La formazione del pedagogista: i libri che strutturano una professione

L’articolo di oggi si colloca, come quello precedente, alla ricerca dei volumi a mio avviso indispensabili per dare solidità alle professioni educative e pedagogiche.

L’approfondimento di oggi, quindi, è dedicato ai libri che consiglio di leggere ad educatori/trici e pedagogisti/e sia rispetto alla definizione di queste due professioni – e quindi ai margini di azione – sia rispetto ai possibili ambiti in cui il lavoro educativo e pedagogico può, con le loro specificità, svolgersi.

Partiamo?

gennari

Mi sono formata all’Università di Genova, sotto la guida (per tutti e cinque gli anni) di questo importante pedagogista italiano. Le basi, per me, restano i volumi che il gruppo di professori da lui capitanato ha prodotto negli anni. Sono libri complessi, questo è risaputo, ma a mio avviso costituiscono delle basi solide per fare chiarezza sulla storia delle pedagogia e i suoi confini epistemologici. Certo, si può fare il pedagogista affidandosi solo ai manuali, sicuramente molto più utili per definire questa sfera del sapere nella sua praticità (chi è il pedagogista, cosa fa, come interviene). Dal mio punto di vista, però, il rischio dei manuali – non sostenuti da solide conoscenze – è che offrono poco da un punto di vista contenutistico. Dicono come si fa qualcosa – ad esempio quello super interessante del collega Pier Paolo Cavagna di cui parlerò più avanti parla della progettazione pedagogica – ma non basta “fare”, in pedagogia. Bisogna prima aver chiaro cosa è questa Scienza per avere chiari i suoi confini e, quindi, le sue modalità di azione. E’ un libro che consiglio a tutt* coloro che stanno studiando per intraprendere questa professione con lealtà (perché di buffon* che si inventano professionist* ce ne sono tanti) e coraggio.

vanna iori

Un altro testo importante alla luce delle ultime novità in merito al riconoscimento della nostra professione. L’On. Iori, promotrice della legge, realizza un libro a più voci per indagare le due professioni definendo i loro margini di azione. Un testo indispensabile.

La professione Pedagogica

Una carrellata, ora, di libri che possono aiutare i pedagogisti a seconda del settore professionale prescelto

progett

Un manuale rapido, semplice, valido per tutti i pedagogisti (a prescindere dall’ambito lavorativo) perché tutti saranno chiamati a realizzare progetti pedagogici. Un testo utile anche agli educatori, per la loro pratica quotidiana.

LAVORO PEDAGOGICO

Un testo ormai datato che riassume bene, però, l’intensità del lavoro pedagogico; il suo continuo essere nel qui ed ora, nell’ascolto delle emozioni e dei loro significati.

SOSTEGNO GENITORIALITà

Anche questo è un volume datato ma significativo per definire il lavoro del pedagogista nel suo ruolo di sostenitore delle famiglie. Avere cura di questo soggetto sociale attraverso i percorsi di sostegno alla genitorialità è, intatti, uno dei compiti che i pedagogisti sono chiamati a svolgere. Si tratta di un lavoro complesso che non riguarda solo le famiglie in difficoltà ma in realtà tutte le famiglie colpite da una crisi nei modelli identificativi e nei tempi ad essa dedicati.

consulenza educativA

Un altro testo importante per chi vuole operare nell’ambito della consulenza per definire la dimensione pedagogica (con tutto ciò che essa può apportare di positivo) all’interno della relazione di aiuto.

clinica

Un altro testo per me indispensabile (fu il nucleo centrale della mia tesi) per approfondire la pedagogia clinica – in una versione differente rispetto alle tante “pedagogie cliniche” con tanto di “marchio registrato” accanto – che oggi spopolano. Un testo articolato per tesi con un filo conduttore ben preciso: partire dal prendersi cura del soggetto affinché egli possa arrivare ad avere cura di sé.

 

La professione educativa

osservazione comportamento

Un testo importante per ogni educatore che si ritrovi a lavorare con bambini/e. L’osservazione del loro comportamento è infatti indispensabile per definire il progetto educativo.

osservazione al nido

Un ulteriore approfondimento rispetto all’osservazione, in questo caso nell’ambiente del Nido.

progetto educativo

Se il lavoro educativo si svolge in comunità, invece, bisogna indagare la specificità di tale contesto per definire il margine di azione sugli/lle ospiti.

 

Il lavoro educativo non si ferma qui, ovviamente, molti sono gli ambiti che non ho preso in considerazione in questo articolo. Uno – interessantissimo – è quello curato e approfondito dalla collega Ylenia Parma che concerne l’invecchiamento attivo e la terza età.  Altri hanno a che fare con le dipendenze, il ritardo e la disabilità.

Anche se non esaustivo – mi auguro di poter dedicare altri articoli ai temi illustrati precedentemente – spero che l’articolo sia utile ai vostri fini professionali. Mi farebbe piacere avere da voi feedback e domande. Se vi va, condividete con me la vostra esperienza professionale: il confronto è sempre motivo di crescita.

Vi ricordo che sono sempre raggiungibile tramite messenger (alla pagina fb ) o via mail.

Se vi va, condividete l’articolo 🙂

Dr.ssa Alessia Dulbecco

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La scuola migliore è quella “pedagogicamente competente”

La notizia è di ieri: secondo Eduscopio – la classifica che si occupa di analizzare le scuole superiori di diverse città italiane – il miglior liceo d’Italia è il Liceo Scientifico Pier Luigi Nervi a Morbegno (So).

Mi hanno colpito molto le parole della Preside che analizza i punti di forza dell’Istituto da lei diretto.

Sicuramente le classi piccole aiutano, certo, ma non credo sia questo (l’unico) punto di forza di questa scuola. Al contrario, ve ne sono alcuni su cui insieme a molti miei collegh* ci siamo battuti per cercare di farne capire l’importanza. Vediamoli insieme.

  • Docenti stabili: avere la garanzia di puntare su un corpo docente affiatato e costante è alla base di una buona didattica. Man mano che passa il tempo tra i professori potrà crearsi un legame – personale e professionale – sul quale orientare alcuni contenti propri della didattica (penso a lezioni “ponte” tra una disciplina e l’altra, in grado di stimolare il pensiero divergente, la possibilità per gli insegnanti di muoversi sulla stessa lunghezza…)
  • Famiglie unite: la scuola in cui si insegna bene è quella in cui i professori/esse sono alleati con le famiglie e non in lotta. Tra le due parti deve esserci alleanza. Una parola bellissima perché vuol dire che ciò che si fa lo si fa per il bene degli/le alunni/e e non c’è alcuna guerra in corso tra le due “fazioni”
  • docenti preparati: non solo nelle materie di insegnamento, si intende! Professori/esse competenti su un piano educativo, capaci non solo di “trasmettere” contenuti ma di educare il pensiero. E’ questo – in ultima analisi – ciò che dal mio punto di vista fa proprio la differenza.

“E se non è possibile poter contare sempre su docenti così specializzati (mi verrebbe da dire illuminati…) che si può fare?? “Obietterà qualcuno.

In quel caso basterebbe introdurre la figura del pedagogista nelle scuole.

Un professionista specializzato, in grado di guidare – come il capitano di una nave – l’operato educativo dei singoli docenti. Il pedagogista non entra nel merito della materia insegnata (su quello infatti nessuno dovrebbe essere più competente del professore che la insegna) ma può fornire strategie ai docenti per fare “team building” imparando a sentirsi parte di una squadra, anziché semplici impiegati il cui obiettivo è far rispettare le regole, trasmettere nozioni e arrivare a fine mese.

Può, poi, aiutare i docenti a realizzare una didattica inclusiva trovando nuovi stimoli didattici con cui aiutare i tanti studenti con bisogni educativi speciali (attenzione: non entro nel merito delle diagnosi DSA. Quando parlo di BES ricordo sempre che ogni alunno/a, a suo modo, lo è perché tutti/e noi siamo – ontologicamente – diversi in ragione dei nostri bisogni personali e per le singole specificità di cui possiamo disporre).

Ultimo – ma non per importanza- può essere il suo ruolo di “collante” tra quanto svolto dalla scuola e dalla famiglia. La sensazione, infatti, è che troppo spesso queste due entità si muovano su binari separati. A volte – anche peggio! – se si incontrano in realtà si scontrano. L’alleanza scuola-famiglia è alla base del buon intervento didattico ed educativo. Non si può pensare di incidere positivamente sulla formazione dei ragazzi/e se non si crea – prima – un’alleanza con coloro i quali quei ragazzi li hanno cresciuti e continuano a farlo.

Parafrasando la frase che ho voluto usare come copertina, quindi, nessun bambin* è perduto se ha un insegnante che crede in lui e se ha un pedagogista che ne predispone il cammino formativo secondo un principio di rigore, condivisione e lealtà.

Di cosa parliamo quando parliamo di discriminazioni?

La storia degli uomini è intrisa di discriminazioni. Il “diverso” – chi si discosta da una presunta normalità che, come Caguilhem ci ricorda, è sempre normativa – è sempre stato oggetto di soprusi più o meno condivisi dalla maggioranza e più o meno accettati da chi li subisce.

Sono tre, a mio modo di vedere, le “categorie” che più di tutte sono state oggetto di discriminazioni: le donne, le persone non eterosessuali, le persone di colore.

La Pedagogia, in quanto scienza che studia la formazione e l’educazione dell’uomo, ha una grossa responsabilità  rispetto alla possibilità di insistere sulle discriminazioni per contrastarle con nuovi modelli pedagogici ed educativi favorendo, finalmente, quel cambio di prospettiva che potrebbe consentire l’inclusione di tutt* ricordando che ognuno/a di noi è “differentemente uguale” all’altro.

Un altro compito della pedagogia può essere quello di diffondere buone prassi e nuovi spunti di riflessione per creare un “sentire comune” rafforzando l’empowerment delle persone ad oggi discriminate

Il progetto del collega Matteo Botto, laureando in Scienze Pedagogiche a Torino, si situa proprio nell’ambito di questi due modelli di intervento: fornisce un supporto sia a chi lascia la propria testimonianza sia ai possibili lettori/trici facendo sentire tutti/e parte di una comunità che può essere forte solo grazie alla condivisione. Favorisce, inoltre, un possibile cambio di prospettiva.

Invito pertanto a leggerne le storie o a partecipare, si tratta del suo bellissimo progetto di Tesi e credo valga la pena non solo partecipare, ma proprio contribuire attivamente.

Io l’ho fatto 🙂

 

qui il link all’intero progetto: https://www.contronarrazioni.com/

La regolazione emotiva: spunti pedagogici per superare i “capricci”

Uno degli aspetti principali su cui mi confronto coi genitori che si recano da me in consulenza è il famoso tema dei “capricci“.

Padri e madri lamentano spesso la difficoltà nel riportare i propri figli/e alla calma, al ragionamento, alla comprensione di quanto accaduto.

Per spiegare perché le parole e il ragionamento risultano del tutto inefficaci in situazioni di questo tipo mi appello a questo pensiero di Goleman, psicologo che più di tutti ha affrontato il tema dell’intelligenza emotiva.

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Quando il bambino sperimenta la rabbia o la collera l’unica funzione utile dell’educatore (o del caregiver) è quella di dimostrargli di essere in grado di accogliere le sue emozioni senza svilirle, senza portare la sua attenzione altrove. L’adulto deve diventare l’argine di quel fiume in piena rappresentato dalle emozioni che il bambino/a sta vivendo, dimostrando di saper resistere alla loro forza e di esserci, nonostante tutto.

Per questo – come dice Golman – l’intelligenza in questi casi si rende inutile. Prima è necessario aiutare il bambino/a nel processo di REGOLAZIONE EMOTIVA. Significa, in sostanza, aiutare a calmarlo, verbalizzare l’accaduto, dare peso alle emozioni vissute e contenerlo, se ciò si rende necessario.

Tutto ciò si lega all’emisfero destro, quello che determina l’emotività

Solo successivamente si potrà fare affidamento alla logica, al ragionamento, alle parole ad esempio riflettendo su quanto avvenuto, chiedendo al bambino/a perché non è stato in grado di calmarsi etc…

Solo dopo che abbiamo placato le emozioni dell’emisfero destro, quindi, possiamo appellarci alla logica e al ragionamento che fanno capo all’emisfero sinistro.

L’obiettivo di un percorso educativo sano (che sia condotto da un professionista dell’educazione o da un caregiver), quindi,  è quello dell’ INTEGRAZIONE.

Integrare significa fare in modo che l’emisfero destro e quello sinistro “collaborino” (si parla pertanto di integrazione orizzontale), così come – nell’integrazione verticale  – far sì che le aree antiche del nostro cervello (definite rettiliane) collaborino con quelle di recente acquisizione.

Le crisi di rabbia, i capricci i comportamenti aggressivi (…) sono conseguenza di una perdita di integrazione, ossia di una condizione di dis-integrazione (Siegel, Bryson 2015)

Se, come affermano i due autori sopra citati, il cervello cambia in ragione dell’esperienza e attraverso il modo in cui diamo senso ad essa, si rende necessario acquisire un nuovo schema di azione di fronte a queste situazioni. Farsi supportare dal pedagogista può essere un primo passo essenziale per poi permettere ai genitori di lavorare in autonomia.

 

La formazione del pedagogista: i libri che strutturano una professione

Ho pensato di pubblicare alcuni articoli del blog su un tema che mi sta molto a cuore:

quali libri possono contribuire a formare il pedagogista, a seconda dei vari contesti in cui può esplicitarsi la sua professione?

Il primo “contesto” dal quale vorrei partire è quello che maggiormente mi caratterizza professionalmente. Come forse saprete, uno degli ambiti in cui ho scelto di declinare la professione pedagogica è quello relativo agli studi di genere e alla violenza di genere. Mi sono ritrovata a dovermi ritagliare uno spazio all’interno di un contesto professionale spesso caratterizzato dalla presenza di altre figure (in primis psicologi/e e assistenti sociali) per poter dare dignità al ruolo della pedagogista, sia nell’ambito delle consulenze sia in quello di studio e riflessione su questi argomenti.

Cominciamo ora una breve rassegna di libri che mi sento di consigliare a tutti i colleghi/e che decidano di collocarsi professionalmente in questo ambito.

L’elenco ovviamente non ha la pretesa di essere esaustivo ed è in costante aggiornamento. Cominciamo?

Le basi

Come prima cosa segnalo i volumi che costituiscono a mio giudizio una solida base da cui partire per cominciare a inquadrare il fenomeno.

Si tratta di un libro datato (la prima pubblicazione è del 2000) e di volta in volta rinnovato. Affronta in maniera approfondita il tema della violenza di genere e rappresenta un buon strumento per chi vuole formarsi professionalmente.

Un testo che contiene più voci, appunto, proprio perché scritto da professioniste provenienti da ambiti diversi. A mio parere il punto di forza è la capacità di problematizzare le competenze che le professionalità educative devono acquisire per lavorare a fianco delle donne (e dei loro figli/e) che hanno subito violenza.

Un altro volume indispensabile per comprendere i meccanismi che legittimano e definiscono la violenza.

Un altro utile strumento di lavoro, pensato per chi vuole avvicinarsi alle tematiche inerenti la violenza di genere mappando il linguaggio che la contraddistingue.

A mio giudizio un altro testo indispensabile che illustra come il nostro lessico contribuisca a mantenere e creare una cultura sessista, xenofoba e razzista.

Il tema del corpo

Due libri, entrambi a cura della Prof. Ulivieri, ordinaria di pedagogia generale e sociale all’Università di Firenze. Entrambi hanno lo scopo di individuare i fattori sociali, educativi e culturali che portano a considerare il corpo femminile come oggetto, pertanto come elemento disponibile alla violenza maschile.

Un altro testo significativo di una scrittrice britannica sulla mercificazione del corpo femminile nella sessualità, nel capitale di genere, nel lavoro domestico.

Educazione e stereotipi

Due testi, scritti a distanza di quasi 40 anni. Nel primo, l’autrice indagava i condizionamenti culturali che definivano la disparità di trattamento tra maschi e femmine. E negli anni 2000, cosa è cambiato?

Un altro volume importantissimo, una ricerca finalizzata ad individuare il sessismo che si nasconde (nemmeno troppo, mi verrebbe da dire) nei libri di testo in particolare delle elementari.

Un altro volume significativo, che indaga sulla discriminazione di genere e su quella anagrafica.

I progetti educativi

Due libri interessanti, per lavorare in chiave educativa sulla violenza di genere e sulla sua prevenzione.

Un altro testo utile per decifrare il linguaggio televisivo ed osservarlo così in maniera critica. Contiene anche esercizi da utilizzare con ragazzi/e e adulti/e allo scopo di riflettere meglio sulle modalità televisive e comunicative che legittimano certe modalità di intendere il ruolo femminile.

L’attenzione ai media

Senza i lavori della Zanardo sul ruolo dei media nella legittimazione della violenza di genere, molti movimenti forse non sarebbero nati e non avrebbero acquisito quella valenza che oggi hanno. Due testi che non si possono non conoscere. Il secondo contiene alcuni “esercizi” pratici ricavati dallo strumento “nuovi occhi per la tv” realizzato dalla stessa Zanardo e portato nelle scuole, per riflettere criticamente sulle immagini televisive e sull’immaginario che veicolano.

Un altro testo divulgativo, semplice nella lettura ma dai contenuti profondi. Un saggio per capire perché l’Italia dei primi anni 2000 (ma anche di oggi) offende le donne.

I contenuti giuridici

Due testi importanti, uno (quello di Sorgato) più divulgativo, l’altro più tecnico, per capire cosa prevede la legge di fronte al reato della violenza domestica, ma non solo.

Un volume completamente dedicato allo stalking. Le caratteristiche di personalità di chi lo agisce, alcune testimonianze, il punto di vista legale.

Il punto di vista maschile

Cento aforismi con cui l’autore si pone domande sull’universo maschile e sulla confusione che oggi lo caratterizza in termini identitari.

un testo importante, quello di Gasparrini, per capire come educare gli uomini a “disertare il patriarcato”.

Una storia, un romanzo. Perché anche i romanzi possono fornire importanti spunti alla propria formazione personale. La vicenda di un uomo violento e il racconto del suo cammino per riconoscerla e porvi rimedio.

Un altro testo significativo, dello stesso autore, in cui si affronta il processo di cambiamento dell’uomo maltrattante nella sua dimensione psicologica ed educativa.

Testimonianze

Due volumi diversi ma interessanti. Quello di Brilli e Guidieri contiene alcune interviste a donne che hanno vissuto sulla loro pelle la violenza domestica.

Quello di Olga Ricci racconta, sotto pseudonimo, la vicenda personale di una donna che ha dovuto subire pesanti molestie sul luogo di lavoro. Un argomento di cui ancora poco si discute all’interno del macro contenitore della violenza di genere.

Violenza assistita e orfani speciali

Forse l’aspetto più odioso di tutta la violenza di genere.

La ricerca di Baldry che ha permesso per la prima volta di guardare da vicino nella vita dei cosiddetti “orfani speciali”, coloro che rimangono orfani perché il proprio padre ha ucciso la madre.

Il tema della violenza assistita, in tutte le sue ripercussioni sociali, psicologiche ed educative.

Lo sguardo pedagogico e gli “errori” dei genitori

fonte pixabay

Pochi giorni fa mi sono imbattuta in un articolo interessante. Parlava dell’essere genitori e degli sbagli che  essi commettono, spesso completamente in buona fede.

L’autore cita trenta comportamenti che madri e padri dovrebbero considerare per evitare di interferire negativamente nella crescita dei propri figli/e.

Un bambino è un bambino per 10, 11, forse 12 o 13 anni, a seconda della persona a cui lo chiedi. Poi, per i sei o sette anni successivi sono giovani adulti. E poi sono adulti per il resto della loro vita.

Non proteggeteli dalle avversità. Aiutateli a costruire la propria autostima. Dotateli di strumenti per risolvere le cose da soli

 

Un genitore dovrebbe preparare i figli/e alla vita adulta facendo loro capire che il mondo là fuori è complicato, certo, ma non pauroso e che, soprattutto, dispongono di tutto ciò che serve per potervi far fronte.

Nel cammino educativo, i genitori devono aiutare i figli/e a costruire la propria autostima (quel processo che porta il soggetto ad apprezzarsi tramite giudizi autovalutativi positivi), trovare le giuste strategie per superare e affrontare situazioni negative, rafforzare la propria resilienza, conoscere il proprio bagaglio emotivo e gestire le situazioni relazionali scomode.

Quali sono, invece, i comportamenti che rischiano di compromettere l’acquisizione di queste tappe formative fondamentali?

  •  li corrompiamo

spesso li ricompensiamo per le cose sbagliate (“se rimetti in ordina la stanza ti compro ….”) alimentando in loro un pensiero logicamente (ma non educativamente) corretto : il bambino si aspetterà una ricompensa ogni volta in cui eseguirà un compito che dovrebbe fare a prescindere

  • ci sostituiamo a loro

Invece che aiutarli fornendo loro gli strumenti, facciamo per loro i compiti. Che sia nel gestire i compagni di classe o fare gli esercizi per l’interrogazione di matematica del giorno dopo, spesso i genitori si trovano a sostituirsi ai figli/e. Il motivo è sempre lo stesso: si fa prima a fare qualcosa anziché insegnare, passo dopo passo, quel bagaglio di conoscenze necessarie per fronteggiare da sé i propri problemi. Ciò porta i bambini/e a permanere in uno stato di dipendenza costante.

  • LI critichiamo  

La critica a cui il giornalista si riferisce è quella negativa, che parte da un errore per attaccare il punto debole del bambino. E’ quella critica che parte dall’azione per colpire l’essere (hai fatto…quindi sei…)

  • non sappiamo accogliere le loro emozioni

se un bambino cade cerchiamo di sviare l’attenzione sminuendo l’accaduto, dicendogli di non piangere. Siamo poco sensibili all’ascolto delle loro emozioni e alla capacità di ascoltare ed accogliere la loro frustrazione. in questo modo li educhiamo a non sentire, a non riconoscere e a non fare fronte al problema.

  •  non li ascoltiamo

Prestiamo attenzione a molte cose futili dimenticandoci però di quelle significative. Sappiamo che tipo di relazioni vivono i ragazzi/e di oggi? sappiamo in che modo usano le tecnologie? siamo attenti alle parole che possono far trasparire un certo malessere di fondo?

Spesso gli adulti non ne sono in grado, troppo assorbiti dalle necessità contingenti dimenticano di guardare alla sostanza.

Questi “errori” (liberamente tratti proprio dall’articolo che mi ha dato il”via” per scrivere queste righe) non sono irrisolvibili, a patto che i genitori decidano di vederli e porvi rimedio.

I percorsi educativi hanno proprio lo scopo di riflettere sulle carenze educative che si possono verificare al fine di invertire la rotta stabilendo una relazione autenticamente significativa con i propri figli/e. Lo sguardo pedagogico, in grado di concentrarsi sulla relazione, sul contesto e sui rapporti educativi, porta a ristabilire una relazione significativa tra genitori e figli/e che possa essere autenticamente “educante”.

 

(foto: pixabay)

La tua parola dell’anno

Ebbene, ci siamo! Un mese, SOLO UN MESE, per chiudere definitivamente questo 2017. Io ancora non ci credo! Quest’anno è letteralmente volato! Me ne accorgo ripercorrendo l’agenda, guardando gli appuntamenti, i convegni a cui ho partecipato, i viaggi fatti (sì, sono una fanatica dell’appunto selvaggio e in agenda segno tutto, dal lavoro allo svago).

Credo che la fine dell’anno sia un traguardo importante non solo per percorrere a ritroso quanto si è fatto ma, soprattutto, per guardare in avanti alla ricerca di nuovi ideali, scopi e obiettivi per l’imminente 2018.

Quali mète vorresti raggiungere? In quali contesti?

Magari è un periodo in cui sei orientata sul lavoro e i tuoi prossimi obiettivi sono esclusivamente professionali, magari sei in momento della tua vita affettiva molto delicato e in procinto di programmare eventi importanti (casa nuova, un figlio/a, un matrimonio…).

Indipendentemente da quali possono essere le mète, ho sempre bisogno di un elemento di ancoraggio ad esse. Perché un conto è avere un “buon proposito” (che sia migliorare le proprie entrate economiche o l’andare in palestra) un conto è sentirsi legata a quell’obiettivo e usarlo come propulsore per agire (hey, ti sei mai chiesta come mai i buoni propositi di gennaio diventano cose irrealizzabili a marzo?!).

L’obiettivo diventa così un impegno, un timone che orienta la nostra barca

Per fare ciò mi piace lavorare sulla Parola dell’anno: pochi esercizi, semplici e basati molto sull’intuizione, che ti aiutano a visualizzarla.

Se vuoi, puoi lavorare con me alla ricerca della tua!|

Ti propongo infatti due percorsi superspecialissimi!

Il primo è una consulenza a prezzo speciale! in 90 minuti lavoreremo assieme alla ricerca della parola che potrà guidarti nelle tue scelte del 2018. La consulenza ha un costo di 35€ e si può realizzare anche via skype… meglio di così, no?!

Il secondo percorso si compone di due appuntamenti di 90 minuti ciascuno. Avremo modo di partire dal 2017, facendo un bilancio di quanto accaduto, per concentrarci poi nella ricerca della Word of the Year. Ti svelerò inoltre qualche trucco per impiegarla al meglio. Questa seconda opzione ha un costo di 55€.

Per qualsiasi informazione o consiglio puoi scrivermi a alessia.dulbecco@alice.it.

…Ti aspetto!

Alessia

 

 

Di imperfezioni ed autenticità 

Uno degli elementi con cui mi capita di scontrarmi maggiormente, lavorando con le donne che si recano da me in studio, è proprio il tema della perfezione.

Madri che non si sentono in grado di gestire qualsiasi tipo di imprevisto o criticità dei propri figl*, donne che sentono di dover mantenere un certo livello di performance sul lavoro, pena la perdita del loro riconoscimento da parte dei colleghi. Donne che nella relazione di coppia non prevedono la possibilità che il partner le veda (anche) per ciò che sono o possono essere, a volte: fragili, insicure, non al top sul piano fisico.

Quello che osservo è che spesso si tratta di una  richiesta sociale a cui le donne aderiscono quasi inconsapevolmente e rispetto alla quale, però, fanno immensa fatica a distaccarsi. Come pensare possa essere diversamente, infatti: già a partire dalla nostra nascita siamo orientate a dare il massimo. Ci insegnano ad essere perfettamente operative e ‘responsive’ sotto qualsiasi aspetto (il piano fisico, quello scolastico, quello delle relazioni, quello delle attività extra scolastiche e così via…).

Liberarsi dal senso di performance è uno degli elementi su cui le donne mi chiedono, il più delle volte, di lavorare. Non ci sono ricette valevoli per tutte, ovviamente, ma uno degli esercizi che trovo più potenti rimane proprio quello di andare alla ricerca delle proprie imperfezioni provando a guardarle con occhi diversi: non come ciò che ci impedisce di essere amate o riconosciute dagli altri (“se fossi una buona madre..”, “se fossi più magra…”, “se sul lavoro non fossi così rigida…”) ma come aspetto che fanno di noi ciò che siamo, la nostra autenticità.

Anche su questi aspetti è incentrato il minicorso Donne in rinascita e, come avevo già accennato, la sua realizzazione è avvenuta proprio grazie al confronto con le tante donne che hanno lavorato con me. Un corso per chi ha poco tempo ma le necessità o la voglia di guardarsi diversamente. Ti accompagno – come scrive anche la mia fantastica super coach che ne ha parlato qui – per rimetterti in discussione. Per aiutarti a dirti tutto ciò che hai in sospeso e, quindi, a ripartire. È un corso veloce e ad un prezzo super (si tratta del mio primo corso online!): se fa al caso tuo ti consiglio di iscriverti 🙂

E tu, su quali aspetti senti di non voler più raggiungere la perfezione ma la felicità?

Scrivimi o lascia il tuo commento qui o sulla pagina fb! Ti aspetto!

 

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Per realizzare il tuo potenziale piega il tempo a tuo favore

Quando mi ritrovo a parlare con amiche che non vedo da tempo mi sento un po’ la tipica “pecora nera” della situazione: se loro sono arrivate ai 32 anni in modo regolare, attraverso delle tempistiche canoniche, io mi accorgo di aver percorso un percorso molto meno lineare.

Viviamo in una società che ci obbliga (noi donne in particolare) a passaggi obbligati: compiere gli studi, trovare una stabilità affettiva, trovare lavoro, sposarsi e mettere al mondo bambin*. Intendiamoci: sono felice di aver attraversato alcune di queste tappe (e di averne aggiunte altre) in ordine sparso ma devo ammettere che quando mi ritrovo con estranei dover giustificare le mie scelte (che si spiegano poco proprio perché esulano da questa ritualità) mi mette un po’ in difficoltà.

Aderire o no a questo calendario socialmente imposto decreta spesso il nostro livello di soddisfazione (“ma come, più di trent’anni e ancora niente figl*?!, Ma come, hai lasciato il fidanzato storico per uno scapestrato che non può garantirti nulla?!!”).

Credo che sia molto pericoloso perché ci porta ad attribuirci precisi meriti o demeriti proprio sulla base di queste ipotetiche conquiste.

Eh già: e se io non ne volessi, di figli? non dovrei sentirmi meno donna.  E se non volessi un compagno con il classico “bel lavoro” perché vorrei diventare io stessa autonoma, con buona pace del compagno che mi mantiene?

Credo che per evitare di cadere in questa “trappola sociale” la soluzione sia quella di individuare quelle risorse che ci permettano di piegare il tempo alle nostre esigenze, e non viceversa. Il tempo, quindi, come percorso per andare alla ricerca del nostro potenziale, per farci fiorire indipendentemente dalle tappe forzate di un cammino che ci vorrebbe tutt* identici.

Non è facile, è vero: la non aderenza ad uno schema genera maggiore libertà e a volte è difficile da controllare. i dubbi rispetto a cosa si sta facendo, le domande le curiosità o le più o meno velate critiche di parenti ed amici non sono facili da gestire.

Se anche tu vuoi lavorare sulla riscoperta del valore del tempo, se vuoi mollare gli ormeggi da quelle tappe obbligate che ti tengono ancorata ad un cammino di cui tu non riconosci la bontà ma non riesci da sola ti aspetto in studio, oppure online!

Già, perché a novembre parte Donne in rinascita, il corso on line che ho pensato per tutte quelle donne che non possono partecipare alle attività in studio ma hanno bisogno di un sostegno per lavorare alla costruzione del proprio personale cammino, riconoscendo il potenziale, le risorse e gli interessi, perché la propria vita possa assomigliare sempre più a quella desiderata!

Il corso si svolgerà on line e si articolerà in 4 passaggi  3 mail contenenti suggerimenti e stimoli e un incontro via skype (o sulla piattaforma che preferisci) – e sarà corredato da un gruppo fb, chiuso, entro il quale condividere le proprie esperienze.

Se vuoi maggiori informazioni scrivimi pure 🙂

ti aspetto!

Alessia

 

(immagine: web)

Sei affetta anche tua dalla “Sindrome di Penelope”?

Ottobre è il mese in cui  progetti – avviati sulla fine dell’estate – entrano nel vivo.

Ti capita mai di avere grandi idee che non riesci a trasformare in progetti veri? A me capita, spesso. Mi viene in mente un’idea, spendibile sul lavoro, a cui inizio a dedicarmi; quando la metto per un attimo da parte, giusto per farla decantare qualche settimana, perde di energia e realizzo che la mia opinione è cambiata.

Capita anche a te di avere buone idee che non riesci a sviluppare o di avviare progetti che poi non porti a conclusione?

Credo che il primo passo da fare, per cercare di combattere questo pensiero auto-sabotante, sia individuare le possibili cause:

  • Il tempo: l’idea è buona, ma non ho abbastanza tempo per realizzarla; oppure avrebbe risposto bene ad un bisogno ormai estinto. Se il problema è il tempo (l’idea che arriva in “controtempo” rispetto a ciò che si dovrebbe fare) credo che l’unica soluzione sia quella di programmare meglio il nostro lavoro. Interrogarci spesso su ciò che potremmo fare per non sprecarlo;
  • Il coraggio: questo è tutto un altro genere di problema! Una sorta di “vorrei ma non posso”. L’idea è buona ma non ho la forza di spingermi in fondo per vederla realizzata (ciò potrebbe comportare diverse tipologie di impegno: pubbliche relazioni, prendere contatti specifici con chi potrebbe aiutarmi a realizzarla, pubblicizzarla…). In questo caso credo che la soluzione sia quella di cercarla nell’Empowerment: convinciti della bontà della tua idea, punta in alto (indipendentemente dagli sforzi che devi fare)… il successo può dipendere proprio dallo sviluppo di quell’idea che ti è balenata in testa così, quasi per caso… convinciti di meritartelo!

 

Mi rendo conto che le soluzioni non siano in realtà troppo scontate. Già – direte – come faccio a convincermi della bontà della mia idea se non metto a tacere la mia vocina critica interiore che giudica passo dopo passo (con frasi del tipo “ti porterà via tempo per nulla, andrai a spendere una montagna di soldi senza la certezza del risultato…”) tutte le azioni che dovrei fare per svilupparla??

Si tratta di spezzare un’abitudine, un modo tipico di pensarsi che è fatto di giudizi e rimproveri.. noi donne siamo esperte in questo perché spesso ci viene tramandato insieme a tutti gli stereotipi che vorrebbero fare di noi tutto tranne che delle donne di successo.

Se credi di aver bisogno di sostegno in questo percorso, ti svelo una bella novità!

A novembre partirà il mio nuovo corso

Donne in rinascita, percorsi sulla strada del cambiamento

Si tratta di un corso che ho pensato per tutte coloro che hanno bisogno di svelare le proprie potenzialità eliminando quelle gabbie mentali che ci portano a bloccarci o, peggio ancora, a muoverci in cerchio anziché in avanti. Il corso si svolgerà on line, per una durata di 1 mese. Si comporrà di mail dedicate, esercizi, una skype call e un gruppo fb chiuso dentro al quale scambiarsi ulteriori spunti di riflessione. Se vuoi conoscere qualche piccola anticipazione scrivimi pure ad alessia.dulbecco@alice.it, altrimenti… stay tuned!

 

A presto!

Alessia

 

(immagine: dal web)