Analogie. Di Violetta e del fenomeno del tweening

Nei giorni scorsi ho letto con grande interesse il libro di Loredana Lipperini Ancora dalla parte delle bambine. Nel libro si fanno alcune riflessioni soprattutto sul mondo dei media (internet e tv) analizzando i modelli culturali che questi canali contribuiscono a veicolare. Come  ho scritto nella recensione che potete leggere qui, la tesi dell’autrice è chiara:  riconosce al mezzo in sé enormi potenzialità ma nota che i contenuti corrispondono, purtroppo, ancora a quegli stereotipi di genere contro cui duramente si era battuta Elena Gianini Belotti. Alle bambine si insegna esclusivamente ad essere belle per poter far colpo sugli “uomini” e trovare così il Principe Azzurro che le sposerà e con cui avranno tanti bambini. L’autrice, inoltre, si sofferma su alcuni fenomeni preoccupanti: i* bambin* sono sottoposti ad un bombardamento mediatico tale per cui

– sono i principali spettatori di programmi non direttamente rivolti a loro (ad esempio il celebre uomini e donne)

– vengono avvicinati molto presto al mondo delle marche (si legge nel volume che scopo degli esperti di marketing è abbassare l’entry point, ovvero l’età di ingresso alla marca, ad esempio attraverso la pubblicità che ritrae la mascotte del brand in versione cartoon, azione è stata realizzata da marchi come Camel  o Red Bull) [per approfondire si veda pag. 111]

– gli esperti di marketing puntano al tweening, parola che sta ad indicare il fenomeno dell'”adolescenza retrodata”: «i prodotti, i temi e i programmi televisivi apparentemente rivolti ai quattordicenni vengono in realtà fruiti dai bambini di otto anni» (ibid.)

Ho  tutti questi concetti così beni chiari nella mia testa e il libro ancora aperto sulla scrivania quando mi imbatto in un servizio del TG1 (andato in onda ieri, 30 gennaio, nell’edizione delle 20.00…vi consiglio di recuperarlo perché merita!). Il servizio dà la notizia del nuovo tour di Violetta, la protagonista di una serie tv di Disneychannel. I protagonisti sono giovani teenager ma, se si osservano le immagini di repertorio dei concerti che si sono tenuti in Italia (ma anche nel resto del mondo) durante lo scorso anno si può notare che la platea è composta da un pubblico ben più giovane.. circa 7-8 anni. Il fenomeno del tweening, dunque, è in agguato.

La giovane protagonista viene intervistata in conferenza stampa dal giornalista. La domanda è banale, le viene chiesto se è felice di sapere che al tour sono state aggiunte diverse tappe nel nostro paese. La giovane, abbronzata e bellissima 18enne, appena sente parlare dell’italia si esalta e dice di essere molto felice perché le ragazze (…forse “bambine” era un termine più adeguato”…) italiane si emozionano tantissimo ai suoi concerti “se una inizia a piangere attaccano all’unisono tutte le altre”. Insomma, “sono emotive e tenerissime”.

Il giornalista fa presente che questo nuovo tour avrà delle sonorità molto più rock, ispirate al mondo degli adulti, e tante coreografie oltre ad abiti dei scena bellissimi.

A proposito degli abiti, qui un esempio di quelli indossati nel precedente tour:

violetta (1)

abiti sexy e succinti che immaginati addosso alle tante bambine che si immedesimano nella protagonista fanno quasi paura.

Insomma, il discorso di Lipperini torna alla grande:precoce adultizzazione delle bambine attraverso il bombardamento mediatico di programmi che vengono proiettati sulle reti dedicate all’infanzia (come Disney channel) ma destinati in realtà ad un pubblico adolescente; programmi che veicolano un’immagine femminile stereotipata (vestiti succinti e sexy: la bellezza sempre in primo piano) e, per concludere, un’immagine stereotipata anche delle giovani spettatrici viste solo come “tenerissime ed emotive”.

Non so cosa sia necessario fare per interrompere questo strano circuito che porta bambine di nemmeno dieci anni (attraverso genitori consenzienti) a “rovinarsi” l’infanzia attraverso un’adultizzazione precoce. Anzi, sarò tragica: considerando che ciò avviene perché ci sono professionisti del marketing che ogni giorno studiano per confezionare prodotti sempre più appetibili anche agli occhi dei bambin*, non so nemmeno se un’inversione di rotta sarà possibile. In ogni caso, se almeno i telegiornali evitassero di fomentare questo fenomeno..ecco, di quello sì gliene sarei grata.

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Il problema siete voi

Sono qui, intenta a leggere un libro che racconta l’esperienza di due colleghe nella realizzazione di un intervento formativo nelle scuole secondarie sul tema “sessismo e pubblicità” quando mi imbatto in questa pagina de Il giornale

Il fatto è noto: dopo più di 40 anni Murdoch, l’editore di The sun,  decide di eliminare la terza pagina del giornale dedicata al nudo femminile.

Secondo l’autore del pezzo tutto ciò non ha nulla a che fare con il femminismo

Davvero è andata così? Murdoch rinuncia all’affare per abbracciare la cultura femminista con annesso rispetto del corpo della donna perché comprende che esso non può essere volgarmente sbattuto in prima, o meglio in terza pagina? Probabilmente le cose devono essere interpretate in tutt’altro modo.

(…) non perché all’uomo non piace guardare un bel corpo di ragazza poco svestito o del tutto senza veli, piuttosto perché quei bei corpi li vede dappertutto in grande quantità e non ha più bisogno di soddisfare la sua curiosità comprando una rivista che, tra l’altro, a quelle immagini ci dedica soltanto una pagina.

Oggi è possibile reperire in rete qualsiasi immagine, dal contenuto sexy o erotico, per cui il mantenimento di una pagina come quella del giornale inglese  si rende inutile oltre che costosa.

Probabilmente la mossa di Murdoch non ha nulla a che vedere con la battaglia che da molti anni non solo le femministe (ci avete fatto caso? spesso questa parola viene usata come fosse un insulto!) ma molte persone – interessate ad una rappresentazione giusta della donna – portano avanti. In ogni caso, mi piace sempre osservare come Il giornale riesca a  denigrare e sottovalutare le donne sempre e comunque.

Con l’occhiello il corpo delle donne vale sempre meno, con quel modo sempre un po’ paternalistico di affrontare il problema

Il movimento femminista « No More Page 3 » sarà certamente soddisfatto di aver raggiunto il proprio scopo con la chiusura della terza pagina del Sun , ma non ha  certo salvato la dignità del corpo della donna.

No, non saranno riuscite a salvare il corpo della donna: la battaglia è lunga e soprattutto combattuta con armi impari. Spesso osteggiata proprio da chi, di mestiere, dovrebbe contribuire a tratteggiare un’immagine del corpo femminile che sia qualcosa di più di un semplice “pezzo di carne” da esibire per attirare acquirenti.

Ancora dalla parte delle bambine

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Negli anni Settanta Elena Gianini Belotti scrive un breve saggio nel quale analizza i condizionamenti sociali nella formazione del ruolo femminile nei primi anni di vita. La premessa è semplice quanto innovativa: la maggior parte delle persone ritiene che le differenze tra maschio e femmina siano innate mentre, secondo il ragionamento della studiosa, invece, sono frutto di condizionamenti culturali – spesso trasmessi in modo inconsapevole – dai genitori e dalle altre figure preposte alla formazione e alla socializzazione dei più piccoli. La società utilizza questi condizionamenti allo scopo di  tutelare quei valori che intende trasmettere da una generazione all’alta e – tra questi – vi è il mito della “naturale” superiorità maschile a scapito di una inferiorità femminile. Mentre i maschi sono educati fin da subito ad avere un comportamento irruente e sono giustificati per la loro aggressività, le bambine sono educate alla passività e al sacrificio. Tutto ciò si rifletterà sugli spazi che bambine e bambine andranno ad occupare: se le prime potranno muoversi esclusivamente all’interno delle mura domestiche (saranno cioè angeli del focolare, casalinghe, brave mamme e si faranno carico della cura di tutti i componenti della famiglia), i bambini sono educati fin da subito a conquistare gli spazi esterni (sono incoraggiati a giocare all’aria aperta, a fare sport, a fare carriera una volta adulti etcc..).

Queste sono le premesse da cui si origina il bel saggio di Lipperini. A distanza di trent’anni dal precedente volume, cosa è cambiato? L’indagine della scrittrice è profonda e ampia e prende in esame quei contesti in cui le bambine compiono il loro apprendistato formativo: la famiglia, la scuola, i libri e i fumetti aggiungendone uno che, oltre ad avere una vita autonoma, spesso influisce sui precedenti: i media.

I media, cioè i programmi tv, le pubblicità, il mondo di internet (che si esplicita nei videogiochi che si possono trovare sulla rete, nei blog, nei siti internet spesso fruiti da bambin* a partire dai 5 anni di età) non sono il male assoluto, come molti genitori e molti intellettuali continuano ad affermare. Secondo Lipperini il problema è legato alla confusione che si crea confondendo il mezzo e il contenuto. L’autrice riconosce molti meriti agli strumenti sopra descritti. Il problema è, però, che continuano a contenere pregiudizi e stereotipi decisamente simili a quelli individuati da Belotti nel processo di socializzazione che caratterizzava le bambine negli anni ’70. L’estrema versatilità degli strumenti, poi, si traduce in una confusione dei modelli proposti: le bambine possono guardare i programmi per l’infanzia, ma anche i reality destinati ad un pubblico adulto come il grande fratello, uomini e donne e la pupa e il secchione. La sessualità è sbandierata, le donne protagoniste sono superficiali ed esclusivamente attente all’apparenza. Il modello femminile, in sostanza,non è cambiato.  Neppure nei cartoni animati o nel mondo dei giocattoli – dove accanto alla sempreverde Barbie spuntano nuove protagoniste, come le Bratz, bambole simili alla bionda star di Mattel ma più aggressive nel look e nelle storie che le vedono protagoniste- qualcosa è cambiato. Alle bambine è sempre richiesto di guardare all’apparenza  et tutto ciò che ruota nel loro mondo ha a che fare con vestiti alla moda, trucchi e acconciature. Curare il proprio aspetto per un unico motivo: far colpo sui ragazzi e – possibilmente – trovare il Principe Azzurro che le sposerà e dal quale potranno avere tanti figlioletti.  Come un perfetto Giano bifronte i giocattoli mostrano l’altro “ideale” a cui le bambine sono socializzate: attraverso aspirapolveri, cucine, carrelli delle pulizie e stoviglie così simili a quelle delle proprie mamme le giovani sono educate ad essere donne remissive e accudenti, a farsi carico delle faccende domestiche e a curare i piccoli.

Il modello schizofrenico è quello a cui le donne sono da sempre educate. Ciò si nota bene anche quando si parla di maternità: si trasmette il valore secondo il quale l’istinto materno sia una dote innata per una donna, ma non appena partorisce la si sommerge di messaggi negativi che rimandano alla sua totale incapacità di prendersi cura in modo adeguato del/lla piccol* (ed ecco quindi moltiplicarsi guide, libri, opuscoli, canali tematici e programmi tv…).

A scuola, i genitori, mentre invocano protezione da parte delle insegnanti nei confronti dei propri figli e del programma didattico da rispettare (soprattutto quando a creare scompiglio è un bambin* con un disturbo legato all’apprendimento) ricordano al proprio figli* di farsi valere se qualcuno osa attaccarli direttamente.

Nonostante l’importanza della riflessione sulla maternità, sulla scuole e sui compiti educativi, sotto la lente di ingrandimento dell’autrice vi sono in larga misura i media: «chi si trova a riempire di contenuti un sistema di media che avrebbe possibilità notevolissime agisce seguendo vecchi schemi» (p.233) inoltre «non è la sola televisione ad aver innescato la riproduzione di archetipi che si credevano scomparsi: sono quegli stessi modelli ad aver preso forza in luoghi diversi e a essere riversati – anche – in televisione» (ibid.)

Ancora oggi si rivela necessaria un’opera di decostruzione degli stereotipi di genere e, soprattutto,risulta indispensabile veicolare nuovi modelli educativi basati su un approccio meno rigido e schematico. Trasmettere alle future donne valori formativi differenti rispetto alla bellezza, all’apparenza, e alla femminilità che si esplicita nell’essere o “femme fatale” o “buona madre di famiglia” Solo così potranno essere ampliate le possibilità partecipazione delle donne alla vita civile e sociale del paese.

A tavola con Platone – Esercitazioni e giochi d’aula sulle differenze culturali,sessuali e di genere

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È un libro, ma anche una vera e propria raccolta di materiale su cui impostare un progetto formativo attorno a tre grandi nuclei concettuali: la violenza di genere, il linguaggio sessista e la cultura della diversità.

Secondo le autrici «è importante progettare interventi formativi che consentano di sviluppare quelle competenze sociali che sono indispensabili perché una persona sia in grado di esercitare il proprio diritto di cittadinanza e di riconoscere analogo diritto a tutte le altre persone» (p.13).

Gli interventi formativi progettati ruotano attorno alle esercitazioni e ai giochi d’aula. Negli adulti l’uso dei giochi apre nuovi canali percettivi e favorisce il problem solving, sono più coinvolgenti e danno alle persone la sensazione di aver contribuito attivamente alla realizzazione dell’attività, diventandone co-protagonist*.

Nell’apprendimento a scuola questa metodologia risulta ancor più adatta, soprattutto se si considera che gli interventi formativi hanno spesso una breve durata. Strutturati attraverso giochi ed esercitazioni, gli interventi si rendono più efficaci. L’impostazione risulta inoltre meno direttiva e contribuisce a differenziare l’intervento dei formator* da quello delle/degli insegnant*.

la prima sezione raccoglie i giochi che hanno la funzione di “rompere il ghiaccio”: sviluppano l’empatia, fanno riuflettere quanto le nostre azioni siano dipendenti dalle nostre abitudini e  dimostrano quanto sia semplice confondere fatti ed opinioni.

La seconda e la terza parte sono dedicate ad esplorare il terreno fatto  di stereotipi, pregiudizi e di discriminazioni legate al genere. i giochi fanno riflettere sulle implicazioni linguistiche (ad esempio nel contrasto delle professioni: molte di esse, declinate al femminile, rimandano ad un immaginario concettuale svilente per la donna), sui contenuti semantici delle parole.

La quarta sezione è dedicata alla violenza di genere: i giochi sono funzionali a promuovere la consapevolezza che la violenza di genere nasce e si esprime nella stragrande maggioranza dei casi all’interno di una relazione affettiva e si cerca di riflettere sui fattori socio-culturali che possono favorirla.

Gli stereotipi di genere vengono indagati anche nel capitolo successivo, ma questa volta nell’ambito dell’omosessualità: si analizzano i possibili pregiudizi che si possono nutrire nei confronti delle persone omosessuali o delle loro relazioni oltre che i vari stereotipi legati all’omosessualità.

il sesto capitolo è dedicato alle culture: si vuole smascherare la visione etnocentrica che spesso ci spinge ad agire e pensare e sui pregiudizi che spesso nutriamo nei confronti dell'”Altro”.

L’ultimo capitolo è quello dedicato a stimolare la capacità di entrare in empatia con l’altro e a favorire l’utilizzo del dialogo per il confronto e il superamento delle differenze.

I materiali sono fruibilissimi e tengono conto dei tempi che i formator* possono avere (molte attività si possono realizzare stando sotto la soglia dei 15 minuti, alcune possono arrivare ad impiegare anche un’ora di tempo). Rispetto al target, invece, ritengo che la maggior parte dei giochi sia pensata per un uso all’interno dell’ambiente scolastico (fascia di età: studenti delle scuole medie e superiori); pochi sono i giochi che ho trovato adatti anche ad un pubblico adulto.

In definitiva risulta essere un ottimo manuale, adatto a formator* ed educator*, dal quale attingere per impostare il proprio progetto formativo e per condurre, in definitiva, i partecipanti a riflettere sull’importanza del rispetto in qualsiasi relazione umana.

Ma il cielo è sempre più blu. Un’inchiesta sugli stereotipi di genere con i bambini e le bambine delle scuole elementari.

Bambine e bambini costruiscono la propria identità di genere attraverso i modelli sociali e culturali del proprio contesto di riferimento. Questi, poi, sono a loro volta influenzatii dai modelli che – su vasta scala – vengono proposti e riproposti da media (e dalla tv in particolare).

Queste sembrano essere le premesse da cui è partito il lavoro di Alessandra Ghimenti, videomaker, toscana di origine e milanese di adozione. Tra il 2010 e il 2014 Alessandra ha realizzato tre filmati – due dei quali sono stati raccolti in un dvd (acquistabile sul suo blog) – con i quali prova ad indagare l’influenza degli stereotipi di genere e la percezione del femminile e del maschile nei bambin* delle elementari. i tre filmati (che si possono vedere – in una versione ridotta – su You tube ) godono della stessa impostazione: le domande proposte, infatti, sono le stesse e ciò ci permette con più facilità di comprendere l’influenza del contesto di riferimento rispetto alla percezione del maschile e del femminile e alla concezione della donna nell’immaginario dei bambin*.

Le domande in questione sono le seguenti:

– cosa vorresti fare da grande?

– c’è differenza tra maschi e femmine?

– c’è qualcosa che le femmine/i maschi non possono fare?

– cosa ti piace dell’essere maschio/femmina?

– chi si occuperà dei bambini quando ne avrai uno?

Nel primo filmato i bambini coinvolti sono quelli di una scuola elementare in provincia di Lucca. Come si può intuire ascoltando le risposte il contesto di riferimento influenza una visione stereotipata dei sessi. Alla domanda “cosa vuoi essere da grande” molte bambine rispondono di voler diventare parrucchiere, showgirl o ballerine e la motivazione è – per tutte – la bellezza (“mi piace sistemare i capelli, mettere lo smalto…”). Alla domanda “come sono le femmine?” le bambine si descrivono come “più tranquille, più belle, non fanno mai la lotta, più brave, amano lo shopping…). È evidente dunque che le bambine hanno ricevuto – in maniera più o meno intenzionale – una forte educazione al ruolo femminile inteso nella sua versione maggiormente stereotipata. Ciò traspare anche nelle risposte date alla domanda relativa a chi si occuperà dei bambini:

“quando devo andare a far la spesa se ne  occuperà mio marito, quando lui deve lavorare me ne occuperò io”.

Le bambine hanno ben chiaro il ruolo femminile che sono chiamate a svolgere e allo stesso modo i bambini che alla domanda “ti piace esser maschio” rispondono di sì perché possono fare più cose rispetto alle femmine.

Un po’ diverse invece sono le risposte che si possono ascoltare nel secondo filmato, girato in una scuola elementare del centro di Milano. Alla domanda “cosa vuoi fare da grande” il numero di bambine che risponde “la modella” è infinitamente più basso. Molte vogliono fare la veterinaria, o la scrittrice, o l’avvocata  o, ancora, la cavallerizza. Anche per i maschi le risposte sono simili: l’avvocato, l’ingegnere, il militare, l’architetto. È facile immaginare che i bambini, nati e cresciuti nel centro di Milano, vivano in un contesto in cui entrambi i genitori lavorano fuori di casa e in un clima di benessere diffuso. Alla domanda “c’è differenza tra maschi e femmine” o “c’è qualcosa che maschi/femmine non possono fare?” infatti, rispondono di no: tutti possono fare tutto. Anche alla domanda sui futuri figli molti rispondono che saranno le tate o i nonni ad occuparsi di loro (è facile immaginare che siano proprio queste figure a prendersi cura dei piccoli intervistati  che si trovano, dunque, a riproporre un modello già vissuto).

Nel terzo filmato, realizzato a Brescia, si coglie nuovamente un clima di grande apertura: i bambinii vorrebbero essere scienziati, muratori, camionisti.. ma anche modelli! Le bambine dottoresse, pasticcere, parrucchiere, chef e pittrici. Il contesto è forse meno elitario rispetto al centro di Milano (lo si può intuire dall’abbondanza di mestieri che non implicano anni di studio o di specializzazione).In ogni caso,per la maggior parte di loro non ci sono grosse differenze tra l’esser maschio o femmina. Emblematica la risposta di una bambina: “se ci provi a fare le cose, poi impari!”. La stereotipizzazione dei ruoli però è presente specialmente se si osservano le risposte relative alla domanda “cosa ti piace dell’esser maschio/femmina”. Quasi tutte le bambine rispondono con affermazioni relative alla bellezza (“abbiamo i capelli lunghi, indossiamo vestiti più belli..”) i maschi con riferimenti allo sport e alla professione (“facciamo i lavori più belli, possiamo fare più sport”). le bambine, dunque, sono educate, anche in modo inconsapevole, a coltivare la loro bellezza e vanità, i bambini ricevono un messaggio implicito relativo alla loro forza fisica (che deve essere mantenuta e sfogata attraverso gli sport) e alla professione che andranno a svolgere una volta adulti.

Il lavoro di Alessandra costituisce un ottimo strumento di valutazione della percezione degli stereotipi nei bambin* ed è allo stesso tempo, un forte grido di allarme per l’intera società. È necessario combattere il modo in cui ancora si concepisce la donna e il ruolo femminile. Abbattere i luoghi comuni è un processo fondamentale di cui dobbiamo assumerci la responsabilità promuovendo anzitutto un cambiamento che deve partire dalla scuola attraverso forme nuove di educazione al genere e al rispetto dell’altro.

Il progetto di Alessandra è un “work in progress”: ai filmati che che potete vedere qui se ne aggiunge un altro, realizzato in una scuola elementare di Sesto San Giovanni. Altri due filmati sono in fase di montaggio.  Tre documentari sono, invece, in fase di elaborazione. Il lavoro sarà composto di 9 capitoli che – una volta realizzati tutti – saranno raccolti in un nuovo dvd.

…Stay tuned!

Bomba Libera Tutti. Stereotipi e differenze di genere in una classe delle elementari

In che modo – bambine e bambini – costruiscono la propria identità di genere? Come influiscono gli stereotipi di genere e i pregiudizi sul maschile e sul femminile all’interno di questo processo? A questa e ad altre domande hanno provato a rispondere alcuni insegnanti della scuola elementare “Galileo Galilei” di Pistoia. Coinvolgendo gli* alunn* della classe quarta gli autori Daniele Lazzara e Pina Caporaso hanno realizzato un documentario delicato ed intenso. I* bambin* sono stati divisi in piccoli gruppi, per consentire ad ognuno di avere tempo e spazio per esprimere le proprie idee, e sono stati coinvolti in tre attività diverse: la lettura a voce alta di brevi racconti, l’analisi di pubblicità e di immagini televisive e la discussione tra pari sul modo in cui le bambine vedono i bambini e viceversa.

La prima attività prende spunto da un’esperienza editoriale degli anni ’70  intitolata Dalla parte delle bambine in cui si racconta la rappresentazione del maschile e del femminile attraverso brevi storie che hanno per protagonisti alcuni animali. Attraverso le storie di Arturo e Clementina e quella dei topini del racconto una fortunata catastrofe si indaga il rapporto tra maschi e femmine sia nei rapporti relazionali sia nella divisione dei ruoli e dei compiti sociali. I bambini percepiscono i pregiudizi attorno alle figure descritte e discutono assieme attorno al tema dell’identità di genere.

Gli autori del documentario sono consapevoli che oggi la scuola, a causa della disputa politica che la coinvolge e dei grandi problemi finanziari ed economici, sta perdendo quel ruolo di agenzia formativa primaria che per secoli le è stato assegnato, ruolo che sempre di più viene affidato alla televisione:

è la scuola che insegna ai bambini come stare al mondo e crea un modello di convivenza basato su una visione conservativa e consumistica.

L’analisi di alcune pubblicità permette ad insegnanti e bambin* di focalizzarsi attorno al tema degli stereotipi: come vengono rappresentate le donne? di cosa parlano, di cosa si occupano? nello svolgimento di quali attività vengono ritratte? I bambin* comprendono bene il meccanismo degli stereotipi e ciò risulta evidente nell’analisi della pubblicità di “Indovina chi?”, un gioco da tavolo molto in voga negli anni ’90. Nella pubblicità si può vedere un bambino e una bambina sfidarsi ad una partita. «Se c’era solo una bambina si poteva pensare che quel gioco era da femmina», dice un bimbo. «Comunque non è detto – fa eco una bambina – anche se avessero fatto vedere solo un bambino non è detto che solo i bambini possano giocarci!» I* bambini* notano le criticità e le ristrettezze di un adeguamento troppo rigido ai ruoli che vengono imposti ai generi.

L’ultima attività proposta riguarda la discussione sul maschile e sul femminile: ai bambini è chiesto di descrivere le bambine e viceversa, soffermandosi in particolare su cosa non apprezzano dell’altro sesso. Emerge qui una visione stereotipata dei generi (i bambini sono bulli e vanitosi, le bambine interessate solo al proprio aspetto fisico e troppo gelose) e la discussione accende il conflitto. I maschi si offendono per la descrizione fatta dalle bambine mentre queste ultime tentano di mediare e ritrattare la propria posizione.

Si può leggere qui il ruolo conservatore delle donne? Attente a non rovinare gli equilibri (…) chiamate a ricucire ed accogliere?

In definitiva il documentario offre una fotografia, nitida e precisa, dei rapporti tra maschile e femminile e delle modalità in cui la società contribuisce a determinare  precise regole di comportamento attribuendo ruoli imposti. Alla scuola gli autori affidano un compito importante: quello, cioè, di costruire un luogo protetto e sicuro in cui affrontare il tema in questione proponendo modi/mondi alternativi a quello imposto dalla società e dalla televisione.

Se, come dicono gli autori, «nel buio del presente ci sono cose che fanno luce»  il lavoro di questi insegnanti rappresenta un bel traguardo raggiunto nell’ottica di un’educazione al genere e al rispetto, per tutti.

Conosci Andrea? e Ciaomaramao: strumenti ludici per l’educazione al rispetto delle differenze e alla parità di genere

Sino ad ora mi sono occupata di recensire volumi e pubblicazioni che affrontassero il tema della violenza sulle donne, degli usi sessisti del linguaggio o dell’omofobia.

Oggi vorrei invece dedicare alcune righe per recensire due giochi didattici realizzati da Giuseppina Diamanti, psicologa, psicoterapeuta ed insegnate, allo scopo di promuovere il rispetto delle differenze e l’educazione alla parità.

I giochi costituiscono un valido strumento per favorire lo sviluppo di sé e della propria identità. Hanno inoltre la funzione di indagare il rapporto tra le relazioni (sociali e culturali) tra gli esseri umani e la costruzione di sè e dell’identità di genere, facilitando il racconto e la narrazione di sé.

Oltre a questo importante obiettivo vi sono altre finalità tra cui quella di combattere stereotipi di genere e pregiudizi che permeano la cultura infantile. In definitiva, lo scopo dei giochi è quello di promuovere la conoscenza e la valorizzazione delle differenze tra pari.

Entrambi i giochi si pongono l’obiettivo di sviluppare il pensiero ipotetico-deduttivo e le capacità di analisi e sintesi, migliorare la creatività, favorire lo sviluppo di abilità decisionali e incrementare l’autonomia e l’autostima.

Ciaomaramao è un gioco di carte pensato per bambine e bambini dai 5 agli otto anni. È composto da 96 tessere che ritraggono bambine e bambini intente/i in attività differenti (curare un cucciolo, leggere, giocare all’aria aperta, sistemare fiori etc..). Il gioco è concepito come una sorta di domino delle differenze: le carte possono essere unite tenendo conto della variabile azione (alla carta “bambina che gioca con un peluche” si affiancherà il corrispettivo per il bambino) o altre variabili (ad esempio i colori dei vestiti dei bambin* ritratti…). Il gioco ha la funzione di combattere gli stereotipi, infatti:

– non ci sono stereotipizzazioni basate sui colori (bambine e bambini vestono abiti colorati o tessuti  fantasia)

– i ruoli di cura sono affidati a uomini e donne

– bambine e bambini si cimentano nelle medesime attività (giochi all’aria aperta, letture, accudimento degli animali domestici…)

Scopo del lavoro, dunque, è quello di affermare che se è vero che tra bambine e bambini sussistono alcune differenze di tipo biologico, gli stereotipi e i pregiudizi sono esclusivamente un prodotto culturale.

Conosci Andrea? è un gioco cooperativo pensato per bambin* della scuola primaria. Nucleo centrale del gioco è la plancia sui cui è disposto un percorso immaginario che si chiama la città dei bambini  su cui si possono trovare alcuni edifici (la scuola, la biblioteca, il ristorante…), alcuni luoghi (il parco, la spiaggia…) e incontrare alcune persone. I luoghi e i personaggi che si incontrano permettono ai partecipanti di avere degli indizi per capire chi sia Andrea. Ad esempio al ristorante sarà possibile conoscere i gusti di Andrea a tavola, in spiaggia capire il rapporto di Andrea con la sua fisicità e con lo sport e via discorrendo. Le carte rappresentano diverse professioni al maschile e al femminile (il bagnino/la bagnina, il sindaco/la sindaca): Andrea, infatti, è un nome che si presta all’uno e all’altro sesso: spetta ai partecipanti capire se si tratti di un maschio o di una femmina.

Conosci Andrea?”.

“Quale?”, replicheranno

e una risposta completa non vi daranno

 (Ma a farvi un’idea vi aiuteranno)

e  ad Andrea a poco a poco vi porteranno!

Così il percorso  non sarà  affatto facile.

Le persone sì, vi forniranno un indizio,

ma solo in cambio di un vostro dato su tizio.

 Dovrete rispondere anche voi alle domande,

 a volte seriose a volte un po’ strambe.

E lungo le strade del vostro viaggio,

ragazza forte, o bambino saggio,

il caso seminerà dei brutti momenti.

    A nulla varranno gli sforzi o i lamenti:

  “NON È GIUSTO”, direte.

E’ vero, non è giusto per niente.

 Ma questo dovrete spiegarlo alla gente.

Oltre alle carte-personaggi il gioco è corredato da una serie di carte imprevisto: sono delle vere e proprie ingiustizie dove l’arbitrarietà vince sul diritto (perdite motivate da discriminazioni, momenti in cui si nega il rispetto a qualcun altro su basi arbitrarie etc…). Queste carte hanno lo scopo di mettere in luce la scorrettezza di un comportamento basato su un pregiudizio o uno stereotipo e, di conseguenza, educare al rispetto delle differenze.

Scopo del gioco è affrontare il tema degli stereotipi: chi è Andrea? Può essere un maschio anche se sappiamo che ama ballare? Può essere una femmina anche se i personaggi incontrati ci hanno detto che gioca a calcio?

I giochi sono veloci ed intuitivi e nel progetto di Giuseppina dal titolo Giochiamo la differenza per un mondo di parità è prevista la possibilità di supportare i docenti interessati con percorsi di formazione ed approfondimento specifici per permettere loro di usare lo strumento in maniera ottimale.

Nella mia esperienza di pedagogista, nell’ambito delle attività realizzate presso il centro Antiviolenza di Imperia, mi è capitato in un paio di occasioni di sperimentare nella concretezza il gioco “conosci Andrea?” e i risultati sono stati ottimi: il gioco ha fornito il pretesto per coinvolgere l’intero gruppo classe creando sinergie positive e ha dato la possibilità di introdurre il tema degli stereotipi di genere in modo molto spontaneo. Le osservazioni fatte dai bambin* – sulle carte, sugli indizi – hanno permesso di cominciare fin da subito a parlare di stereotipi e pregiudizi e ciascuno ha avuto la possibilità di esprimersi liberamente (anche i* bambin* più timidi, che magari di fronte ad una domanda diretta si sarebbero tirati indietro, non hanno avuto difficoltà ad esprimersi e a confrontarsi coi compagn*).

E’ uno strumento efficace e veloce che – a mio avviso – tutti i docenti interessati a lavorare sui temi del rispetto e dell’educazione al genere dovrebbero conoscere.

I “valori” del Presidente Maroni

«Se il tema dell’Expo è nutrire il pianeta, allora noi siamo qui per nutrire i nostri valori». Pare sia questa la frase che Roberto Maroni ha utilizzato aprendo i lavori del convegno  che si è tenuto sabato pomeriggio, presso la sede della Regione Lombardia. Il convegno, intitolato Difendere la famiglia per difendere la comunità, è stato promosso dalla proprio dalla Regione  (anche se l’organizzazione è stata affidata a  diverse organizzazioni, alcune delle quali di stampo ultra cattolico) che ha pensato realizzarlo nell’ambito delle manifestazioni di Expo. Proprio questo è il motivo per cui è finito nella bufera:  come si legge nell’articolo di Il Fatto Quotidiano, il Bureau international des expositions è stato sommerso di centinaia di email di protesta non solo dall’Italia, ma anche dalla Francia e dagli Stati Uniti.

Il titolo sembra innocuo, ma l’incontro ha tra gli organizzatori l’associazione ultra-cattolica Obiettivo Chaire, accusata di sostenere tesi anti gay, visto che sul suo sito propone di “prevenire l’insorgere di tendenze omosessuali” e parla di “atteggiamenti contrari alla legge naturale”.

Per questa ragione I sentinelli di Milano, numerose associazioni lgbti ed sponenti del mondo Pd e Sel si sono riuniti lo scorso sabato per protestare proprio mentre nel palazzo della Regione si teneva il convegno.

I temi del convegno? Un concentrato di omofobia e sessismo: la famiglia naturale è quella composta da mamma, papà e figlioletti, le adozioni non possono essere consentite agli omosessuali, la donna ha per natura un ruolo di cura e accudimento (di queste ed altre amenità potete leggere qui e qui). Non voglio ora fare ulteriori approfondimenti rispetto agli interventi o agli ospiti (anche se non è possible non citare Mario Adinolfi e Costanza Miriano, autrice del celebre “Sposati e sii sottomessa”) ma vorrei sottolineare le modalità con cui pubblico e relatori si sono scagliati contro un giovane che avrebbe voluto porre un paio di domande alla platea, soprattutto in merito alle cosiddette “terapie riparative”. Il giovane, che è stato esortato a porre la domanda al grido di “forza! veloce! rapido!” (sottotitolo: togliti di mezzo!) è stato insultato dal pubblico (“vattene! Vai a studiare”, urlavano da più parti), dai relatori e, non da ultimo, dall’Onorevole La Russa al grido di “culattone!”.

Quindi mi chiedo: quali sono i valori del pubblico che ha assistito alla scena, dei relatori e – non da ultimo – dei politici che hanno partecipato al convegno? Il sostrato è chiaramente omofobo e misogino. le opinioni espresse sono frutto di pregiudizi duri a morire e stereotipi a cui ci si appella quando non si sa argomentare in maniera ragionata ( i gay vogliono adottare solo per avere un “giocattolino” che poi metteranno in un angolo quando decideranno di non volersene più occupare; un bambino che cresce con due mamme o due papà non potrà contare su modelli di riferimento adeguati…).

Sulle teorie riparative, sostenute da molti dei gruppi cattolici che hanno preso parte al convegno, o addirittura alcuni hanno contribuito alla sua realizzazione, mi pare doveroso riproporre questo filmato di Saverio Tommasi, pubblicato circa 8 anni fa e subito ritirato dalla circolazione, in cui vengono illustrate le “basi scientifiche” di queste teorie

Trovo molto interessante l’opinione espressa in un recente articolo di Gayburg

Se si considera poi come il convegno sostenesse di voler prendere una posizione a favore del diritto d’opinione (ritenendo possa essere messa a rischio da una norma che aggiunga delle aggravanti per i reati di matrice omofoba), l’accaduto non solo dimostra inequivocabilmente come quel diritto sia usato come una scusa per difendere i propri pregiudizi, ma ci ha portato persino a dover assistere a ruoli istituzionali pronti a commettere veri e propri atti di bullismo degni di un sedicenne. Non male per chi sostiene che l’omofobia non esista e poi si cimenti in insulti verbali simili a quelli che nelle scuole incidono molto spesso sulla qualità della vita dei giovani lgbt (gli stessi che poi loro vorrebbero “curare” dall’omosessualità se quella situazione vene vissuta con disagio).

Web e omofobia

Un paio di giorni fa ho scritto un breve articolo riferito al video di Saverio Tommasi e ai numerosi commenti omofobi che ha suscitato tra tante, troppe persone.

La stessa cosa è accaduta al canale You tube Bonsai tv: lo scorso 14 novembre ha pubblicato un filmato – Omofobia, 5 cose da far sapere a tutti – che vuole raccontare alcune cose sull’omofobia (in quali paesi si può essere condannati a morte per omosessualità, in quali si può essere imprigionati, cosa fare se si è vittima di omofobia etc..).

Il filmato è stato preso di mira da più di un centinaio di utenti che hanno lasciato – a corredo del video – circa duecento commenti a sfondo chiaramente omofobo.

I commenti sono stati raccolti e sono diventati oggetto di un nuovo filmato, che vi consiglio di vedere

Ogni tanto incontro qualche amico che mi dice che forse sopravvaluto il problema: spesso chi scrive in rete fa fatica ad esprimersi in italiano, figuriamoci se ha anche solo una minima competenza in materia lgbtq.

Vero, sicuramente non esprimono alcun tipo di opinione ragionata sull’argomento  – nemmeno coloro i quali scrivono appellandosi a improbabili “ricerche e studi scientifici” che utilizzano a sostegno delle proprie teorie – ma è anche vero che le parole sono pietre, come diceva Carlo Levi, e che un certo modo di parlare è indicativo di un certo modo di pensare.