brutte e cattive

Bene, pare non sia possibile quietare neppure la domenica. Ricevo per posta l’articolo di Panorama: Anna mi vuole tanto bene ma evidentemente le piace procurare materiale per il blog. Qui ce n’è un bel po’, direi.

Partiamo dal titolo

Divorzi e paternità: ecco come la donna violenta l’uomo

Pare che l’intento dell’articolo sia subito evidente: smettiamo di parlare della violenza subita dalle donne (già..che il 25 novembre ormai è passato!) e proviamo a concentrarci su quella perpetuata dalle donne nei confronti degli uomini.

“Sono prive di fondamento le teorie dominanti che circoscrivono ruoli stereotipati: donna/vittima e uomo/carnefice”. Ad affermarlo è la psicologa forense Sara Pezzuolo, dopo aver condotto in Italia la prima“Indagine conoscitiva sulla violenza verso il maschile”.

“Dal questionario emerge come anche un soggetto di genere femminile sia in grado di mettere in atto una gamma estesa di violenze fisiche, sessuali e psicologiche – continua a spiegare a Panorama.it, l’esperta- che trasformano il soggetto di genere maschile in vittima”.

Mi pare che la Dr.ssa Pezzuolo abbia scoperto l’acqua calda. La donna  non ricopre sempre il ruolo di vittima, l’uomo non ricopre sempre quello di carnefice. E’ un fatto che l’Analisi Transazionale spiega piuttosto bene con l’espressione “triangolo drammatico”: all’interno di una relazione non equilibrata i due soggetti si alternano la parte ricoprendo di volta in volta quella di vittima, di carnefice o di salvatore. Una delle situazioni tipiche in cui questo scambio di parti si manifista è all’interno dei giochi: modalità di strutturazione del tempo il cui scopo è evitare l’intimità (per un’analisi dettagliata suggerisco il testo di E. Berne, A che gioco giochiamo). 
Nessuno è buono o cattivo per appartenenza sessuale o di genere. Bisogna però entrare nel dettaglio e capire quale tipo di violenze vengono perpetuate: per esperienza professionale mi è capitato solo una volta di incontrare una donna che aveva picchiato l’uomo che a sua volta aveva usato violenza (fisica, psicologica e stalking) nei suoi riguardi. La donna in questione, però, aveva alle spalle una situazione difficile (ex tossicodipendente, ex carcerata) che l’aveva fatta entrare nel mondo della violenza. Il suo passato non giustifica il fatto che lei abbia usato violenza, dico solo che questo “sostrato” l’aveva ben abituata ad alzare le mani. Di donne che abbiano usato violenza nei riguardi degli uomini, in quattro anni di servizio al centro antiviolenza della mia città di origine, manco un caso.
La violenza psicologica e lo stalking  sono invece “armi” facilmente utilizzabili anche dalle donne: non è richiesta forza fisica per cui lo svantaggio iniziale – quello biologico – viene messo da parte. Minacciare di suicidarsi (ruolo di vittima), aggredire verbalmente (ruolo di carnefice), due esempi classici di violenza psicologica, rispondono alla logica del triangolo drammatico. Possono essere applicate indistintamente a uomini e donne.
Al di là delle posizioni del triangolo drammatico, però, mi preme ricordare agli autori di panorama che i dati in nostro possesso non ci permettono di stabilire correlazioni tra la morte di un uomo e la violenza psicologica, o un episodio di stalking commesso da una donna, una ex, una moglie. E’ invece possibile dimostrare – attraverso le statistiche – il contrario: la morte di molte donne (tante, una ogni tre giorni circa..tante, tanto da aver bisogno di un nuovo concetto per inquadrare il fenomeno: il termine femminicidio, infatti, vuole compiere proprio questa operazione) per mano di tanti uomini (amici, ex, compagni…).
Qual è la finalità dell’articolo di Panorama? far passare le donne per brutte e cattive, al pari – se non peggio – degli uomini? Francamente mi pare un articolo deboluccio. Francamente, mi pare un articolo di cui non si sentiva la necessità.
 
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Upgrade

Sono molto felice, oggi. No, non solo perché siamo giunti al weekend. No, non solo perché (stranamente ) non piove. Oggi festeggio le piccole conquiste del bloggino. Quando l’ho aperto pensavo solo a trovare un canale da usare per riflettere sui temi che mi stanno a cuore e per dare il mio – piccolo – contributo traendo ispirazione dall’attualità, dai libri, dalla mia esperienza professionale.

Oggi parte la collaborazione con Ogni donna sono io : settimanalmente curerò una rubrica nella quale verranno postate brevi recensioni di libri,testi, saggi, articoli che è bene conoscere per avere una visione complessiva dei fenomeni che ci interessano (linguaggio sessista, studi di genere, violenza di genere, omofobia). Se avete libri da indicare non dovete far altro che scrivere alle blogger di Ogni donna sono io. Insieme le sceglieremo.

Mentre inizio a buttare giù qualche idea per la rubrica (quale titolo avrà, ad esempio…) mi preparo per il bel pomeriggio che mi aspetta insieme al gruppo di Unite in rete: oggi ci riuniamo per discutere di Educare alle Differenze, riprendendo – a Firenze – il discorso cominciato a Roma lo scorso settembre. Nell’arco della prossima settimana scriverò le mie impressioni sullo stato dell’arte: cosa è stato fatto, cosa (quanto!) resta da fare. Stay tuned!

La lezione di oggi

Il mio venerdì mattina è cominciato con un po’ di sano jogging. Non sono una grande sportiva ma mi rendo conto che l’attenzione e la cura che ogni giorno impiego per rendere forte e sano il mio cervello è molta, molta di più di quella che utilizzo per fortificare il mio corpo. E se prendiamo per buona la locuzione latina mens sana in corpore sano allora è giusto far qualcosa di buono anche per il fisico.

Così, come dicevo, questa mattina ho dedicato un paio d’ore del mio tempo per una sana corsetta. Al mio rientro a casa, seguendo la classica routine quotidiana, apro la cassetta delle lettere per prendere la posta appena consegnata dal portalettere. Insieme a poche buste un sacco di pubblicità. Una, però, mi colpisce subito e decido di non cestinarla. E’ un piccolo catalogo di giochi del negozio di giocattoli che si trova in fondo all’isolato. Lo sfoglio sapendo già cosa avrei trovato: rigide distinzioni maschio/ femmina, sovrabbondanza di un color-rosa-confetto-quasi-disgustoso nella sezione delle bambine, tripudio di blu e verde scuro nel reparto dei “giochi da bambino”. Verifico le tipologie di giochi proposti: per le bambine abbiamo tutta una linea “amore mio” composta da bamboline, passeggini, biberon e vasini. Nella pagina seguente il registratore di cassa di Barbie, il Folletto – il celebre aspirapolvere – per diventare una brava donnina di casa. Sfoglio rapidamente la parte dedicata ai bambini: costruzioni, costumi per travestimenti, giochi musicali e calcetto. Prima della rigida ripartizione i creatori del volantino hanno indicato un’area grigia per “il mondo dei piccoli”: qui essere maschi o femmine conta un po’ di meno. Le costruzioni lego, i giochi creativi e quelli educativi sono comunque di pertinenza nell’area “bambino”.

Mentre sfoglio questo catalogo ripenso a quante ore abbiamo dedicato – la collega Anna ed io  – a discutere di questi argomenti con gli studenti delle scuole che, in più di tre anni di attività, abbiamo incontrato. Per molti discutere di questi temi è una perdita di tempo: in fondo, “è solo un volantino pubblicitario”. Invece è molto di più. E’ il modo con cui orientiamo i sogni delle bambine e dei bambini. I bambini si immagineranno supereroi, le bambine “solo” delle casalinghe. Non c’è nulla di male a decidere di dedicarsi esclusivamente alla famiglia, ma se non vengono fornite altre prospettive  (o se quelle proposte vengono fatte sembrare difficili, faticose, dispendiose) allora diventa un’imposizione.

Sfogliando il volantino ripensavo al bel video di Chimamanda Ngozi Adichie

Il problema con il genere è che prescrive come dovremmo essere, piuttosto che riconoscere come siamo.
Ora, immaginate quanto saremmo stati più felici, quanto più liberi di vivere le nostre vere individualità, se non avessimo avuto il peso delle aspettative di genere. Ragazzi e ragazze sono innegabilmente diversi, biologicamente . Ma la socializzazione esagera le differenze, e allora diventa un circolo che si alimenta da solo.

Sto cercando di disimparare molte delle lezioni di genere che ho interiorizzato quando ero piccola. Ma a volte mi sento ancora molto vulnerabile di fronte alle aspettative di genere.

Disimparare la lezione prescritta dal genere è difficile per una bambina, è difficile per un bambino. E’ un processo faticoso perché cambiare quegli elementi dati da sempre per scontati è difficile. E’ difficile, non impossibile. La cultura è un fenomeno in costante evoluzione e il grado di sviluppo della stessa è direttamente proporzionale al livello della popolazione che l’ha creata. Con la giusta attenzione a queste tematiche, con finanziamenti adeguati (tasto dolente) per realizzare interventi in tutte le scuole (non solo in quelle “più fortunate”) questo processo forse potrebbe velocizzarsi un po’. Ma Anna ed io non cediamo: incassiamo la lezione di Chimamanda e andiamo avanti.

La cultura non crea un popolo. Il popolo crea una cultura.
Quindi, se è effettivamente vero che la piena umanità delle donne non è la nostra cultura, allora dobbiamo renderla la nostra cultura.

Robin Norwood e le sue Donne che amano troppo

“Certe relazioni non sono coincidenze” (p.100): è questa la chiave di lettura del celebre saggio di Norwood, dedicato alle donne che amano troppo. Ma chi sono costoro? Con una narrazione semplice e diretta, attraverso la rilettura di una serie di casi che ha seguito in anni di lavoro l’autrice prova a delineare il profilo di questa grande categoria di donne. E’ strano, il gruppo delle “donne che amano troppo”: pur essendo tantissime le appartenenti alla categoria nessuna è consapevole di farne parte. Tutte sono convinte di amare, non di “amare troppo” e quando si presentano in terapia non hanno la benché minima percezione che il problema – il vero problema, al di là di quanto esse riportano (un amante che se ne va, l’alcolismo, i disturbi alimentari, la cleptomania) – sia riconducibile al troppo amore. Il testo si prefigge allora proprio questo scopo: «aiutare le donne che hanno dei rapporti distruttivi con gli uomini a riconoscerne il fatto, comprendere le origini e costruire gli strumenti per cambiare la loro vita» (pag.16).

«Quando essere innamorate significa soffrire, stiamo amando troppo. Quando giustifichiamo i suoi malumori (…) ma ci adattiamo. Quando la relazione con lui mette a repentaglio il nostro benessere emotivo (…)» (pag.13): questo può essere una prima definizione di “troppo amore”. Le sfumature di questa possibile condizione esistenziale – che caratterizza un gran numero di donne – viene poi tratteggiata finemente attraverso il racconto dei casi di Jill, di Trudy, di Melanie, di Cloe e dei loro compagni. Sono due le ragioni che possono portare le donne ad amare troppo: una è di tipo individuale, riconducibile all’infanzia: aver sofferto di carenze affettive, esser cresciute in una famiglia in cui venivano negati i comportamenti considerati inaccettabili, aver bisogno di controllare qualsiasi cosa per il timore che tutto ciò che sfugge al controllo sia potenzialmente pericoloso, essere una co-alcolista (cioè avere familiari con questa problematica) sono tra i motivi individuati dall’autrice come fattori scatenanti del disturbo del “troppo amore”. L’altra motivazione è ravvisabile negli stereotipi di genere e nell’educazione che, da sempre, le donne sono costrette a subire. «Ci insegnano che è nostro dovere rispondere con compassione e generosità quando qualcuno ha dei problemi» (p.157), ci insegnano che con la forza del nostro amore possiamo cambiare l’altro (e non a caso i partner che scelgono donne che amano troppo sono uomini con disturbi di vario genere, dalla dipendenza da alcol e droghe a problematiche sessuali, o lavorativi, o sociali, che avrebbero bisogno di cambiare per poter stare meglio), ci insegnano ad essere succubi ed accondiscendenti, perché è questa l’unica strada per accaparrarsi l’amore del nostro Lui. Le donne che possiedono queste caratteristiche sviluppano relazioni tutt’altro che casuali «con uomini che permettono loro di continuare ad avere quel tipo di rapporto morboso sviluppato nell’infanzia». (pag.98). I due inizieranno una relazione giocando, di volta in volta, il ruolo di Vittima, di Persecutore o di Salvatore. In Analisi Transazionale questo fenomeno prende il nome di triangolo drammatico. Il rapporto tra i due non potrà che essere sbilanciato, disarmonico, morboso…malato.

Il volume, nonostante sia ormai un lavoro “datato”, rimane un testo fondamentale per capire le dinamiche che si celano dietro ai fenomeni di violenza domestica. Esso inoltre adotta un’impostazione interessante, utile per affrontare il problema da un’altra angolazione: invece di cercare le motivazioni per cui un uomo violento intrattiene una relazione di dipendenza e violenza con una partner si guarda invece alle motivazioni profonde, alcune psicologiche, la gran parte sociologiche e pedagogiche (relative cioè agli stereotipi di genere, veicolati dalla società e rafforzati dalla pratica educativa tradizionale) che possono spiegare il motivo per cui una donna sacrifica il proprio benessere intrattenendo relazioni affettive morbose.

Le radici del “troppo amore” affondano nell’immaginario del femminile, che vuole al donna in grado di sacrificarsi per l’altro (padre, marito, amante…) perché questo è il ruolo che per secoli le è stato imposto. Il saggio mette in luce quanto questo assunto di base sia deleterio e malsano (non solo per la donna, che ne paga le conseguenze più care, ma anche per l’uomo a cui si illude di voler bene, di cambiare, di aiutare). Oggi di queste tematiche si discute molto: nel 1985 forse meno. Per questo il saggio di Norwood deve comparire tra le letture imprescindibili di chi si occupa di violenza di genere ed educazione.

26 novembre

26 novembre.

E’ passata un’altra giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Un sacco di iniziative: conferenze, spettacoli teatrali, letture di brani, fontane delle piazze cittadine tinte di arancione. Tutto per cercare di richiamare l’attenzione, tutto per cercare di pulirsi la coscienza. Eh si, sono sempre più convinta che – soprattutto in certe realtà – l’attenzione che si cerca di dare a questo problema sia direttamente proporzionale alla necessità di sgravare la la coscienza collettiva (di una città, di una amministrazione politica, di un territorio)  dal silenzio (quando va bene) o dalla confusione semantica  (quando va male…e di solito va male) che regna su ciò che è rubricabile alla voce “violenza di genere” nei restanti 364 giorni dell’anno.

Il problema è che non riusciamo a toglierci quello sguardo a metà tra il retorico e l’accusatorio.

La notizia di Cristoforetti, prima italiana nello spazio, viene accolta con messaggi pieni di orgoglio retorico («Tutta l’Italia guarda al volo di Samantha con felicità e trepidazione. Orgogliosi della prima italiana nello spazio!» il tweet di Renzi)  o con commenti svilenti (“serviva qualcuno che stirasse le camicie”, una delle tante frasi apparse su Facebook).

Se questo è possibile è perché manca una autentica educazione sentimentale, come dice Manuela Mimosa Ravasio nel bell‘articolo nel quale critica il “Buongiorno” quotidiano di Gramellini.

E allora è normale che la notizia della giovane stuprata in discoteca durante la festa dei suoi 18 anni sia commentata con frasi del tipo:

a 18 anni lo stupro lo si vuole. sei stata bene?

la ragazza è stata superficiale..

ma quale stuprata..ha fatto la troia è che è!

Non so se mi dia più fastidio il fatto che questi giudici duri e puri siano – in molti casi – donne che giudicano con un’efferatezza senza limiti  altrettante ragazze che (in un universo manco troppo parallelo) potrebbero essere loro amiche o sorelle o il fatto che del violentatore non rimanga traccia. Hai bevuto, te la sei cercata. Non conta il gesto violento di chi ti ha messo le mani addosso, se tu non avessi bevuto avresti avuto la possibilità di sfuggire all’aggressione. Perché è questo che ancora insegniamo: educhiamo le bambine ad evitare la violenza, anziché insegnare al bambino a non agire comportamenti violenti.

Se lo sguardo è a metà tra il retorico e l’accusatorio la lingua è quasi sempre affastellata da espressioni non pertinenti, sbagliate: e quindi via con titoli di giornali che parlano di “lite per gelosia”, di “omicidio per troppo amore”, di “omicidi passionali” a giustificare un atto ingiustificabile, che se fosse definito solo “omicidio” non avrebbe attenuanti e sarebbe visto nella sua completa interezza, nella sua realtà aberrante.

Finché non sarà possibile educare alle differenze di genere, finché l’educazione all’affettività non rientrerà per legge nei POF di tutti gli istituti scolastici (anziché essere lasciata al “buon cuore” di insegnanti volenterosi e all’ingegno degli operatori di associazioni sottopagati e spesso mal visti dagli integralisti che non accettano che si parli di sessualità a scuola) continueremo a trovare, accanto alle notizie di stupri e violenze commenti simili a quelli sopra riportati. Continueremo a trovare titoli di giornali che svalutano un omicidio fornendogli l’attenuante della passione. E pochi avranno la forza di controbattere. La maggior parte continuerà a commentare con un facilissimo “se l’è cercata”. E, temo, saranno gli stessi che nel giorno dedicato a ricordare la violenza contro le donne riempiranno la propria pagina facebook con frasi fatte e pensierini gentili. Perché “la donna non si tocca neanche con un fiore”, ma solo il 25 novembre.

La camicia della discordia e il femminismo isterico

il ricciocorno schiattoso

La camicia della discordia è naturalmente la camicia di Matt Taylor.

Questo è uno dei tweet che ha dato origine alla polemica internazionale:

taylor02E queste sono alcune delle risposte che quel tweet ha ricevuto:

answer1

Fatti una scopata, che così ti senti meglio (nota anche come l’ “argomentazione del magico pene”, quella che sostiene che ogni osservazione pronunciata da una donna si sarebbe potuta evitare con il volontario sacrificio di un vero maschio disposto ad elargire un po’ della sua appendice fatata).

answer2

Per favore ucciditi (non ti spiego neanche perché, fallo perché te lo chiedo gentilmente).

answer3Indossare una camicia con sopra delle belle ragazze = abusare delle donne? Sei un imbecille totale. Buttati da una scogliera, per favore (Nota bene: non c’è nessun accenno all’abuso nel tweet di Rose Eveleth, ma – si sa – le donne aprono bocca solo per denunciare ingiustamente poveri maschi innocenti, ergo se una donna ha…

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Violenza di genere e omofobia: strumenti di smascheramento e nuove forme di “resistenza”

E’ di pochi giorni fa la notizia di un quattordicenne insultato e picchiato, in una scuola di Perugia, da un insegnante. Il “professore” (anche se definirlo con questo termine mi mette un po’ in difficoltà) avrebbe prima detto che essere gay è una brutta malattia, associando poi la frase al nome e cognome del giovane. “Tu ne sai qualcosa” avrebbe detto rivolgendosi al ragazzo, che per tutta risposta avrebbe ribattuto “si, da quando conosco lei”. La risposta dello studente avrebbe scatenato l’ira dell’insegnate che gli si sarebbe lanciato contro, colpendolo con due pugni alla spalla e con un calcio alle gambe. La versione del giovane sarebbe stata sostenuta da diversi compagni di classe.

Alla notizia seguono le voci e le opinioni di – da una parte – si schiera dalla parte dello studente invocando un sostegno maggiore (anzitutto economico) alle iniziative con le quali si cerca di parlare pubblicamente (nelle piazze e nelle scuole, tramite dibattiti ed interventi) di violenza di genere e omofobia – e, dall’altra, chi si schiera dalla parte dell’insegnate. Certo, schierarsi da questa parte risulta molto difficile: come si può difendere il gesto di un insegnante violento (indipendentemente dalle motivazioni omofobe che hanno scatenato il fatto)?? E’ così che si assiste ad un ribaltamento della questione.

Vince il premio “come ti rivolto la frittata” Giancarlo Cerrelli, avvocato cassazionista e canonista, vicepresidente nazionale Unione Giuristi Cattolici Italiani. Ieri mattina, sul suo profilo twitter, ha scritto:

Sulla violenza omofobica di un prof di PG contro uno studente: NON E’ VERO: il ragazzo non è gay!

Interessante punto di vista, il suo. Come a dire: non importa quello che ha fatto il professore, non si discute del suo comportamento e del suo gesto vile, scorretto oltre che perseguibile per legge. Ciò che conta è l’orientamento sessuale della vittima.

Non so voi, ma a me queste parole hanno subito fatto venire in mente quello che accade – troppe volte, troppo spesso – alle vittime di violenza sessuale: il rovesciamento dell’accusa sulla vittima. Ma, lei, ci stava? O il suo “no” poteva essere letto come un “forse si”?  In generale questo diventa un po’ il modus operandi di fronte a tutte le violenze di genere: se una donna decide di interrompere una relazione violenta, prima di andare a colpire il partner aggressivo ci si chiederà perché solo oggi la donna abbia deciso di denunciare, di interrompere quella relazione.

“Ma perché c’è stata fino ad oggi?” , la classica affermazione che si sente ripetere.

Tutto ciò mi fa pensare che i comportamenti aggressivi – nei confronti delle donne o di chi ha un orientamento sessuale, presunto o dichiarato,  “non conforme” – si muovano sulla stessa lunghezza d’onda: perché la prima cosa che si cercherà di fare è di mettere in dubbio la veridicità dell’accusa della vittima: se la donna che subisce uno stupro “è una che ci sta” non pottrà essere presa sul serio e comunque di certo non si potrà parlare di violenza, al massimo di una incomprensione tra le parti; se il ragazzino che subisce un atto di bullismo omofobico (non da un suo coetaneo ma addirittura da un suo professore) in realtà non è gay viene meno la questione: non si tratta di omofobia, al limite di un atteggiamento “correttivo” (non a caso il docente si è difeso dicendo di aver dato un “colpetto” alle gambe del ragazzo perché seduto scomposto) che nulla ha a che vedere con l’odio verso gli omosessuali.

Il problema si annulla, viene fatto passare in secondo piano e perde di importanza.

Per questa ragione ritengo sia essenziale continuare a parlare di questi problemi: la violenza E’ il problema, non le azioni riferibili ai singoli casi. Bisogna continuare a proporre iniziative per parlare di violenza, soprattutto nelle scuole ma non esclusivamente ai ragazzi: spesso i giovani hanno mentalità più aperte dei docenti che dovrebbero insegnar loro qualcosa. Mettere in luce i meccanismi che i detrattori utilizzano, smascherare le loro argomentazioni vuote e, in molti casi, pretestuose è un fondamentale gesto di resistenza pedagogica.

“ciò che si fa” vs. “ciò che si è”: nuovi possibili fondamenti per la riqualificazione della professione di educatore

Quando si parla delle figure professionali che operano all’interno dei centri antiviolenza o delle strutture di aiuto (come ad esempio le comunità educative) si tende sempre a citare le psicologhe, l’assistente sociale, le avvocate, le poliziotte, i* giudic* che hanno il compito di emettere i provvedimenti. Le educatrici, di solito, non vengono nominate. A loro si affidano soltanto compiti pratici e, quindi, poco qualificati. Per questa ragione non vengono citate; è come se venisse loro negato il diritto di prendere parte all’equipe di lavoro che ha lo scopo di progettare, monitorare e seguire nello svolgimento i progetti formativi (o, nel linguaggio dei centri antiviolenza, “le prese in carico”) che si realizzano.

Ho svolto per anni la professione di educatrice (perché spesso il ruolo del pedagogista non viene preso in considerazione, neppure all’interno dei concorsi pubblici): non credo affatto che si meriti di essere svilita anche se  il contesto sociale ci prova in ogni modo (basti pensare che spesso viene “confusa” – per ovvie ragioni economiche – con altre professioni come gli  OSA e gli OSS, o al fatto che non esiste un albo professionale). Vorrei per questo provare a tratteggiare gli elementi che qualificano questa professione, per poterle ridare senso, significato e dignità.

Per fare ciò mi viene in aiuto l’intervento di Silvia Leonelli – ricercatrice in Pedagogia Generale all’Università di Bologna – apparso sul bellissimo saggio curato da Chiara Cretella e Cinzia Venturoli, pubblicato per i tipi di I libri di Emil, intitolato Voci de del verbo violare: analisi e sfide educative contro la violenza di genere. Nel brano l’autrice parte da una considerazione generale: la svalutazione dal punto di vista sociale delle professioni di cura educativa. Tale svalorizzazione si palesa principalmente in due modi: scarsissima retribuzione e nessuna considerazione sul piano professionale. Questo aspetto appare ben evidente nelle riunioni di equipe:

quando nei gruppi di lavoro le psicologhe forniscono un quadro della situazione della donna che subisce violenza e le assistenti sociali ne completano i tratti con informazioni dettagliate, le educatrici possono trovarsi in difficoltà ad affermare il proprio punto di vista (…) quasi che l’interdisciplinarietà del’equipe – prevista a livello legislativo e apprezzata dal punto di vista culturale – venisse poi ritrasformata, nei fatti, in una gerarchia di saperi.

Secondo l’autrice, invece, bisogna porre al centro la ricostruzione della professionalità dell’educatrice e le caratteristiche del suo lavoro. Per fare ciò, Leonelli distingue attività comuni da attività specifiche. Quelle comuni, come la creazione del setting, sono comuni a più figure professionali. Le attività specificatamente educative invece sono inerenti alla costruzione di una relazione di aiuto forte e al sostegno nella ricostruzione, ad opera della donna che ha subito violenze, di un itinerario esistenziale consapevole.

Ravviso, in tutto ciò, molti punti in comune con la figura del pedagogista clinico. Anche questa può considerarsi una professione particolarmente abusata, soprattutto da quei soggetti che hanno cercato di delienearne le basi senza avere competenze epistemologiche né avere conoscenze specifiche in materia di Pedagogia Generale (essendo, la Pedagogia Clinica una Scienza Pedagogica, è impossibile scrivere di essa senza prendere a riferimento i testi e lo sviluppo gnoseologico della scienza di riferimento).

Compito del pedagogista clinico è quello di prendersi cura di un soggetto che versa in una condizione di disagio e sostenerlo nel processo di acquisizione di una nuova consapevolezza circa i processi che sottendono questa sua condizione. Scopo del lavoro clinico è quello di portare il soggetto ad avere cura di sé. Il pedagogista clinico quindi opera sul concetto di resilienza, portando la persona ad avere buone capacità di resiste agli “urti” che la vita necessariamente pone innanzi.

Come dice Leonelli, quelle delle educatrici che lavorano a stretto contatto con le vittime della violenza di genere

sono attività di e-ducazione, che trovano senso nel “tirare fuori” (ex-ducere) dalla donna le sue risorse, nel lasciare segni (in-segnare) per un cambiamento positivo, nell’aiutare a dare forma (formare) al suo progetto di vita.

Il compito dell’educatrice che opera nei centri antiviolenza quindi può essere quello di sostenere la donna in questo processo di cambiamento che la porterà ad aver cura di sé.

Si può ridare senso e dignità alla professione dell’educatore, dal mio punto di vista, solo se si riparte da queste premesse. Solo, cioè, se si scardina questa figura da un insieme di attività pratiche che l'”operatore” (spesso si usa questa parola, per descrivere il lavoro dell’educatore in comunità o nei centri antiviolenza…non credo sia un caso!) deve svolgere (stare accanto alla vittima nella gestione delle attività quotidiane e della sua routine) per andare ad insistere sulla dimensione teorica che sottende questa professione. E la dimensione teorica può essere recuperata all’interno del processo che porta l’educatore (“il professionista dell’educazione”) a individuare le risorse potenziali dell’altra persona affinché esse possano fornire la base sicura dalla quale ripartire per tornare ad aver cura di sé. Fare l’educatore è un compito difficile, molti sono i momenti di complessità che si devono affrontare (dalla gestione di uno scontro tra le ospiti di una comunità di accoglienza alla necessità di rivedere il progetto educativo realizzato per una vittima di violenza): bisogna avere ben chiari i propri confini (per evitare di riportare il dolore altrui nel proprio vissuto personale) senza erigere barriere, ma anzi dimostrandosi sempre accoglienti e in grado di sviluppare un ascolto attivo ed empatico.

A questo proposito credo che ancora sia attuale la lezione di Don Milani:

spesso gli amici mi chiedono come faccio a far scuola e come faccio ad averla piena. Insistono perché io scriva loro un  metodo, che io precisi i programmi (…).

Sbagliano la domanda: non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare per far scuola, ma solo di come bisogna essere per poter fare scuola.

Credo che la differenza tra un operatore e un educatore, quindi, si possa individuare lungo il crinale che separa tra ciò che si fa e ciò che si è.

Se un direttore di testata vuole insegnarci come prevenire la violenza sulle donne

giornalisti 2.0: prima ti chiedono un’intervista, poi ti mandano allegramente a quel paese.

Al di là del Buco

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Mi scrive Francesca Rivieri, responsabile del Centro antiviolenza D.U.N.A. di Massa, la quale viene intervistata da un giornalista di lagazzettadimassacarrara.it sul tema del linguaggio sessista in pubblicità. Il Centro sta organizzando un workshop su quel tema e nell’intervista Francesca ragiona sulla comunicazione a proposito di violenza sulle donne. Parla della rivittimizzazione delle donne uccise quando sui media un femminicidio viene descritto come un “omicidio passionale” e racconta come l’interazione tra chi si occupa di violenza sulle donne e chi offre notizie di cronaca sia necessaria per determinare un cambiamento culturale.

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Il buon insegnamento evangelico

Ebbene sì, anche oggi non posso fare a meno di scrivere due righe su una notizia – appena letta  – che mi turba molto.

L’articolo è tratto da Famiglia Cristiana e costituisce una sorta di decalogo, sintetico e completo, per insegnare ai genitori a contrastare e difendersi dai probabili attacchi dell'”indottrinamento del gender”.

Ora siamo tutti d’accordo: Famiglia Cristiana non può considerarsi una rivista particolarmente progressista e per statuto certo non può difendere posizioni gay-friendly. Ma qui, quello che mi fa davvero paura, è l’opera di contrasto aprioristico che si fa non solo nei riguardi dei progetti educativi, accolti e sostenuti dalla scuola, su queste tematiche ma anche di chi li mette in pratica.

In sintesi, ai genitori è richiesto:

– di informarsi bene rispetto al Programma dell’Offerta Formativa proposto dalla scuola  scolastica prima di iscrivere i figli

– di eleggere, come rappresentanti di classe, solo persona con idee simili alle proprie in materia di “questioni di gender” (senza dimenticarsi di sollevare per primi questo argomento di discussione all’interno delle prima riunione dei rappresentanti, per mettere subito sul piatto la propria posizione).

– se la scuola organizza lezioni sulla teoria del gender è necessario farsi inviare la documentazione scientifica a sostegno di questa teoria e confrontarsi con le associazioni dei genitori presenti sul territorio per analizzarla in modo preciso

Fin qui, in fin dei conti, nulla di male. Ogni genitore ha diritto di informarsi su quanto attiene all’educazione dei propri figli. Riguardo al confronto ognuno è libero di rapportarsi con chi meglio crede, in ogni caso se prendiamo per buona la definizione del verbo confrontare (sul vocabolario Treccani on line)

in un dibattito fra due o più oppositori, metterle a confronto per rilevare somiglianze e divergenze, per saggiarne la validità, con il proposito di giungere a un accordo, a una soluzione, o comunque a un risultato positivo

credo abbia poco senso mettere a confronto la propria posizione con un’altra identica. Meglio sarebbe provare ascoltare le ragioni di chi non la pensa allo stesso modo, ma questa è un’altra storia.

La parte interessante dell’articolo la troviamo più o meno a metà, alla voce “cosa fare se la scuola organizza lezioni o interventi sul gender”:

Date l’allarme! Sentite tutti i genitori degli studenti coinvolti e convocate immediatamente una riunione informale, aperta anche agli insegnanti
Chiedete (è un vostro diritto!) di conoscere ogni dettaglio circa chi svolgerà la lezione, che contenuti saranno offerti, quale delibera ha autorizzato tale intervento formativo, quali sono le basi scientifiche che garantiscono tale insegnamento

Qui, a mio avviso, si pongono due generi di problemi: da una parte si chiede ai genitori di “dare l’allarme”, come se le attività proposte dalla scuola fossero al limite (ma, forse già oltre…) della legalità, dall’altro si cerca di trovare possibili punti deboli nel personale coinvolto nelle lezioni. Come diceva Paul Valery “se non puoi demolire un ragionamento, prova a demolire il ragionatore”. Questo significa ovviamente scatenare una probabile “caccia alle streghe” nei confronti dei docenti: più che osservare la veridicità delle teorie si andranno a cercare possibili elementi – del tutto privati e personali – su cui effettuare l’attacco (per esempio: l’orientamento sessuale). Di fronte a tali aspetti, qualsiasi pezza giustificativa si andrà a portare a sostegno dell’iniziativa scolastica, allora, sarà completamente inutile.

Per ultimo, la legge del contrappasso: la scuola vuole in ogni caso portare avanti queste iniziative senza ascoltare le pretese dei genitori che ne richiedono la sospensione? Per “ripicca” i ragazzi verranno esonerati dalle lezioni previste in materia di affettività e sessualità

 inviate una raccomandata al dirigente scolastico (…)  e comunicate che eserciterete il vostro diritto di educare la prole come sancito dall’art. 30 della Costituzione e che pertanto, nelle sole ore in cui si svolgeranno tali lezioni terrete i vostri figli a casa.

Questo atteggiamento rivela chiusura mentale, cecità sociale, oltre che un atteggiamento vagamente passivo aggressivo. Sottraendo i giovani all’occasione di un confronto aperto pacato e razionale con tematiche non facili (che, la maggior parte,  non sarebbe in grado di affrontare da sola) i genitori perdono l’occasione (anziché esercitare il famoso diritto sancito dalla Costituzione) di educare i propri figli e perdono, fra l’altro, l’opportunità di ricevere, indirettamente, una lezione dagli stessi ragazzi.

Personalmente, ho lavorato per anni nell’ambito dell’educazione all’affettività e alla sessualità e, se, all’inizio di ogni incontro, si potevano trovare alcuni ragazzi spaventati dalla possibilità di parlare di queste tematiche, alcuni con pregiudizi molto forti su temi difficili come la violenza sulle donne e l’omofobia, non abbiamo mai incontrato – la mia collega Anna ed io – chiusura o contrasti. Siamo sempre riuscite a creare un clima di dialogo e apertura – dove nessuno voleva cambiare le idee di nessuno – portando nuovi contributi per poter riflettere in modo più preciso sull’argomento. Al termine di ogni incontro trovavamo i ragazzi cambiati, ma in meglio: alcuni continuavano a sostenere le proprie posizioni (ma non più appoggiandosi semplicemente a sterili stereotipi) altri erano molto più “ammorbiditi” e aperti al confronto e al dialogo!

In conclusione, mi chiedo: perché creare allarmismi davanti a parole come “educazione all’affettività”, “omofobia”, “superamento degli stereotipi”, quando le parole da combattere dovrebbero essere “chiusura al confronto”, “pregiudizi”, “stereotipi e linguaggio sessista” e “hate speech”? Aprirsi al dialogo non ha mai avuto conseguenze letali su nessuno, rimanere arroccati su posizioni difficilmente difendibili, sì.