#paroleinlibertà

E’ mercoledì, giornata infausta per eccellenza: ormai la settimana è partita ma il weekend è ancora (troppo!) lontano.

Per fortuna ci pensa la mia collega Anna a farmi tornare il buonumore. Come? Facile! Suggerendomi di guardare un filmato su youtube. No no, non ho guardato un pezzetto di qualche puntata del David Letterman Show, né qualche sketch dei Monty Python… però ho riso ugualmente.

Il filmato è questo:

E’ stato realizzato dall’Associazione Provita allo scopo di pubblicizzare e sostenere la raccolta firme per una petizione contro la realizzazione di interventi di educazione al rispetto, all’affettività e alla sessualità nelle scuole. Certo, se presentassero la loro iniziativa con queste parole probabilmente non firmerebbe nessuno. Che fare, allora? Semplice! Cambiando qualche parolina, mettendo qui e là qualche stereotipo omofobo il risultato si può raggiungere.

Vediamo come, analizzando il contenuto.

La scena comincia con un padre perfettamente inquadrato nel suo ruolo di capofamiglia: sul divano in ciabatte a guardare i buoni vecchi film di una volta (il movimento Provita deve essere sicuramente anche pro-stereotipi). Entra in scena un bambino – sette o otto anni – che gli passa davanti con sguardo assente, non dice nulla e se ne va (bah…va beh…). Il padre si interroga con lo sguardo da pesce rosso stupito e chiede “che è successo?” (non si capisce bene a chi stia porgendo la domanda perché intanto il figlio se ne è già andato…). Voce fuori campo: interviene la moglie. “E’ sconvolto, poverino”, dice mentre a poco a poco si guadagna la scena (o forse è la maxi bag a guadagnarsi tutta l’attenzione del caso, visto che l’adorabile signora pare intenta a cercare non si capisce bene cosa lì dentro..).

Parte lo sproloquio:

A scuola hanno fatto una lezione di educazione sessuale, basata sulla teoria del gender. Le scuole sono obbligate, sono direttive del governo… gli hanno detto che dovrà scegliere in futuro se essere uomo o donna, dipende da come si sente…

Più che #nogender – l’hashtag che compare in sovra impressione, come nelle migliori televendite – io avrei usato #paroleinlibertà, sicuramente più adatto. In ogni caso le affermazioni sono forti…certo è che la dose può essere rincarata. Come? Semplice. Il moderno Stanley Kubrick alla regia decide di fare un montaggio improbabile: mentre la signora spiega al marito quanto è stato raccontato al bambino (“è normale cambiare di sesso”, “puoi essere quello che vuoi…”) vengono  mostrate immagini che raccontano meglio di qualsiasi parola come i rispettabili signori dell’associazione vedono i gay: uomini in perizoma di pelle nera in strada, ragazzi con pareo e calze a rete che bloccano il traffico in segno di qualche assurda protesta, uomini con connotati femminili, molto molto trash.

Le immagini, le parole della donna, lo sguardo da Rambo del papà con cui risponde alla domanda “vuoi questo per i tuoi figli?” mi fanno balzare alla mente un aforisma di Paul Valéry

Se non riesci a demolire il ragionamento, prova a demolire il ragionatore.

Perché è questa l’intenzione del filmato: stravolgere il senso degli interventi che operatori professionali e rispettosi – del benessere degli student*, del ruolo educativo della scuola e dei genitori – fanno ogni giorno. Alterare il significato dei contenuti e delle parole che si utilizzano per parlare ragazz* delle scuole medie e superiori di argomenti delicati. Ma ciò che mi fa arrabbiare di più è il tentativo becero di sottintendere messaggi ulteriori.

Le parole della signora unite alle immagini stereotipate, infatti, producono un nuovo messaggio in cui il non verbale, l’implicito, colpisce ben più del discorsone pronunciato dall’attrice. “C’è gente che va a scuola a dire ai vostri figli che potranno essere ciò che vogliono nella vita…anche questo: uno scherzo della natura, un diverso, un frocio“.

gay

Miei cari amici della teoria del gender, vi sbagliate, e di molto anche. E’ vero, “c’è gente che va a scuola a dire ai tuoi figli che potranno essere ciò che vogliono, nella vita.”

Essere ciò che si vuole è il primo passo per la felicità. Essere felici di abitare la propria pelle senza doversi nascondere per le proprie scelte, senza sentirsi minacciati, presi in giro, picchiati o derisi.

Parlami in….Stampatello!

Parlami in stampatello” è il motto di una nuova casa editrice che nasce con un intento preciso: quello di parlare di argomenti importanti con un linguaggio semplice, in stampatello per l’appunto. Gli argomenti in questione sono prevalentemente quelli che riguardano l’omogenitorialità.

Come si legge sul sito della casa editrice

Sono sempre di più i figli di coppie omosessuali in Italia ed è fondamentale per ogni bambino specchiarsi nei racconti e nei libri illustrati.

Ho letto due dei libri illustrati presenti nel ricco catalogo de Lo Stampatello: i titoli sono Il segreto di papà Perché hai due mamme?

Nel primo volume, scritto da Francesca Pardi e illustrato da Desideria Guicciardini, si raccontano le vicende di Giulia e Carlo, due bambin* che si sono ritrovati coinvolti nella separazione di mamma e papà. Si parla della paura dei piccol* di perdere il loro padre, spaventati dalla possibilità di non vederlo più come un tempo. Invece, racconta la voce narrante, il papà è sempre molto presente e si diverte con loro facendo un sacco di attività. Dopo un anno dalla separazione la mamma invita il nuovo compagno a vivere con lei e i bambin*: Carlo e Giulia lo apprezzano molto e poi capiscono che la sua presenza fa star bene anche la mamma che è più sorridente e felice. Invece quello che non capiscono è il comportamento del papà: è evasivo e quando parla al telefono bisbiglia o si sposta in un’altra camera. I bambin* iniziano a fare le più stravaganti ipotesi per giustificare la sua condotta…magari è un ladro! forse è una spia! Magari è malato e non vuole dirlo! Un giorno però il papà decide di svelare il mistero presentandogli Luca, il suo nuovo compagno! Spiega di essere innamorato e che se fosse possibile si sposerebbero, proprio come è possibile fare tra uomo e donna. Giulia è entusiasta, Carlo invece è preoccupato: sa che a scuola i compagni usano la parola “Gay” come un insulto. Così il papà decide di intervenire: parla con la maestra che terrà per l’occasione una lezione alla classe, spiegando così agli alunn* il vero significato della parola. Inoltre quando scoprono che Luca è un poliziotto anche i compagni di scuola cambiano opinione su di lui. La storia si conclude con i bambini felici per il clima di serenità riconquistato all’interno della loro grande famiglia.

E’ una storia delicata, quella raccontata dalla penna di Francesca e dalla matita di Desideria. Quelle tematiche “scomode”, che di solito spaventano i genitori (perché non sanno come parlarne, perché non sanno se sia un bene parlarne) vengono qui esposte con naturalezza e dolcezza. La separazione, il nuovo partner di mamma, il nuovo compagno di papà: una serie di passaggi che non spaventano i bambini, ben più aperti e disponibili ad accettare i cambiamenti rispetto agli adulti. E’ importante fornire loro, però, storie di questo tipo per aiutarli a rispecchiarsi in nuovi racconti  aiutandoli a capire di non essere soli.

Come si legge sul sito l’obiettivo delle storie edite da Lo Stampatello è di

prendere in considerazione quelle esperienze che meno trovano posto nella letteratura per bambini, ma che vissute in prima persona possono far sorgere nei bambini mille domande o un forte senso di alterità.

L’altra storia, scritta ancora da Francesca pardi e illustrata da Giulia Torelli  e Annalisa Sanmartino, parla di due donne che si amano e desiderano dei figli. Di nuovo, è la naturalezza con cui vengono narrati gli avvenimenti il nucleo del racconto: è vero, due donne non possono mettere al mondo un bambino, ma le due protagoniste vanno in Olanda  dove

c’è  una clinica dove dei signori gentili donano i loro semini per chi non ne ha,o per chi ne ha che non funzionano(a volte anche certi papà ne hanno bisogno).

Le due donne, rivolgendosi più volte alla clinica, riescono a mettere su una bella famiglia numerosa, come era nei loro desideri. Le scene di vita quotidiana vengono rappresentate con semplicità e leggerezza: se una mamma guida l’altra prepara i panini per i viaggi, se una accompagna i più piccoli al nido l’altra andrà con la più grande a scuola.

Di nuovo, credo che il più grande merito della storia quello di fornire modelli di famiglia, di coppia, di stili di vita differenti rispetto a quelli a cui siamo soliti pensare e che spesso affollano in modo molto anacronistico i libri di testo (specialmente delle elementari). Pedagogicamente la storia educa all’affettività, sana e rispettosa, indipendentemente dal sesso dei protagonisti. Chi lo ha detto che la “vera” famiglia è solo quella composta da una mamma e un papà? Chi lo ha deciso che la mamma deve badare ai bambin* mentre il papà si reca al lavoro? la vera famiglia ha tante facce e un unico trait-d’union: il rispetto e l’amore reciproco.

Per concludere, redo non ci siano parole migliori di queste

Tanti sono gli aggettivi che accompagnano la parola famiglia, ognuno di noi vi troverà quello che più gli somiglia: tradizionale, allargata, monogenitoriale, adottiva, ricomposta, omogenitoriale. Ciascuno di questi aggettivi non fa che restringere il campo di osservazione su una sola delle innumerevoli varianti, tutte contenute nella parola famiglia, a tutti noi cara perché parola d’amore, parola da cui veniamo e a cui tendiamo, parola che racconta cosa abbiamo preso e cosa lasceremo al mondo, di inestimabile e caro.

(ps. ricordo che Lo stampatello ha avviato una campagna di crowdfounding per poter tradurre dal francese e dare alle stampe due nuovi libri entro fine anno. I libri in questione sono La carta dei diritti dei maschi e delle femmine. Qui trovate tutte le informazioni sul progetto e le modalità per contribuire. E’ una grande azione educativa, per l’educazione all’affettività e contro l’omofobia, quella che Francesca Pardi porta avanti. Sosteniamola!)

La vittoria di una donna, per le donne (e non solo)

E’ la vittoria di una donna per le donne, quella di Patricia Arquette.

Si è aggiudicata l’Oscar come migliore attrice non protagonista per Boyhood.

Al di là delle riflessioni cinematografiche, è il suo discorso di ringraziamento a far la differenza.  Statuetta nella mano sinistra, un foglietto stropicciato nella destra, Patricia ha voluto ringraziare le donne, in particolare:

tutte le donne che hanno partorito, tutte le cittadine e le contribuenti di questa nazione: abbiamo combattuto per i diritti di tutti gli altri, adesso è ora di ottenere la parità di retribuzione una volta per tutte, e la parità di diritti per tutte le donne negli Stati Uniti».

Sarebbe bello estendere la sua riflessione anche al panorama italiano dove il soffitto di cristallo è ancora una barriera (forse) invisibile ma inamovibile, dove la disparità salariale (qualche tempo fa avevo parlato delle differenze di cachet per i protagonisti di sanremo, ma è ravvisabile in moltissimi settori) è la perfetta sineddoche di tutte le discriminazioni – soprattutto di quelle più sottili che si esprimono nel linguaggio sessista e nelle svalutazioni  – che le donne sono costrette a subire.

E’ una battaglia per i diritti quella invocata da Arquette: discorso decisamente attuale a casa nostra dove molti dei più elementari diritti civili stentano ad essere riconosciuti.

Mi piacerebbe perciò che le donne reagissero a questa esortazione nello stesso modo in cui ha reagito una regina del cinema americano, Meryl Streep, che si è alzata in piedi approvando con gesti inequivocabili il discorso della collega.

Di normalizzazione, banalità e altre brutture.

Ieri, al telegiornale delle 13, ascolto la notizia della tredicenne violentata per sette mesi da un gruppo di suoi coetanei in un garage abbandonato nella periferia torinese. Il fatto è sconcertante ma nonostante lo sdegno mi concentro per ascoltare i dettagli. Nei tre minuti che il telegiornale dedica alla notizia registro alcuni fatti:

– la ragazzina era costretta dal gruppo a subire ogni genere di violenza e umiliazione sotto la minaccia del branco di raccontare tutto – attraverso i video e le foto –  ai genitori

– il ritratto che viene fatto della giovane è – appunto – quello di una poco più che bambina impaurita e spaventata (tanto che, nel corso del tempo, la ragazzina comincia a non andare più a scuola e a raccontare alle amiche che alcuni ragazzi non la lasciano più stare e lei non ce la fa più…).

– quando la giovane prova a ribellarsi la vendetta del branco è immediata: subito vengono recapitate a casa le foto e i video a riprova della condotta della ragazza. Quello che si evince dal servizio del tg è che la notizia lascia sconvolti tutti, i genitori (che denunciano il fatto),  i docenti e il preside della scuola (dalla quale la giovane sarà trasferita per volontà della famiglia).

Decido di cercare qualche informazione in più, in rete, sui quotidiani on line. Consulto Il secolo XIX,  Il Giornale e Il Corriere. Quello che leggo, soprattutto sui primi due siti indicati, mi lascia senza parole.

Cito da Il giornale:

Il tutto sarebbe accaduto in un garage, racconta un tredicenne del quartiere al quotidiano torinese. Una cosa su cui “all’inizio, lei ci scherzava pure. Era andata liberamente. Raccontava certi particolari alle amiche…”.

Mentre su Il Corriere:

«Tutti nel quartiere conoscevamo questa storia», racconta al quotidiano torinese uno studente della scuola frequentata dalla ragazzina e dai suoi stupratori. «Sembrava una cosa normale – aggiunge – non avevamo capito che le avevano fatto dei video e la stavano ricattando».

Tutti nel quartiere sapevano, tranne gli insegnanti e il preside, come è riportato sul sito del Secolo XIX.

Leggendo i vari articoli ho pensato ad un’altra notizia letta di recente,  questa volta su Il fatto quotidiano. La notizia in questione (che trovate per intero qui) riporta i dati di una ricerca realizzate da due università americane sugli effetti che comportamenti sessisti e violenti hanno sulla salute mentale delle donne. Si può leggere:

Uno dei problemi del sessismo quotidiano è che le donne tendono a “normalizzare” la violenza che subiscono, facendola rientrare nella loro routine e agendo soltanto a livello individuale per evitarla. Di fatto si auto-limitano in diversi modi (ad esempio, non frequentando certi posti e non uscendo sole la sera) mantenendo un costante stato di ipervigilanza, dannoso per l’equilibrio psicofisico. Per esaminare il fenomeno nella sua complessità, secondo i ricercatori, ci vorrebbero più studi sul tema.

Della vicenda accaduta a Torino mi chiedo quanto la protagonista abbia “normalizzato” i fatti subiti. Ma anche quanto sia stato normalizzato dai coetanei che sentivano i suoi racconti e non coglievano la gravità dei fatti. Certo, forse non la percepivano per una legittima immaturità (parliamo comunque di ragazzini appena adolescenti) ma in ogni caso è identificativo della modalità con cui i tredicenni pensano al sesso: è normale che una ragazzina vada con un gruppo di coetanei a consumare rapporti sessuali in un garage abbandonato. Ovviamente, le cose cambiano se di mezzo c’è un ricatto. Ma ciò che conta è che è normale per una tredicenne mantenere una condotta di questo tipo.  Per questo credo che gli interventi di educazione alla sessualità e all’affettività che vengono condotti nelle scuole abbiano un’importanza essenziale. Non si insegna ciò che è giusto o no fare, secondo regole di moralità e correttezza. Si insegna anzitutto il rispetto di sé e dell’altro. Si educa alla consapevolezza rispetto alle proprie azioni e a dare il giusto peso a quelle che si possono subire. Secondo i ricercatori americani l’unico modo per non soccombere agli effetti delle violenze subite è quello di raccontare agli altri la propria storia. E’ essenziale, però, che gli “altri” abbiano orecchie per ascoltare. Ecco, gli interventi di educazione all’affettività producono proprio questo effetto: allineano cervello cuore e orecchie affinché l’ascolto sia autentico.

Di cosa avete paura?

A chi ha partecipato al convegno organizzato il mese scorso a Milano, Difendere la famiglia per difendere la comunità,

a chi crede che l’amore possa essere di serie A o di serie B,

a chi ogni giorno pensa, scrive, dice qualche frase sessista ed omofoba,

a chi passa le giornate a commentare su facebook notizie e fatti di cronaca con affermazioni violente e omofobe,

a chi si indigna per un bacio scambiato tra persone dello stesso sesso,

a chi passa dall’indignazione ai fatti e, nascondendosi dietro passamontagna, cappellini e bandane compie veri e propri raid nei confronti delle persone omosessuali,

a chi “ah sì sì, io i gay li rispetto ma proprio non capisco questa battaglia per potersi sposare”,

e, per finire, ai miei preferiti: quelli de “ho tantissssssssimi amici gay, però….

A tutti loro dedico queste parole bellissime, di Cristina Obber (qui l’articolo apparso su la 27esima ora). Un messaggio sincero, leggero – leggerezza che, come diceva Italo Calvino, non è mai superficialità – e semplice. Perché credo ci sia bisogno di semplicità per parlare di amore. Non di inutili convegni.

La mia famiglia è composta da me, mio marito, due figlie e un figlio.

E’ il mio nido; si viene, si va, e lì si ritorna.

Vorrei che per tutti la famiglia fosse un luogo così, un luogo di condivisone e rispetto. Mi piace la mia famiglia, e non ho paura.

Non ho paura di famiglie più grandi o più piccole delle mie, non ho paura di famiglie con figli unici, o senza figli, non ho paura di famiglie con un solo genitore o dove ci sono due mamme o due papà.

Non ho paura dell’amore degli altri, perché l’amore degli altri non mi deruba, mi nutre.

Credo sia faticoso vivere con la paura che l’amore degli altri sia una minaccia, che ti possa togliere l’aria, ferire, che strappi qualcosa di te.

Deve essere triste sentirsi in pericolo per amore.

La prima volta che ho messo piede su una spiaggia ero già grande, avevo 13 anni e nessuna confidenza con il mare. Ne avevo paura perché non lo conoscevo.

Negli anni a seguire mi è sempre piaciuto contemplarne la bellezza, ma ci entravo con apprensione, mai sola, e senza allontanarmi troppo dalla riva o dalla barca. Poi un giorno, a 40 anni, mi sono detta che lo amavo troppo e non potevo viverlo a metà.

Così mi sono iscritta ad un corso di nuoto in una vasca di acqua calda per bambini, e un anno dopo ho nuotato nella vasca degli adulti, e l’anno seguente ho preso il brevetto di Apnea e mi piaceva andare giù, in quel nuovo silenzio. Oggi non sono una sirena ma quella paura si è trasformata in un lieve timore che a tratti scompare, e mi sento più viva perché avere paura della natura era innaturale.

Per questo vorrei che nessuno avesse paura di una cosa naturale come l’amore.

Di amare non si decide, accade. L’ho scritto in L’altra parte di me, perché è così che ci si innamora; lo si sente nei fremiti del primo bacio tra Giulia e Francesca, le “mie” adolescenti; lo si respira negli sguardi di Ingrid e Lorenza nel film Lei disse sì,  lo si ritrova tra le righe in cui Rosaria nel suo libro racconta la scelta, con Chiara, di diventare mamme.

E’ una coincidenza ma queste tre storie potrebbero essere l’una il proseguo dell’altra.

Giulia e Francesca si conoscono a 16 anni e chiudono il libro al primo anno di università.

Ingrid e Lorenza si sposano, Rosaria e Chiara diventano mamme.

Sono storie che raccontano che anche persone dello stesso sesso si possono incontrare, innamorare, possono desiderare di svegliarsi e addormentarsi insieme, di condividere la vita, possono sperare di avere un figlio, una figlia, possono riuscirci. Non è dall’amore che mi voglio difendere.

La mia famiglia è composta da me, mio marito, due figlie e un figlio ma ci sono altre famiglie, e ciò che fa di un nucleo di persone una famiglia è la condivisione di un progetto di vita e di amore, è la costruzione di un nuovo nido. Nient’altro.

Di che cosa avete paura?

Ladies and gentlemen..and stereotypes.

“Un mondo senza ladies è un mondo senza gentlemen” è il titolo di una campagna pubblicitaria realizzata per il brand Parisian Gentlemen  dall’agenzia italiana DLVBBDO.

Questo il filmato:

Il filmato rappresenta alcune donne intente a mettere in atto comportamenti generalmente attribuiti agli uomini (sputare, mangiare in auto gettando i rifiuti dal finestrino, azzuffarsi, frequentare locali di streptease etc..)

Ho cercato in rete qualche considerazione in più a proposito delle motivazioni che hanno spinto il brand di moda, che si occupa di realizzare abiti per uomini eleganti, a scegliere questa tematica.

Qui si può leggere:

Volevamo che il nostro spot fosse diverso. Volevamo un progetto che sfatasse i soliti preconcetti e le aspettative abituali.

Ammetto che ciò mi incuriosisce… quale è il preconcetto in questione che si vorrebbe sfatare? quello secondo cui “le femmine sono sempre aggraziate e si comportano in modo adeguato, mai sconveniente?” Il progetto mi pare interessante, mi ripeto tra me e me: cambiare punto di vista sulle donne, togliere quella patina angelicata che spesso ci rappresenta in tv (a proposito di donne-angelo, ricordatevi di firmare la campagna #nonèamodomio, qui un mio breve articolo e tutte le info) mi pare un’iniziativa di pregio.

Proseguo la lettura:

Attraverso questo breve film Parisian Gentleman intende sottolineare che nella nostra concezione dello stile maschile, nonché della ricerca di esso, non vi è alcunché di frivolo. Siamo convinti che il perseguimento dell’eleganza personale tocchi alcuni dei valori umani più fondamentali, compreso il rispetto di sé, e che il desiderio di dare veste visibile a questi valori meriti il nostro impegno a mostrare la parte migliore di noi non soltanto nella vita sociale, ma anche nell’ambito della vita privata.

Quale è quindi il nucleo del progetto? lo stile maschile, che deve essere elegante e non frivolo. E si è eleganti se si da voce a valori umani come il rispetto di sé. Questi valori devono trasparire non solo nella vita sociale ma anche nella sfera privata.

Ma allora, mi chiedo, se tutto è incentrato sullo stile maschile, sull’eleganza del gentlemen… che bisogno c’è di scomodare le donne per giunta attribuendo loro  dei comportamenti che raramente mettono in pratica?

Lo stile per le donne  non è solo un “valore”, è anzitutto uno stereotipo: indossare la gonna per essere obbligate a tenere chiuse le ginocchia (comportamento tanto radicato che, nonostante ora le donne possano indossare liberamente i pantaloni, diversamente dal secolo scorso, la posizione delle gambe non cambia…), non poter fischiare, sporcarsi o – per le bambine – giocare ad arrampicarsi. Non poter dire frasi sconvenienti o volgarità è stata la regola a cui molte donne sono state costrette.

Ribaltare lo stereotipo mostrandole in comportamenti maschili può essere un gesto di rottura rispetto ai pregiudizi ma mi pare poco calzante rispetto alle finalità dello spot. Anche qui le donne vengono usate come “accessorio”, per veicolare un messaggio che sarebbe stato reso più forte ed evidente se i protagonisti fossero stati uomini.

Uomini che di solito sono elegantissimi ma che comunque mettono in atto quei comportamenti – magari nella sfera privata – lasciando intatta la propria allure di gentlemen. Sarebbe bello – come è scritto nelle dichiarazioni del brand – esortare gli uomini a impegnarsi a mostrare la parte migliore  non soltanto nella vita sociale, ma anche nell’ambito della vita privata.

Le donne, purtroppo o per fortuna, lo fanno da sempre.

#nonèamodomio

Anna Maria Arlotta ha creato nel 2011 un gruppo su facebook intitolato La pubblicità sessista offende tutti. L’obiettivo, come si legge nelle informazioni, è di  “portare all’attenzione generale quelle pubblicità italiane che sviliscono la donna relegandola sempre ai ruoli di oggetto di sollecitazione erotica e casalinga”.

L’attenzione al tema in oggetto è nato grazie allo splendido documentario di Lorella Zanardo, “Il corpo delle donne” e ai molti saggi e volumi che sono stati scritti nel corso di questi ultimi anni (uno è, ad esempio, il bel saggio di ballista e Pinnock che ho recentemente recensito qui)

Di pubblicità di questo tipo è possibile incontrarne a centinaia: sfogliando un rivista, passeggiando per qualsiasi città italiana, accendendo il televisore. E’ proprio nei confronti di uno spot televisivo che si è focalizzata l’attenzione di Anna Maria. Lo spot è quello di Lavazza A Modo Mio.

L’attenzione, secondo il mio punto di vista, è l’anticamera di una consapevole presa di posizione. Ed è per questo che Anna Maria ha deciso di lanciare una petizione: “Lavazza, il tuo spot non è a modo mio!”, trovate qui tutte le informazioni).

Obiettivo della petizione è quello di chiedere a Lavazza di ritirare la pubblicità.

Come si può leggere nelle motivazioni:

Nello spot “A modo mio” una donna angelica china la testa in maniera pudica quando Brignano, l’uomo buono che ha meritato il Paradiso, appreso che lì tutto è di tutti, estende il concetto di possesso a lei chiedendo implicitamente a S.Pietro (Solenghi) se questo vale anche per la ragazza. La donna è raffigurata come un’angioletta decerebrata.

Ancora una volta abbiamo un tipico italiano di mezz’età che rivolge lo sguardo marpione a una donna con la metà dei suoi anni e completamente passiva. Poi c’è un anziano che, in una scena che conta otto uomini, le fa da altolocato protettore, senza il quale si presume che lei possa essere a loro disposizione, mentre, silente, aspetta di sapere se sarà consumata come un cioccolatino al bar.

Poco fa Anna Maria ha voluto scrivere un breve aggiornamento circa gli effetti di questa petizione:

 Ad oggi sono arrivati mille messaggi nell’orecchio dei responsabili della pubblicità della Lavazza. Dicono che devono rappresentare la donna con una personalità e non come un angelo muto, e che non devono neanche far supporre a un protagonista uomo che sia ottenibile come un prodotto. Speriamo che la ditta recepisca e…più firme ci sono e più saremo ascoltati, perciò diffondete ancora!

Sono perfettamente d’accordo con l’autrice: la pubblicità è sessista e svilente: una donna rappresentata come una bambolina bellissima quanto inutile, senza alcun valore intrinseco ma esclusivamente ad uso e consumo dello sguardo maschile. E’ questo genere di pubblicità che contribuisce a rafforzare nell’immaginario comune l’immagine della donna come di un (s)oggetto debole e pertanto bisognoso della protezione maschile, priva di qualità o competenze se non quelle legate al proprio aspetto fisico (costruito non come valore intrinseco ma come estrinsecazione degli interessi maschili).

Per questo vi invito a firmare la petizione: non solo perché si faccia pressione e lo spot venga ritirato, quanto piuttosto per dare un segnale forte. Come a dire: “siamo consapevoli dei messaggi comunicativi che si celano dietro questa pubblicità e non siamo dispost* ad accettarli”.E mi auguro davvero che possano sostenere questa iniziativa anche tanti uomini perché, come giustamente fa notare Anna Maria, “la pubblicità sessista offende TUTTI”.

Bellezza femminile e verità. Modelli e ruoli nella comunicazione sessista

4283

Nel 2010 l’UDI – Unione Donne in Italia – ha lanciato la campagna “immagini amiche”. L’obiettivo era quello di rimarcare la necessità di rivedere la concezione del femminile, così come appare  nelle immagini pubblicitarie che spesso hanno un contenuto violento, misogino, sessista e svilente.

Con il loro lavoro, Serena Ballista e Judith Pinnock  hanno trasformato questi contenuti in un autentico strumento didattico. Il libro infatti raccoglie gli esiti di tre laboratori condotti in alcuni istituti superiori di Modena. Le attività vertono sull’analisi critica delle pubblicità e, di conseguenza, dell’immagine femminile.

Come sottolineano le due autrici nell’introduzione, il percorso da loro proposto prevede quattro passaggi:

– un primo incontro di sensibilizzazione alla Campagna e le sue finalità politico-culturali

– un secondo incontro assimilabile ad una sorta di lezione didattica  sul tema dello svelamento degli stereotipi di genere all’interno delle immagini

– un terzo incontro che vede  i ragazzi impegnarsi attivamente in un lavoro di analisi e catalogazione di immagini “amiche” e “nemiche”

-un ultimo incontro di presentazione alla classe dei lavori fatti dai singoli studenti.

Il volume è ricco e presenta numerose schede di approfondimento (solo per citarne una, quella relativa alla vicenda di  Franca Viola) che in un contesto didattico si risultano essere molto utili. L’obiettivo del progetto, oltre alla riflessione critica sugli stereotipi e le immagini del femmine nel mondo pubblicitario, è anche quello di fornire agl* studenti/esse nuovi elementi per una riflessione e una consapevolezza maggiore circa le conquiste femminili, sia storicamente che culturalmente.

Il testo riporta numerose immagini pubblicitarie: accanto a molte di esse si possono leggere i commenti degl* alunn* circa la loro pertinenza all’oggetto venduto o rispetto all’ideale femminile che contribuiscono a veicolare.

Questa didattica, realizzata in modo non direttivo grazie alla partecipazione attiva dei ragazz*,  ha il pregio di essere immediata e facilmente comprensibile. Nelle attività del secondo incontro, ad esempio, si possono trovare numerosi “giochi” che permettono agl* studenti/esse di capire quanto gli stereotipi siano ovunque e per questo assorbiti inconsciamente da chiunque.

Anche la catalogazione delle immagini proposta dal testo (immagini violente, nudi adeguati o no, corpo femminile come elemento essenziale o meno, immagini che mettono in scena il femminicidio, i ruoli tradizionali e i giochi…) fornisce numerosissimi spunti di riflessione.

In conclusione il lavoro di Serena e Judith è un testo utilissimo per tutt* i professionist* che operano in contesti scolastici ed extrascolastici in favore alla decostruzione di tutte quelle  immagini in cui il corpo femminile è usato impropriamente, svilito, violentato.

A corredo del volume sono raccolte alcune considerazioni su tematiche “calde” che da sempre afferiscono al femminile (il rapporto col potere, la mercificazione del corpo, gli stereotipi…).  Il senso del volume, a mio modo di vedere, è racchiuso nelle belle  parole di Serena:

“Don Ciotti dice che la cultura illumina le coscienze. Il nostro progetto, ad esempio, ha creato un vaccino nei giovani per difendersi da questa situazione”.