene pongono in stretto rapporto “l’essere brutta” con “l’essere perdenti”. Come a dire, chi è brutta  non è vincente. In realtà essere vincenti, come sappiamo, dipende da altre doti. Doti personali per una donna, questioni “meccaniche” per una vettura.

Il parallelismo, in ogni caso, è indicativo della pervasività degli stereotipi di genere: nelle pubblicità, come nelle parole di un importante manager.