per un 2015 un po’ più “giusto”

Proprio ieri ho scritto due righe a commento del bel documentario “Ci chiamano diversi”. Il suo punto di forza, a mio modo di vedere, risiede nelle interviste e nei commenti che l’autore ha registrato – girando l’Italia intera – ascoltando le voci di chi ogni giorno lavora/sostiene le associazioni LGBTI.

Una delle intervistate sosteneva che nel corso degli anni si è verificato un cambiamento: se prima il problema erano i “gay”, proprio in quanto persone, ora il problema si è spostato sui diritti che questi richiedono. Ovviamente la questione è semplicemente ribaltata: negare i diritti significa negare l’esistenza della persona.

Questa mattina leggo la notizia di una giovane di 17 anni che si è suicidata, in Ohio, perché i genitori non hanno mai accettato la sua decisione di adeguare la propria condizione biologica a quella psicologica e al proprio orientamento sessuale. La ragazza prima di suicidarsi ha scritto una lettera nella quale racconta le vessazioni subite dagli psicologi – probabili sostenitori della teoria riabilitativa – dai quali i genitori la costringevano ad andare e l’isolamento nel quale mamma e papà l’hanno costretta:

Mi hanno obbligata a lasciare la scuola, mi hanno tolto il computer e il telefono, mi hanno proibito di comunicare attraverso i social, mi hanno isolata completamente dagli amici. È stato il periodo più depresso della mia vita, è stato un miracolo che non mi sia suicidata. Sono rimasta completamente sola per 5 mesi. Senza amici, senza aiuto, senza amore. Soltanto la delusione dei miei genitori e la crudeltà della solitudine”.

Leggendo le parole di Leelah mi tornano alla mente quelle di una attivista intervistata nel video di Vincenzo Monaco: siamo tolleranti con i gay a patto che siano figli degli altri. Il fenomeno a livello sociale inizia a essere compreso, ma quando capita all’interno delle famiglie sono ancora troppi i tabù che devono essere abbattuti, a cominciare con le aspettative deluse e alla genitorialità che – in qualche modo – si sente ferita dall’apprendere una notizia simile.

C’è ancora molto da fare e per questo auguro un buon 2015 a chi lavora per sensibilizzare giovani e meno giovani a questi argomenti,  a chi sostiene con azioni dirette e concrete chi non può affermare liberamente i propri diritti a chi combatte per cambiare le cose.

“Ci chiamano diversi”

photo

L’anno che si sta per concludere ha visto la realizzazione di molti documentari sulle tematiche LGBTI.

Dopo il bel documentario di Ingrid e Lorenza, “Lei disse sì” (di cui avevo scritto qualche tempo fa..) oggi mi sono imbattuta in “Ci chiamano diversi“. Si tratta di un documentario realizzato da Vincenzo Monaco con la partecipazione di numerose associazioni sparse sul nostro territorio nazionale. E’  un viaggio coinvolgente, quello proposto da Vincenzo, che affronta le tematiche lgbti a viso aperto. Si parla di omosessualità, si dà una definizione ai termini utilizzati. Gli intervistati – esponenti di varie associazioni, da Torino a Roma, passando per Brescia e la Sicilia – intendono chiarire anche i tanti luoghi comuni sui gay: dal cliché secondo cui gli omosessuali fanno sesso con chiunque alla ben più fastidiosa correlazione (priva di fondamenti) che alcuni individuano tra omosessualità e pedofilia.

E’ un documentario diretto e preciso nel quale si indagano anche le responsabilità della chiesa rispetto ai diritti negati. Interessante a questo proposito è la riflessione di Don Franco Barbero, parroco scomunicato di Pinerolo, rispetto alla necessità di aprire le porte della chiesa a tutti. Per il parroco piemontese l’omosessualità è un dono, esattamente come l’eterosessualità.

Ancora, nel filmato si parla delle aperture autentiche e di quelle di facciata: per molti l’omofobia giace dietro il politically correct, ovvero dietro quelle frasi che cominciano con un “non ho niente contro i gay” e proseguono con un “MA” grande come una casa. Si è arrivati all’idea di essere tolleranti con le persone, omo o etero che siano, ma la battaglia sui diritti è ancora aperta. Ed è questo oggi il vero terreno di scontro: unioni civili, possibilità di adottare, possibilità per un* bimb* di avere due mamme o due papà.

Per questo credo che la storia di Simona e Gloria sia il perfetto filo conduttore del documentario: se le interviste ai vari esponenti delle associazioni servono per dare sostanza al dibattito, per parlare di diritti, di linguaggio, di definizioni, la vicenda personale, raccontata in prima persona dalle due ragazze in modo così spontaneo ed autentico è il canale privilegiato per veicolare i contenuti che altrimenti sarebbero solo di tipo teorico: l’amore è sempre amore, indipendentemente dalle forme che assume e la nascita di Zoe, loro figlia, ne è la dimostrazione più precisa.

Le quote rosa e la “protezione del Panda”

Sfogliando il sito de L’Espresso mi sono imbattuta in un articolo di Michele Ainis sul tema quote rosa.

Il titolo

Candidature rosa 
non se ne può più

mi trova decisamente d’accordo. Ho lavorato a lungo sulla tematica e sono concorde con chi distingue una visione “formale” di pari opportunità da una “sostanziale”. Per “pari opportunità formale” si intende il principio di non discriminazione: ognuno deve avere uguali opportunità di accesso alla sfera pubblica,sociale,economica indipendentemente dalle caratteristiche identitarie (colore della pelle,credo religioso, sesso…). Secondo molti studiosi tutto ciò non basta: serve una dimensione “sostanziale”, ovvero la possibilità di intervenire (ad esempio con l’educazione, con le tecnologie…) per eliminare quelle differenze di base (genetiche, sociali…)  in modo che in una competizione equa, con regole definite e imparziali, i partecipanti siano in grado di “gareggiare” iniziando dal medesimo punto di partenza.

Leggo l’articolo e quello che percepisco è solo un’impostazione paternalistica e decisamente molto svilente:

Un capo o una capa dello Stato? Domanda oziosa: di questi tempi, è obbligatoria la papessa. Sicché girano nomi impresentabili, cognomi impronunciabili. La stampa s’arrovella sul profilo delle diverse candidate, ne spulcia il curriculum, ma dopotutto il requisito più essenziale è anche l’unico comune: una gonnella.

In sostanza, dice Ainis proseguendo la lettura, le quote rosa sono un male principalmente per le donne. Su questo sono d’accordo. Le quote rosa falsificano il concetto di pari opportunità: se qui ciò che conta  è l’importanza di un uguale punto di partenza, con le quote rosa si scalza completamente questo principio andando a creare categorie protette che devono necessariamente essere collocate in determinati contesti (parlamento, aziende, consigli di amministrazione..) solo per il fatto di appartenere ad una categoria che si vuole “proteggere”.  Non credo che le donne siano pedine di una scacchiera e non credo siano dei Panda da tutelare: non devono essere posizionate o protette, ma devono poter arrivare a partecipare ad una gara equa ed imparziale. Ciò che mi pare di notare in questo periodo è una certa trasformazione dei diritti da qualcosa che implica attività (prese di posizione, coraggio, partecipazione) ad una dimensione di passività assoluta (tu, donna, non devi fare nulla per ottenere un diritto, ci pensiamo noi  – dall’alto del nostro paternalismo becero – a tutelarti). Mi piacerebbe invece che noi tutte abbandonassimo questa mentalità assistenzialista e cominciassimo a combattere per i nostri diritti, in prima persona. Certo, con i tanti “soffitti di cristallo” e con il sessismo dilagante  non è semplice, ma credo sia un passaggio fondamentale, un cambiamento di prospettiva: non sono gli altri a doverci proteggere, ma siamo noi ad esporci e combattere.

A cosa serve questo cambio prospettico? Ad esempio a bloccare sul nascere certe considerazioni completamente scorrette, come quelle di Ainis quando dice

Ogni politica di azioni positive va giustificata in base a un’analisi statistica, che a sua volta documenti il gap sofferto dalle donne o in generale dalla categoria che riceve il beneficio. Il genere femminile viene storicamente discriminato sul lavoro, ma non in tutti i lavori. Nella scuola, per esempio, le insegnanti sono più degli insegnanti.

Se le donne acquisissero un ruolo attivo potrebbero facilmente ribattere a questa considerazione ricordando che ci sono motivazioni specifiche per cui le donne insegnanti sono di più dei colleghi uomini: oltre alla questione economica (l’insegnante, in Italia, non è un ruolo sociale a cui gli uomini aspirano perché gli stipendi e il prestigio sociale sono bassissimi..non a caso il numero di docenti uomini aumenta man mano che si arriva all’insegnamento negli istituti secondari e poi a quello universitario) ci sono ragioni sociali: i mestieri legati alla cura, alla casa e all’educazione sono da sempre stati assegnati alle donne.

Cambiare prospettiva serve per mettere in luce la tesi – condivisibile nei contenuti ma retorica nella sostanza- dell’articolo; serve per affermare un punto di vista, per rivendicare diritti e ricordare che se una donna si ritrova a ricoprire una carica pubblica o amministrativa di altissimo livello non è solo perché indossa una “gonnella”.

Il migliore dei mondi possibili e la normalizzazione della normalità

pitt

Sto scrivendo alcune cose su facebook quando, all’improvviso, vedo comparire una notizia tratta dal sito di fanpage.

La notizia reca il seguente titolone:

Shiloh Jolie Pitt ama vestirsi da maschio e vuole farsi chiamare “John”

 

La notizia di per sé è banale: una bambina di 8 anni vuole vestire con abiti maschili, avere i capelli corti e attualmente preferisce farsi chiamare John. Il fatto, poi non è neppure così recente: già nel 2010 Jolie dichiarava che la bambina preferiva indossare vestiti da maschio e portare i capelli corti. “Vuole essere un ragazzo”, affermava l’attrice.

Mi importa poco della notizia in sé, ovviamente, ma del modo – un po’ allarmistico, un po’ melenso – che hanno usato gli autori per raccontarla. Nonostante la bambina abbia adottato questi comportamenti già da diversi anni sembra che l’autore faccia di tutto per “normalizzare” questa notizia e renderla accettabile agli occhi dei lettori. Prima viene etichettata tomboy – neanche fosse Jo di Piccole donne! – perché le etichette servono sempre ad inquadrare chi “sfugge” alla visione tradizionale, poi il giornalista si interroga sul comportamento dei coniugi Pitt, chiedendosi se altri genitori (quelli “normali”) sarebbero stati così di ampie  vedute. E’ chiaro che il sottotesto è un bel NO,NONLOSAREBBEROSTATI! grande come una casa. Per questo si premura subito di trovare spiegazioni alternative

Ma è altrettanto probabile che quella di Shiloh sia una fase dovuta al fatto di convivere con tre fratelli maschi più grandi (benché abbia in famiglia anche due sorelle).

Le spiegazioni “alternative” non lo sono poi molto, nella sostanza: è vero che la bambina ha due fratelli più grandi – e ciò potrebbe giustificare il fatto di voler assomigliare a loro – ma possiede anche due sorelle più piccole! Il dubbio viene insinuato con la stessa velocità con cui si è soliti lanciare il sasso e nascondere la mano: subito viene chiamata in causa l’esperta di turno che spiega:

Esplorare entrambi i generi è assolutamente normale. Ma il problema consiste nel fatto che abbiamo represso questa cosa per così tanto tempo, che ora le persone pensano che sia sbagliato. Non puoi diventare quello che sei finché non sai quello che non sei.

In sostanza quello che mi pare di notare sono i soliti pregiudizi triti e ritriti: la bambina è perfettamente normale, sta solo esplorando il genere dei fratelli che ama molto. Vero, potrebbe essere così. Ma se non lo fosse? Dobbiamo sempre trincerarci dietro questa parvenza di pseudo normalità per poter parlare di argomenti relativi all’identità di genere? Dobbiamo sempre cercare di normalizzare ciò che di per sé è normale? Gli stereotipi descrivono un mondo anormale, dove tutte le donne adottano comportamenti “da donna”, dove tutti gli uomini si innamorano di donne, dove tutti i maschi si comportano “da uomo”. Il problema è che questa NON è la normalità, con buona pace degli autori dell’articolo di fanpage e dei milioni di altri autori che scrivono sul tema ogni giorno. Il mondo che loro descrivono è normativo perché fornisce una sola possibilità. Per fortuna nella pratica le cose non stanno proprio così. Basterebbe svicolarsi dai pregiudizi che ogni giorno ingabbiano le nostre esistenze ( del giovane che non può baciare in piazza il proprio compagno per paura delle ritorsioni, della donna costretta ad assumere un modello iperfemminile e a sottostare alle regole – scritte dagli uomini per gli uomini – della sessualità, e gli esempi potrebbero andare avanti all’infinito) per scoprire che il migliore dei mondi possibili è quello che ognuno di noi si crea, con le proprie scelte, le proprie decisioni, le proprie convinzioni.

A.A.A. segretaria cercasi

Ogni tanto incontro persone che mi dicono che le donne hanno ormai conquistato la parità dei sessi, che gli stereotipi non esistono e che siamo “noi” a ingigantire un problema. Al giorno d’oggi bambine e bambini  sono educati in assoluta libertà, è falso credere che i giochi “dei maschi”  orientino i bambini all’attività, all’essere dinamici, al condurre una vita fuori di casa mentre quelli “da femmina” inducano le bambine all’attenzione per gli altri, al sacrificio di sé e alle professioni di cura. Al contrario, è facile trovare giochi scientifici adatti anche alle bambine..

Anche a livello professionale le donne hanno oramai poco da chiedere: molte hanno un lavoro fuori di casa (si, beh, a volte possono essere pagate un po’ di meno..ma quanti diritti in più hanno loro..basti pensare al congedo di maternità!)  e compagni disposti ad aiutarle nei lavori domestici. Altro che soffitto di cristallo, insomma!

Eh si, in ambito professionale non ci possiamo lamentare, soprattutto quando ci vengono offerte posizioni di cotal prestigio. Ruoli professionali importanti, in cui gli unici requisiti sono la bella presenza, la compiacenza e la sensualità. Ruoli professionali di rilievo, in cui risulta indispensabile essere predisposti alle relazioni interpersonali con – presumo – un’unica bavosa persona.

Ecco, io ora vorrei chiudere l’articolo con una battuta, così, giusto per sdrammatizzare  e per non ricordarmi/ci in che razza di paese viviamo ma, giuro, non ci riesco.

Donne, stereotipi e sessismo: un paio di iniziative per un efficace contrasto

Se, ieri, ho voluto portare l’attenzione attorno al volume realizzato e reso gratuitamente disponibile dall’associazione Giulia, oggi vorrei parlarvi di un altro paio di iniziative importanti: la prima è la campagna #giornalismodifferente, proposta da narrazioni differenti, la seconda è la proposta di Scosse per un Natale senza stereotipi .

L’iniziativa di Narrazioni differenti è stata lanciata proprio in occasione del 25 novembre. L’obiettivo è portare l’attenzione attorno alla terminologia impiegata dai giornalisti per raccontare, negli articoli che appaiono sui giornali o nei servizi in tv, il feminicidio e la violenza di genere. Allo scopo le autrici hanno realizzato un breve filmato che raccoglie e denuncia il lessico improprio – a tratti svilente- usato dai media. Oltre al linguaggio si pone grande attenzione alle immagini che vengono scelte per accompagnare l’articolo, la maggior parte delle quali risponde a vecchi stereotipi  che vedono la donna come o tentatrice, come colei che ha compartecipato al reato subito, o come vittima da difendere.

L’altra iniziativa, realizzata da Scosse, associazione di promozione sociale con sede in Roma, vede al centro della propria riflessione il mondo dei giocattoli e gli stereotipi che essi, spesso, veicolano. La campagna è stata lanciata nel mese di dicembre, proprio perché è in questo periodo che i genitori, presi dalla smania del regalo perfetto per i propri figli, finiscono spesso per assecondare le strategie di marketing che propongono giochi differenziati rigidamente in base al genere. La campagna vuole sensibilizzare i cittadini attraverso semplici gesti: individuare i giochi che veicolano immagini stereotipate o al contrario quelli che optano per una maggiore libertà dei ruoli (ad esempio i giochi in scatola a carattere scientifico con protagonista una bambina che gioca a fare la “piccola chimica”); apporre sulle confezioni i simboli atti a identificare i giochi “positivi” o “negativi” (utilizzando il logo scaricabile dal sito) e condividere la foto della confezione del giocattolo sui social, proprio per  una maggiore diffusione del messaggio.

Credo nell’utilità di entrambe le iniziative ma – considerato anche il periodo prenatalizio – direi che quella di Scosse possa portare a ottimi risultati anche nell’immediato. Il messaggio è molto semplice, facilmente esportabile e potenzialmente recepibile da tutti. Per questo suggerisco a tutti di diffondere il più possibile questa proposta: non sarebbe bello se bambine e bambini trovassero sotto l’albero giocattoli in grado di ampliare le loro possibilità di essere, anziché precluderli in mondi preconfezionati?

Memorie di una ragazza perbene

È un’autobiografia lucida e distaccata quella che scrive Simone De Beauvoir nel 1958, come se la distanza che l’autrice pone tra sé e i tanti fatti narrati servisse a renderli più chiari, ad analizzarli entrando meglio nei dettagli,  a mettere in luce i turbamenti emotivi e i sentimenti provati all’interno di ogni singolo episodio.

De Beauvoir racconta alcune tra le tappe più importanti della formazione di un essere umano. Se questo essere umano è per di più una donna gli episodi narrati diventano espressione della ricerca di un sé che non vuole assoggettarsi alle regole già scritte, ma traccia al contrario un nuovo sentiero attorno al quale acquisire consapevolezza e, a poco a poco, formarsi.

Con uno sguardo acuto ed una precisione chirurgica la studiosa descrive molti episodi dai quali traspare il profondo senso di una liberà personale che, fin da giovanissima, eleggerà a caposaldo della propria esistenza.

L’infanzia agitata – vissuta nell’ambiente sociale dell’alta borghesia francese – è animata dalle cure e dalle attenzioni della bambinaia Louise. Il padre poco si cura di lei (perché non è compito degli uomini badare ai bambini), con la madre vivrà sempre momenti di grande conflitto: «io fui modellata da lei. Fu lei a inculcarmi il senso del dovere, come pure i principi di dedizione e austerità. (…) io appresi dalla mamma a restare in ombra, a controllare il mio linguaggio, a censurare i miei desideri, a fare ciò  che si doveva esattamente dire e fare» (p.44). Solo quando comincerà la scuola il padre inizierà a notarla: «mio padre mi trattava come una persona adulta, mia madre si prendeva cura della bambina che ero» (p.42). Comprende presto che le bambine e bambini non sono trattati allo stesso modo e non godono di un identico destino, tuttavia non si demoralizza: «la passività a cui mi condannava il mio sesso la convertivo in sfida» (p.60). L’educazione che le era stata impartita annullava completamente il corpo tanto che «bisognava nasconderlo; mostrarne le parti – salvo qualche zona ben definita – non stava bene» (p.84), per assecondare la morale borghese e cattolica le giovani erano educate a non guardarsi e addirittura a cambiare la biancheria senza mai scoprirsi. Durante l’adolescenza l’adesione al cattolicesimo verrà messa in discussione: «una notte intimai a Dio, se esisteva, di dichiararsi. Restò muto, e mai più gli rivolsi la parola» (p.278).

Consapevole che i ragazzi appartenevano a una categoria privilegiata poiché loro «vivevano a cielo aperto, io ero condannata in una nursery» (p.126) decide ben presto di sottrarsi ai doveri di donna imposti dalla società borghese di appartenenza: «no, mi dissi ordinando sul ripiano una pila di piatti, la mia vita condurrà in qualche posto. Per fortuna io non ero destinata ad una vita di massaia» (p.108). Sarà il padre, complice il dissesto finanziario nel quale aveva fatto precipitare la famiglia, a orientarla verso la carriera: prima si iscriverà a lettere, poi a filosofia. Realizza di voler insegnare e anche in questo caso compie una scelta invisa alla famiglia: «sul piano pratico approvava la mia scelta, ma nel fondo del suo cuore era ben lontano dall’aderirvi» (p.183).

E’ alla Sorbona che si formerà come intellettuale. «I ragazzi e le ragazze che avvicinavo mi apparivano insignificanti: se ne andavano in giro in comitive, ridevano troppo forte, non si interessavano di nulla e si appagavano di questa indifferenza»: sarà sempre una vita un po’ distaccata dagli altri, la sua, almeno fino all’incontro  con gli intellettuali di sinistra. Qui  conoscerà Jean Paul Sartre che, diverrà l’amico, il compagno e l’amante di tutta una vita.

La sua vita, soprattutto nel periodo universitario, sarà caratterizzata da un nuovo ardore che la porterà a parlare con gli sconosciuti e farsi avvinare da loro, solo per il puro spirito di contraddire gli antichi mandati familiari che obbligavano le donne a non avere comportamenti sconvenienti e a non parlare con gli estranei. In più di un’occasione rischierà di subire violenza da parte di uomini che non concepivano la possibilità che una donna potesse farsi avvicinare da qualcuno, farsi pagare un drink e non “offrire” nulla in cambio.

Le conquiste di De Beauvoir non sono solo individuali; esse rappresentano la nascita di una  nuova figura femminile: più consapevole di sé, meno disposta a farsi comandare o a seguire le rigide regole imposte dalla società .

In un periodo come il nostro, in cui sempre più spesso si cerca di mettere in discussione le conquiste femminili, il suo insegnamento risulta oltremodo attuale. Simone diceva di sé stessa «io appartenevo alle aspiratrici. Le donne che hanno un destino» (p.330): ci auguriamo che molte siano le donne che possano seguire la sua strada fatta di aspirazioni, successi e autenticità.

Donne, grammatica e media. Suggerimenti per l’uso dell’italiano

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Giulia (acronimo di Giornaliste Italiane Unite Libere Indipendenti Autonome) è una libera associazione di donne giornaliste il cui intento è difendere la democrazia e la libertà di informazione (che ha nell’articolo 21 della Costituzione uno dei suoi capisaldi). Come si può leggere nella presentazione sulla pagina di Facebook La sua mission, dunque, consiste nel promuovere l’uguaglianza dei generi nella società con particolare attenzione al mondo del giornalismo, difendere l’immagine.

Pochi giorni fa hanno reso disponibile, in formato pdf gratuito, un libello (scaricabile qui) dal titolo Donne, grammatica e media. Suggerimenti per l’uso dell’italiano. E’ una guida destinata principalmente alle giornaliste e ai giornaliste poiché, all’intorno delle quaranta pagine, si cerca di capire qual è il linguaggio usato dalla stampa per descrivere le donne e si realizzano alcune proposte operative concrete “utili a far superare dubbi e perplessità circa l’adozione del genere femminile per i nomi professionali e istituzionali”.

Il testo vuole mettere in luce la responsabilità dei media come principale canale di conoscenza e trasmissione dei fenomeni sociali. Se è vero che “ciò che non si dice non esiste” allora continuare a non voler utilizzare una terminologia adeguata per descrivere il cambiamenti che hanno investito soprattutto il genere femminile (in termini di conquista di una nuova autonomia, di una nuova presenza a livello professionale in settori che in passato erano esclusivamente a dominio maschile) significa negare l’esistenza di questo cambiamento. La discriminazione di genere porta le donne in una condizione di svantaggio sia in campo lavorativo che in quelli sociale,economico o familiare. A livello linguistico la discriminazione, quindi, si manifesta anche mediante l’azione dei giornalisti che ancora descrivono un mondo declinato al maschile. L’autrice descrive una serie di episodi utili a descrivere questo fenomeno:

la donna può essere velina o casalinga, o anche una dottoressa, ma raramente un’architetta, una chirurga, un’architetta.

Oltre al problema della declinazione al femminile delle professioni (passaggio essenziale perché ciò illustra come il concetto di parità uomo donna sia stato, per troppo tempo, solo formale: ciò che si richiedeva, al contrario, era l’omologazione della donna al modello maschile) vi è anche il problema degli stereotipi: per quanto ancora una donna dovrà sentirsi descrivere come “una con gli attributi” per indicare il suo essere professionale, forte, che affronta a muso duro i problemi della vita?!

Nella parte centrale del testo sono riportati i titoli – tratti dai principali quotidiani italiani – per descrivere l’uso discriminatorio del linguaggio.

Alcuni esempi:

– molti titoli relativi a professioni o al mondo accademico (ingengere, professore ect) vengono usati al maschile

– quando un termine relativo ad un ruolo istituzionale importante viene declinato al femminile, è di solito per sminuire la protagonista o ridicolizzarla .

Il testo vuole mostrare anche come certe scelte linguistiche siano non solo possibili, ma auspicabili: ad esempio, quando Laura Boldrini è diventata Presidente della Camera dei Deputati il sito internet è stato aggiornato e “La presidente” è diventato il titolo dello spazio che racchiude il suo curriculum e la breve sintesi delle sue esperienze professionali.

Interessante è anche la descrizione delle nuove forme femminili, che vengono delineate attraverso il sostegno della grammatica italiana. Da ultimo, vengono posti una serie di quesiti che rispecchiano i dubbi più comuni: si dice avvocata o avvocatessa? e quando si nomina il cognomedi una donna bisogna mettere davanti l’articolo (la Cristoforetti, la Boschi, la Marchesini….) oppure no?

Il volume, nella sua semplicità, contribuisce a dare linee guida grammaticali precise rispetto al problema del riconoscimento linguistico delle donne nelle professioni e nel contesto sociale. Considerando la quantità di errori commessi dalla stampa italiana bisogna augurarsi che i giornalisti siano disposti a fare mea culpa – si, è possibile che voi non sappiate tuttomapropriotutto della grammatica italiana –  e a tenere una copia del volumetto sempre pronta sulla scrivania… perché è ora di aggiornarsi e, francamente, il termine avvocatessa proprio non si può più sentire.

la campagna dell’ovvio

Si sa, su Facebook ognuno scrive un po’ ciò che vuole ed ognuno è libero di far nascere pagine o gruppi, purché non siano lesivi della dignità della persona o non istighino all’odio nei confronti del singolo o di gruppi ben individuabili (immigrati, rom etc…).

Ieri credo proprio di averne trovato uno inquadrabile nella seconda categoria. Il titolo:

Subito una legge contro la propaganda gay a scuola

Il contenuto principale:

SOSTENIAMO UNA PROPOSTA DI LEGGE DI INIZIATIVA POPOLARE PER PROIBIRE LA PROPAGANDA GAY NELLE SCUOLE E NEGLI ASILI. ADERISCI E CLICCA “MI PIACE”. Celati dietro una presunta lotta al bullismo ed alla discriminazione, gran parte delle istituzioni occidentali promuovono un vero e proprio indottrinamento gender dei bambini negli asili e nelle scuole. L’obiettivo è rieducare i ragazzi alla cosiddetta ideologia gender, secondo cui non si nasce maschi e femmine ma lo si diventa, i bambini possono avere due papà e due mamme, l’omosessualità è una condizione naturale dell’individuo, puoi innamorarti del compagnetto di classe ma anche della compagnetta, e altre simili porcherie. Per tutelare le nuove generazioni da una scuola che diviene campo di rieducazione gestito dalle lobby gay chiediamo una legge che proibisca la propaganda Lgbt tra i minori, sull’esempio di quella approvata in Russia. A tal fine sosteniamo l’opportunità di una raccolta firme per presentare in Parlamento una proposta di legge di iniziativa popolare che consenta di mettere subito i nostri figli al riparo dalla violenza ideologica perpetrata da feroci lobby con la complicità della politica

Mi confrontavo con una collega, ieri, da anni impegnata in quelle che gli amministratori della pagina definirebbero “attività di rieducazione e di propaganda”: entrambe condividevamo un profondo sentimento di sconforto e di preoccupazione.

Sconforto perché quello a cui si assiste è il tentativo, costante e sottile, di mettere in dubbio il lavoro pedagogico che tante operatori, in italia, svolgono con dedizione e professionalità attorno alle tematiche di genere al fine di garantire un’educazione inclusiva e  rispettosa delle differenze. Il linguaggio che utilizzano per parlare di queste iniziative è costruito di proposito per essere impattante e per insinuare il dubbio, nei genitori poco  o mal informati, che la “salute” dei loro bambini/ragazzi sia messa a rischio.

Parole come “indottrinamento”, “rieducazione”, “ideologia” sono afferibili più al loro mondo che al nostro, perché è nella loro prospettiva il non ammettere confronto, dialogo rispetto ed apertura: tutto ciò si può realizzare sono indottrinando le nuove generazioni ad un’unica visione possibile, quella già preconfezionata. I contenuti sono beceri e volgari (qui sotto un paio di esempi per capire di cosa si sta parlando)

I rischi di questa impostazione sono notevoli: le iniziative che tanti professionisti propongo alle istituzioni pubbliche saranno ancor più ostracizzate. Il rammarico è sapere che spesso le peggiori forme di chiusura nei nostri riguardi provengono proprio dalle famiglie in cui ci sarebbe maggior bisogno di parlare di questi argomenti.

Preoccupazione perché se ieri pomeriggio i “fan” della pagina ammontavano a 2091, quest’oggi sono già arrivati a 2127. I post allarmisti si diffondono con una rapidità maggiore delle malattie infettive e ciò che realizzano è paragonabile ad un’infezione di massa: attraverso luoghi comuni e banali si insinua la paura e anziché combatterla con il senso critico e la dialettica, viene accolta come dogma assoluto. Se l’ovvietà si scambia per verità il rischio sarà di costruire una società autoritaria, omologante e respingente.

Noi continuiamo a credere che educare al rispetto sia doveroso per cui faremo ciò che abbiamo sempre fatto: entrare nelle scuole (non sempre accolti positivamente dagli insegnati), parlare di genere, di omofobia, di violenza domestica, provando ad insegnare ai ragazzi, maschi e femmine, quanto possa essere arricchente liberarsi dagli stereotipi e costruire da sé il proprio destino anziché affidarsi a visioni precondizionate. Proporre visioni alternative dei rapporti affettivi, per includere anziché escludere. Per educare a dare e pretendere rispetto all’interno di qualsiasi relazione. Per spegnere l’omofobia e ogni forma di sopraffazione di un soggetto nei confronti di un altro.

Brutte e cattive, Vol. 2

Bene, ci risiamo.

Dopo l’articolo apparso su Panorama – nel quale si cercava di far luce rispetto alle continue vessazioni commesse dalle donne nei riguardi degli uomini –  intorno al quale scrissi qualche settimana fa, oggi è il turno de Il Giornale. L’articolo proposto dal quotidiano reca il seguente titolo:

Donne contro donne Ecco la metà nascosta del fenomeno stalking

Fin qui, nulla di male: è da molto tempo che si cerca di far luce attorno alle modalità con cui le donne utilizzano lo stalking nei riguardi di altre donne. Se il Giornale si fosse preso la briga di indagare questo fenomeno lo avrei apprezzato.

Invece, ecco come inizia l’articolo:

Le donne sono più violente degli uomini. I maschilisti e gli amanti della retorica sono rimasti scioccati? Beh, col risalto fornito ogni giorno al tema del femminicidio, questa frase pare scesa dalla luna.

L’atteggiamento a metà tra il polemico e il denigratorio traspare già dalle prime tre righe. Di femminicidio se ne parla troppo!

Bisognerebbe invece dar risalto allo studio condotto da tre docenti (donne, si affretta a ricordare il giornalista!) che hanno proposto un’indagine dal titolo: “le stalkers donne sono più violente degli stalkers uomini?”

Lo studio ha fatto il giro d’Europa e degli Usa, ma in Italia è stato riportato ben poco, anche perché fanno troppo clamore le 179 donne uccise nel 2013, una ogni due giorni, con un aumento dei matricidi di oltre il 27% al sud, per lasciar spazio all’altra faccia della medaglia.

Ovviamente dello studio in questione non viene riportata una riga: subito l’articolo si getta a capofitto nelle “storie di vita vera” come quella di Elisa che vorrebbe denunciare per stalking la sua ex ma non se la sente perché “se denunci un atto di violenza commesso da una donna ti ridono in faccia“, o quella di Antonella, che subisce atti di stalking da parte della moglie del suo amante. Dice l’intervistata «ho parlato con due amici avvocati ed entrambi mi dicono che probabilmente la sopravvaluto, proprio perché è una donna. Inoltre denunciarla vorrebbe dire far sapere che ho frequentato un uomo sposato».

Quello che vedo, al di là dell’articolo, sono i soliti vecchi pregiudizi:

– è ridicolo andare a denunciare un atto punibile per legge se commesso da una donna (perché, nell’immaginario, devi saperti  difendere da solo/a da una donna!)  Se non sei in grado probabilmente sei frocio..e se – come in questo caso – la vittima è omosessuale i motivi di scherno sono due: chi raccoglierà la denuncia immaginerà facilmente quale relazione ci sia tra le due parti coinvolte (sei sicuramente lesbica!), se non sai difenderti da una donna sei una nullità, anche in termini sessuali.

– spesso denunciare comporta costi ulteriori: ad esempio andare a lavare i “panni sporchi” (come ad esempio una relazione clandestina) in piazza. Ricordo al giornalista che l’omertà e la vergogna sono ancora due dei motivi principali per cui una donna che subisce forme reiterate di violenza domestica dal partner preferisce non denunciare!

L’articolo prosegue con queste considerazioni, tratte dal lavoro delle ricercatrici

Per la ricerca australiana le donne sarebbero più propense ad azioni violente nei confronti della vittima perché consapevoli che i loro comportamenti saranno sottovalutati dagli altri e difficilmente giungerebbero all’attenzione delle autorità.

Inoltre, le donne stalker sarebbero meno inibite a perpetuare atti di violenza perché convinte siano comportamenti meno gravi quando messi in atto da loro, piuttosto che dalla controparte maschile. La violenza da parte delle donne nella cultura occidentale, risulta quindi più giustificabile, meno dannosa, meno condannabile, anche dalle donne stesse.

Al di là del fatto che l’articolo non fornisce indicazioni sulla ricerca stessa (chi vi si è sottoposto, come sono stati raccolti i risultati…qui potete trovare un abstract  e scaricare il lavoro per intero) credo che anche nel passaggio sopra riportato traspaia il solito stereotipo sulle donne incapaci di commettere violenza: il fatto che le donne siano poco consapevoli rispetto al gesto violento può dipendere proprio dal fatto che per secoli le autentiche attitudini del comportamento femminile sono state celate dietro ad un sipario di stereotipi grotteschi: le donne non usano le mani ed è per questo che “non si picchiano nemmeno con un fiore” (essendo incapaci ad usare la violenza non saprebbero difendersi. Non si picchiano solo per galanteria, in pratica). A furia di essere pensate per stereotipi, le donne hanno finito per pensar-si alla luce dello stesso parametro. Se non sono in grado di essere violente è evidente che qualsiasi gesto che possa affermare il contrario sarà letto cercando di trovare le giustificazioni migliori per depenalizzarlo .

Questo maldestro tentativo di attribuire alle donne un comportamento violento peggiore di quello maschile, oltre al tentativo -altrettanto maldestro – di provare a racchiudere in una scala tassonomica i comportamenti violenti perpetuati dalle donne o dagli uomini, portato avanti  ad opera di alcuni giornalisti, mi spaventa abbastanza. Colloco su questa linea anche tutti gli articoli scritti attorno alla vicenda di Veronica Panarello, madre di Loris, ucciso all’inizio di dicembre in Sicilia. tutti gli interventi che cercano di spiegare come e perché la donna possa aver ucciso il bambino. Curioso come attorno a questo caso abbondino gli articoli in cui si cerca di capire se la donna (che per ora risulta solo indagata) abbia agito su premeditazione o a causa di un raptus: quando ad uccidere una donna – una ex, una moglie – è un uomo (che magari ha già confessato) la giustificazione del raptus gliela si concede automaticamente: niente indagini per capire l’origine del “folle gesto” (che proprio perché folle, è etimologicamente “privo di senso”).

Non è inasprendo lo scontro – peraltro già abbastanza violento – tra uomini e donne su diritti  e garanzie che si potranno veder attenuati certi episodi di violenza. Scrivere al fine di giustificare questa o quell’altra parte ha solo come effetto quello di usare le parole per erigere muri tra le contrapposte fazioni. E i muri conducono facilmente all’incomunicabilità. E’ necessario invece tornare a parlarsi, seguendo la strada dell’educazione, del dialogo e del rispetto reciproco.