Esserci, la missione di un genitore (anche ai tempi del Coronavirus)

A partire dallo scorso 4 marzo, la vita di tutti gli/le italiani/e è fortemente cambiata.

Come state vivendo il periodo della quarantena?Come avete gestito il repentino cambio di routine? Quali sono i vostri pensieri in merito al futuro? In che modo gestite i vostri figli/e a casa da scuola?

Chi svolge una professione di cura e di aiuto avrà ormai acquisito familiarità con queste domande. Soprattutto, potrebbe aver notato che le persone reagiscono in modi molto diversi. C’è chi, tutto sommato, si è adeguato al cambiamento senza troppi problemi, chi vive con pessimismo, chi si è trasformato nel controllore dei figli/e e mitiga la propria ansia riversandola su di loro.

Da cosa dipende il modo con cui ciascuno di noi risponde ad un momento di crisi?

Per i terapeuti Daniel Siegel e Tina Payne Bryson, gran parte delle nostre risposte emotive (e non solo) dipendono dal modo in cui i nostri genitori ci hanno cresciuto. Nel loro nuovo volume, Esserci, pubblicato da Raffaello Cortina, intendono fornire a tal proposito alcuni consigli ai genitori, affinché possano contribuire a gettare le basi per una crescita sicura dei loro figli/e.

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Secondo Siegel e Bryson, il modo con cui si cresce un bambino può autenticamente fare la differenza. Molti studi hanno messo in luce il fatto che favorire nei bambini un processo di attaccamento sicuro produce risultati positivi in termini di resilienza, empowerment, capacità di gestire i cambiamenti e di entrare in connessione con i propri e gli altrui stati d’animo. Queste caratteristiche producono un effetto a catena: chi le possiede risulta favorito in ambito scolastico, lavorativo, relazionale. Crescere con un genitore (o un caregiver) presente, capace di sintonizzarsi sui bisogni materiali ed emotivi del bambino, produce in sostanza degli effetti che ricadono non solo nell’immediato, ma, soprattutto, sul lungo periodo.

Già, ma come si sviluppa un attaccamento sicuro? In particolare, come possono i genitori che nella loro vita non l’hanno sperimentato, riuscire ugualmente ad applicarlo?

Siegel e Bryson, in questo senso, sono chiarissimi:

“La storia non è un destino” (p.34)

Molti genitori non hanno sperimentato un attaccamento sicuro in famiglia, ma questo non significa che oggi non siano in grado di fornirlo ai loro figli.

Per farlo è necessario partire da una narrazione coerente di sé, attraverso la quale riflettere sul modo in cui si è cresciuti. Il modo con cui agiamo e reagiamo davanti alle richieste dei bambini (siano essi nostri o di persone di cui ci prendiamo cura nel nostro lavoro) dipende moltissimo dalle nostre personali esperienze infantili.

Come hanno messo in evidenza gli studi longitudinali promossi attraverso l’esperimento della strange situation, gli stili di attaccamento variano (dando vita a forme che possono essere sicure oppure insicure-evitanti, insicure-ambivalenti, insicure-disorganizzate) e generano nel cervello del bambino presupposti su cui questo si baserà per decifrare e rispondere alle richieste del mondo circostante.

Anche chi non ha ricevuto un attaccamento sicuro, dunque, può apprenderlo per poterlo fornire a proprio figlio. Per farlo serve che il genitore si affidi in primis a specialisti (terapeuti ed esperti in educazione) per decifrare i messaggi ricevuti nella propria infanzia, il loro peso e la loro rilevanza nella vita adulta. Solo attraverso un’opera di decostruzione è possibile poi costruire qualcosa di nuovo.

Per gli autori l’obiettivo finale non è quello di raggiungere la perfezione (per altro irrealizzabile), ma semplicemente quello di essere genitori competenti.

Già, ma cosa fanno questi genitori competenti? L’approccio di un buon genitore, ci dicono gli esperti, è quello che lo porta ad esserci per i propri figli/e.

La dimensione dell’Esserci si esplica in una serie di passaggi che Siegel e Bryson definiscono “il poker dell’attaccamento“:

  • protezione
  • comprensione
  • conforto
  • sicurezza

L’ultimo elemento è – contemporaneamente –  parte del processo ed esito finale. Se i genitori riescono a percorrere gli altri tre step, infatti, l’ultimo viene da sé.

Vediamoli sinteticamente:

Protezione significa educare il bambino a sentirsi sicuro. È la situazione che permette la rigenerazione delle nostre risorse interiori. Se un bambino non si sente protetto, infatti, tende ad impiegare quelle in suo possesso per cercare di far fronte alla situazione pericolosa. Anche inconsapevolmente, i genitori possono esporre i bambini a situazioni non protette: la violenza domestica e, in  misura minore, l’elevata conflittualità tra i coniugi possono mettere i più piccoli in condizioni di non sicurezza.

Proteggere, però, non vuol dire essere iperprotettivi: questa condizione infatti porta il genitore a sostituirsi al figlio ed è altrettanto dannosa, anche se spinto da motivazioni apparentemente positive.

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Esserci si esplica nella comprensione e nel conforto.

Comprendere significa percepire l’emozione provata dal bambino, darle senso e quindi rispondere adeguatamente.

Studi scientifici hanno messo in evidenza quanto sia importante lo sviluppo dell’empatia e di quello che gli autori chiamano mind-sight (la capacità di vedere la nostra mente e le sue reazioni) nello sviluppo di un attaccamento sicuro. Più il genitore è in grado di ascoltare le proprie reazioni emotive, più è in grado di sintonizzarsi su quelle di suo figlio o della persona di cui si sta prendendo cura. È un esercizio lungo, che deve tener conto allo stesso tempo di due livelli (quello genitoriale e quello del bambino), ma vale la pena provare a lavorarci su.

La comprensione, quindi, apre la strada al conforto: quando il bambino soffre, questo stato negativo può essere modificato dall’interazione con una persona che sappia entrare in sintonia con lui. Nel conforto, il genitore non deve avere come obiettivo quello di rimuovere la sensazione di sofferenza: anche le emozioni negative, le frustrazioni servono nel processo di crescita. Ciò che importa è che il bambino non si senta solo nel proprio dolore. Scopo del genitore è quello di offrire un “conforto guidato”, affinché il bambino possa applicarlo anche da solo, una volta adulto.

Se tutti questi passaggi si sono svolti nel modo migliore possibile (attenzione: non ho detto “in modo perfetto”; la perfezione non esiste), l’attaccamento sicuro si genera da sé.

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La sicurezza offre, come dicono gli autori, al tempo stesso un porto sicuro e un trampolino: il bambino – e successivamente l’adulto – che ha sperimentato un attaccamento sicuro sa che il proprio genitore è sempre pronto a sostenerlo, in ogni ambito del proprio esistere.

Diventare genitori in grado di esserci significa acquisire punti anche rispetto alla propria autorevolezza. Chi crede che ascoltare e sostenere il proprio figlio significhi in realtà cedere ai suoi “capricci”, in realtà sbaglia. Avere uno sguardo aperto su di sé, fungere da mediatori nel processo di crescita dei più piccoli è il primo passo per apparire, anche ai loro occhi, più autorevoli. Un genitore che sa modulare le proprie reazioni, che cerca di rimediare quando commette errori, che aiuta ad incanalare ed esprimere le emozioni, appare ad un bambino come una persona di cui si può fidare.

Il volume di Siegel e Bryson parla ai genitori e lo fa con le parole giuste: è un testo scorrevole che invoglia gli adulti a provare ad essere la versione migliore di se stessi.

Dr.ssa Alessia Dulbecco

 

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L’educazione ai tempi del Coronavirus

Il 4 marzo 2020 è una data che difficilmente scorderemo. Si tratta del giorno in cui il Governo ha promulgato le disposizioni urgenti per il contenimento del Coronavirus e tutte le Regioni hanno decretato la sospensione delle attività educative e didattiche.

In questi ultimi due giorni il Centro Educativo che coordino (in cui mi sono recata, nonostante la sospensione delle attività) è stato subissato di telefonate di genitori che volevano accertarsi che davvero le attività fosse sospesa. Anche in studio ho ricevuto molte telefonate da parte dei genitori dei bambin* e ragazz* che seguo: tutti esprimevano preoccupazione – per i giorni “persi”, per la nuova organizzazione familiare da trovare – e disagio.

In sostanza, muovevano attorno ad un unico dilemma:

 

…e adesso che si fa?

Non ho pretesa di esaustività, ma ho pensato potesse essere utile raccogliere in questo spazio virtuale alcune riflessioni e spunti utili per genitori ed educatori/trici che si ritroveranno, loro malgrado, a dover gestire alcune criticità derivanti dalle scuole chiuse e dal panico generato da questo virus.

Partiamo anzitutto dai bambini/e in età prescolare.

Gestire l’emergenza: bambini/e in età prescolare

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Se il bambino/a era abituato ad andare al Nido si troverà in difficoltà soprattutto per il cambio nella routine quotidiana. E’ necessario che il genitore dia una “spiegazione” che lo aiuterà a capire ciò che sta avvenendo e, soprattutto, a contenere l’ansia derivante dall’inaspettato. Attenzione! la spiegazione non deve necessariamente essere realistica: è necessario educare i bambini/e a seguire le regole inerenti l’igiene personale (quindi insegnando loro come lavarsi le mani, come starnutire, usare fazzoletti che poi vanno buttati etc) ma non è necessario entrare nel dettaglio del perché dobbiamo farlo in questo modo. Come raccomandano anche altri pedagogisti, è molto importante contenere gli allarmismi ed evitare spiegazioni scientifiche che contribuirebbero solo a preoccupare ulteriormente i bambini/e.

Se invece i piccoli non andavano al Nido ma erano soliti passare le giornate dai nonni, è probabile che troveranno strano il fatto di dover passare molto tempo a casa insieme ai genitori (e magari vedere molto meno i nonni, essendo una categoria a rischio maggiore di contagio). Anche in questo caso è possibile optare per spiegazioni semplici utili solo a raccontare ai bimbi il perché la mamma o il babbo siano a casa.

Cosa è importante fare in questo periodo:

  • mantenere la routine: i bambini hanno bisogno di mantenere orari che siano per loro rassicuranti. Ai genitori consiglio di gestire le giornate impostando una “tabella di marcia” (sveglia – pausa di metà mattina – pranzo – riposino – attività pomeridiane…).
  • se i genitori sono a casa in smart-work, un’idea potrebbe essere quella di coinvolgere il bambino/a in qualche piccola attività che possa realizzare accanto al genitore (colorare, usare la plastilina, incollare adesivi, giocare con le costruzioni…). Questo permette al genitore di ritagliarsi del tempo per lavorare garantendo però la propria presenza al figlio/a.
  • creare insieme al bambino degli spazi di condivisione per leggere, fare attività creative. Il lavoro e gli impegni limitano spesso questa possibilità… questo virus non ha lati positivi, ma se proprio dobbiamo cercarli, beh uno può essere questo. Se volete qualche spunto utile per creare insieme al tuo bambino/a qualche attività creativa ti consiglio di seguire la pagina IG della collega Ylenia Parma,  quella della collega “Nadì” Alice Di Leva o di Francesca palazzetti, aka Mammafrau

 

Gestire l’emergenza: bambini in età scolare

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I bambini che vanno a scuola hanno subìto loro malgrado il bombardamento derivante dalle notizie diffuse a scuola, da altri amichetti o direttamente dai notiziari (a cui spesso sono esposti involontariamente).

In questo caso le spiegazioni di fantasia non servono: è bene raccontare – con parole semplici e senza ansie – che stiamo vivendo un periodo particolare. Di nuovo, è essenziale educarli alle misure di protezione (stare a distanza, lavarsi spesso le mani etc).

La fascia tra i 6 e i 10 anni è quella più esposta alla paura: i bambini captano molto bene i mezzi discorsi che spesso gli adulti fanno (pensando di non essere ascoltati), per non parlare delle notizie del Tg. E’ importante quindi limitare certi discorsi ed evitare i notiziari (meglio informarsi in maniera più discreta su internet). Soprattutto, è importante per i genitori trasmettere sicurezza: i bambini devono poter contare sulle figure di riferimento per esprimere le loro paure, non per assimilare quelle dei grandi.

Cosa è importante fare in questo periodo:

  • organizzare una routine: anche in questo caso, è importante che i bambini mantengano organizzata la loro giornata. i ritmi possono essere più fluidi, ma è necessario che ci siano.
  • compiti: appena la scuola avrà fornito le disposizioni necessarie, i bambini, sostenuti dai genitori, potranno accedere alle lezioni on line o eventualmente anche solo ai compiti tramite il registro elettronico. E’ importante che i genitori si assumano il ruolo educativo momentaneamente tralasciato dalla scuola e seguano i bambini nelle attività. Un’idea potrebbe essere quella di “lavorare insieme”: i bambini facendo i compiti, i grandi mediante il lavoro in remoto.
  • spazio alla creatività: pur nel quadro generale dato dalla routine e dai compiti, e importante in questo periodo ritagliarsi dei momenti per fare. Le attività pratiche possono fornire quello spazio utile al dialogo. Se i bambini sono preoccupati, difficilmente ve ne parleranno durante i compiti. Le loro paure, al contrario, potrebbero emergere mentre cucinate i biscotti o leggete una storia: offrite ai vostri figli spazio per affrontare insieme ciò che li spaventa.

 

Gestire l’emergenza: preadolescenti e adolescenti

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I ragazzi/e dagli 11 anni in su possono raggiungere facilmente ogni tipo di informazione. Anche in questo caso è importante che i genitori diano informazioni serie e sensate, riducendo al minimo gli allarmismi. Eviterei di equipaggiarli con mascherine e disinfettanti vari se non vi è una reale necessità; li esorterei invece a lavarsi spesso (cosa, si sa, non molto apprezzata dagli adolescenti… ma d’altronde le emergenze possono servire ad acquisire nuovi stimoli per eseguire meglio vecchie attività).

Se lo richiedono, potete approfondire l’argomento, cercare insieme notizie allo scopo di parlarne e condividere osservazioni.

Cosa è importante fare in questo periodo:

  • routine: come avrete capito, questo elemento è importantissimo per tutti. I ragazzi devono comprendere che essere a casa per un’emergenza non significa essere a casa per una vacanza. i tempi possono essere più fluidi ma è necessario che facciano più o meno le stesse cose di prima (alzarsi sempre in una certa fascia oraria – esempio tra le 7.30 e le 8.30 – fare i compiti, leggere, guardare la tv, se gli spazi domestici lo consentono fare un po’ di sport…).
  • compiti: nell’attesa che a scuola si adegui alle lezioni in remoto è possibile sostenerli in un ripasso di alcuni argomenti. i ragazzi che interrompono la routine dello studio tendono a fare più fatica a seguire un metodo di studio efficace. Se hai bisogno, qui trovi un post in cui ti spiego come educo al metodo di studio i miei ragazzi, ti consiglio anche il post del collega Luca Pollara.

 

Se si ammala un genitore…

In alcune zone d’Italia lo stop alle scuole e alle attività è di tipo precauzionale: serve soprattutto per contenere la diffusione ed evitare pesanti ripercussioni sulla sanità. Tuttavia, in alcune zone,  vi sono focolai attivi e la quarantena è obbligatoria: vi sono molti contagiati e tra questi anche genitori.

Che fare in questi casi?

E’ necessario fornire informazioni chiare ai figli, raccontando (con parole commisurate all’età) cosa sta accadendo. Come già detto, è importante che i ragazzi/e (di qualunque età!) vi percepiscano calmi e, compatibilmente alla situazione, tranquilli. Per una maggiore rassicurazione potete scegliere di fare video chiamate frequenti: nonostante la distanza i vostri figli vi sentiranno più vicini e potranno accertarsi con i loro stessi occhi rispetto alle vostre condizioni generali.

Alcune risorse per gli adulti

Nella mia esperienza, ho notato che sono due le categorie maggiormente colpite da questo stop forzato: i genitori e gli educatori/trici.

Entrambe le categorie hanno bisogno di differenti stimoli: confronti con esperti, rassicurazioni rispetto alle strategie educative applicate in mancanza della scuola, nuovi strumenti. Vi rinvio pertanto all’ultimo articolo della collega Annalisa Falcone in cui trovate molti spunti interessanti per accrescere la vostra formazione. I suggerimenti proposti variano da film, documentari a libri “più o meno per addetti ai lavori”… troverete sicuramente la risorsa che più fa al caso vostro!

Vi rimando, per finire,  alla mia pagina dove troverete alcuni approfondimenti e in particolare il nuovo servizio di sostegno pedagogico per genitori, ragazzi e colleghi/e.

Spero che i suggerimenti siano stati utili, attendo i vostri commenti!

Alessia

 

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In copertina: foto di Bryon Lippincott

Il culto del feto

La gravidanza e la nascita sono passaggi chiave di tutte le vite, per cui la gestazione, l’educazione prenatale, il parto e il periodo post parto sono argomenti di primaria discussione sia nell’ambio della comunità scientifica sia nella vita di tutti i giorni.

Alessandra Piontelli – psichiatra, neurologa e studiosa dei comportamenti fetali – si concentra nel suo ultimo volume Il culto del feto proprio sullo sviluppo degli embrioni durante i nove mesi di gestazione. Ripercorrendo i cambiamenti sociali che dagli anni 60 ad oggi hanno investito il modo di intendere la gravidanza, l’autrice prova a dare risposta alla tendenza, sempre più radicata, di umanizzare i feti.

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Questa umanizzazione si verifica in modi diversi: modificando le parole (per cui si comincia a chiamare “bambino” il feto o addirittura l’embrione) e modificandone l’immagine, tanto che essi, lungi dall’esser rappresentati realisticamente, iniziano ad assumere le forme di bambini veri e propri. È in particolare la pubblicità ad aver intrapreso questa strada, trasformando il feto in una sorta di “gadget” per sponsorizzare bibite o altri prodotti.

La pubblicità rappresenta forse il punto di arrivo di un percorso che parte da lontano e che coinvolge tanto la comunità scientifica quanto quella culturale e sociale; tanto le future madri quanto le famiglie.

Nell’antichità fare figli era un evento comune, una meta cui le donne erano inevitabilmente portate. Non avere figli era uno stigma, così come averli oltre una certa età. All’epoca, poco o nulla si sapeva del feto e in linea di massima veniva considerato un’appendice del corpo femminile. Fino agli anni 60 e 70 le attenzioni alla gravidanza erano pressoché nulle, si ignoravano i possibili effetti negativi di alcol e sostanze (le donne incinte erano quotidianamente incoraggiate a bere birra o vino, o fumare per rilassarsi un po’). La gravidanza era un fatto circoscritto alla donna, che portava avanti i nove mesi di gestazione senza troppe attenzioni.

Il cambiamento che porta per la prima volta l’attenzione sui feti non è scientifico, bensì culturale. Nel 1965 il fotografo Lennart Nilsson, pubblica sulla rivista Life il reportage “Life before birth”. Il servizio fotografico contiene illustrazioni bellissime di feti che fluttuano in un ambiente in cui le componenti uterine vengono “trasformate” e fatte apparire come ambientazioni scenografiche oniriche. Per realizzare questo servizio il fotografo impiega feti abortiti (anche se per anni affermerà il contrario), che pertanto si possono “ritoccare” mediante effetti luce specifici o addirittura mettere in posa (celebre è il suo scatto del feto col pollice in bocca). Gli scatti di Nilsson generano un cambio di paradigma epocale: “qualsiasi dettaglio che possa ricordare la nostra fisicità in toni meno celestiali e la nostra iniziale dipendenza fisica dalla donna viene cancellato. La donna incinta sparisce e con lei qualsiasi particolare sanguinolento” (p.23). Negli anni 80 la tendenza a diffondere miti sulla vita fetale si esprime nel documentario diretto dal ginecologo Bernard Nathanson, “l’urlo silenzioso”. La pellicola, che si concludeva con immagini sanguinolente di aborti, aveva lo scopo di affermare che a con pubblico inesperto che un aborto precoce equivale ad un infanticidio.

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Negli anni a venire, complici le nuove scoperte nell’ambito delle tecnologie ultrasoniche – dagli anni 90 in poi sempre più accurate – la considerazione del feto raggiunge i massimi livelli. I medici cominciano a considerare il feto, e non la donna incinta, il loro paziente più importante, ed è così che i due soggetti, poco per volta, si trasformano in antagonisti.

In Italia, l’antagonismo appare quanto mai evidente con l’approvazione della legge 194 che garantisce e regola l’accesso all’aborto. Non appena essa viene approvata, infatti, crescono a dismisura le campagne per i diritti del feto, sostenute dalla presenza massiccia di medici obiettori di coscienza nelle corsie degli ospedali che di fatto limitano l’accesso alla pratica.

Le riflessioni di Piontelli non si limitano solo al mondo occidentale ma si focalizzano anche su come altri paesi ed altre culture intendano la gravidanza e quale risalto diano al feto. L’autrice nota che in altri paesi i feti non vengono idolatrati; lì l’interruzione di gravidanza appare un evento triste, ma non si trasforma in un trauma.

Il libro di Piontelli, in cui traspare il suo rigore scientifico e la narrazione propria di una lunga carriera nel campo degli studi prenatali, apre a una riflessione importantissima soprattutto in ambito femminista.

“Fin dalla notte dei tempi le donne e la gravidanza sono state oggetto di innumerevoli superstizioni, limitazioni e controlli, pur essendo al tempo stesso considerate sorgente di vita” (p.40) 

Oggi, il controllo si trasferisce dalla gravidanza al suo contenuto: i feti acquisiscono nuovi diritti e la protezione nei loro confronti deve essere totale. Essi appaiono così come una proprietà sociale, piuttosto che come embrioni all’interno del corpo materno. Ancora una volta, sono le madri e la loro possibile condotta a essere sotto la lente di ingrandimento. Le donne sono sopraffatte da ansie in merito al modo di condurre la gravidanza, e su di loro pensano le aspettative sociali.

I feti – scrive l’autrice – rappresentano la promessa di un futuro senza limiti, non ancora intralciato dalle limitazioni e dalle scelte di vita. Se qualcosa va storto nella loro gestazione, o se nei primi mesi di vita il nascituro sarà irrequieto o mostrerà tare genetiche, la colpa sarà attribuita esclusivamente alla donna.

Nell’epoca in cui la gravidanza non appare più come il destino ineluttabile per le donne, il feto come costrutto sociale diventa uno strumento di controllo da non sottovalutare.

Come si diventa educatori, o di come questa professione vi sceglie

Io non ricordo esattamente quando ho scelto di diventare educatrice prima e pedagogista poi: all’Università ero attratta maggiormente dalle materie sociologiche, dai meccanismi sociali che portano all’esclusione (forse, per una che per una vita si è sentita/ha scelto di sentirsi esclusa, affrontare questo argomento era un percorso necessario). Poi, l’esame di Pedagogia col prof. più temuto della Facoltà, la proposta di condurre una ricerca e il gioco è fatto: è grazie a lui che mi sono fatta un mazzo indicibile per cinque anni, che ho scoperto Heidegger e la cura. Mi sono laureata in Pedagogia Clinica perché con lo studio ho capito che l’educazione non consiste in vuoti precetti che i genitori trasmettono ai figl*, non ha a che fare con le buon maniere. Questa è l’idea che in maniera generica si tende a cucire addosso a questa disciplina, e per questo forse agli occhi di molt* ha meno credibilità di altre (psicologia in primis). Per me l’educazione, se serve a qualcosa, serve per prendersi cura degli altr* affinché essi imparino ad avere cura di sé.

Qualche giorno fa al centro educativo si è iscritta una nuova ragazzina.

La chiamerò Giada.

Giada ha i capelli lunghissimi e una dislessia tosta. Con noi parla pochissimo, a malapena incrocia lo sguardo; rispetto ai compiti è sfuggente: lei ha “già fatto tutto” e “non ha bisogno”. Con i coetane* è spigliata, parla di tiktok e mostra i balletti che ha imparato.

Un paio di giorni fa mi chiama la sua insegnante di Lettere e mi chiede di vederci. La professoressa mi dice che Giada ha scritto un tema prima di Natale in cui ha raccontato i suoi ultimi due anni: la separazione dei genitori e la sua vita con la valigia: a scuola con il babbo, poi a casa della mamma e del suo nuovo compagno, dopocena il padre torna a prenderla per accompagnarla a casa sua, fuori città, e la mattina dopo si ricomincia. Ha raccontato delle incomprensioni con la mamma e della morte dei nonni, a cui era legatissima. Tutto è avvenuto rapidamente e, uscita da quel tornado, le sono rimaste solo brutte sensazioni: paura, solitudine, vuoto.

Giada due giorni fa ha portato un’arma in classe; la teneva nello zaino ma poi non si sa bene perché è spuntata sottobanco e una prof. l’ha trovata. Non sa spiegare perché ce l’abbia ma più volte afferma che non le rimane molto nella vita – i nonni sono morti, i genitori non la vedono – e, tutto sommato, morire non le dispiacerebbe.

La prof. mi chiede una mano perché lei, da sola, non può fare tutto e ha bisogno che qualcuno che condivida un progetto di cura per questa ragazzina che maschera il suo vuoto con disinvoltura.

Questa è l’ultima delle storie che ho ascoltato, ma al centro educativo tutti i ragazz* hanno delle vicende così drammatiche, alle spalle.

Ecco, io non ricordo quando ho scelto di diventare pedagogista. Però, so che ogni volta che ascolto storie così e partecipo attivamente attraverso un progetto educativo ricordo perché ho scelto di diventarlo.

A chi si avvicina a questa professione, a chi è incerto se intraprendere studi di questo tipo posso, solo dire una cosa: educare è una professione complessa e, diversamente da altre altrettanto difficili, è sottopagata, non riconosciuta, a volte ridicolizzata. Sceglierla prevede un atto di coraggio e soprattutto un gesto d’amore verso chi si trova – momentaneamente o stabilmente – in una condizione di debolezza.

Chiedetevi solo se siete ben forniti di coraggio ed amore: se la risposta è si, avete già scelto. Lei vi ha scelti.

Citazione

#LEGGIAMOANGELACARTER ✍️ – Un’infanzia (ben poco) favolosa 👧🏼 🍽 🤰

Il blog di Sotto la copertina ospita un mio piccolo contributo a proposito di questa grande autrice, che purtroppo non ha avuto una fama all’altezza del suo talento.
parlo di Angela Carter 🙂

trovate qui il link all’approfondimento, che, da pedagogista e da esperta in tematiche di genere, non poteva essere che sull’infanzia di Angela e sul modo di intendere il femminismo ❣️
buona lettura!
via #LEGGIAMOANGELACARTER ✍️ – Un’infanzia (ben poco) favolosa 👧🏼 🍽 🤰

Homo docens: il talento del nostro cervello

/im-pa-rà-re (io im-pà-ro): Acquisire una conoscenza, un’abilità, un comportamento/

È questa parola che, secondo Stanislas Dehaene, Professore titolare della Cattedra di Psicologia Cognitiva al Collège de France, riassume il talento principale della nostra specie. È proprio su questo argomento che egli riflette nel suo volume Imparare. Il talento del cervello, la sfida delle macchine, recentemente pubblicato da Raffaello Cortina.

Secondo lo studioso l’essere umano è homo docens: ciò che sa del mondo lo ha appreso dall’ambiente sociale o naturale all’interno di quel lungo periodo – che occupa in particolare infanzia ed adolescenza, pur non esaurendosi in esse – che coincide con la scuola e l’educazione.

Già, ma cosa vuol dire imparare?

Questa particolare abilità diventa incredibile se osservata in situazioni estreme – ad esempio in soggetti in cui le capacità cognitive sono state compromesse da incidenti, interventi chirurgici o da particolari condizioni biologiche – o se paragonata a quella delle intelligenze artificiali.

Secondo Dehaene nessuna macchina è al momento in grado di superare le capacità del cervello umano. Nonostante i prodigi realizzati dai programmatori delle Intelligenze Artificiali (l’autore cita ad esempio Deepblue), l’apprendimento umano risulta al momento imbattuto sia in termini di velocità e che di modalità di astrazione.

Secondo Dehaene il cervello possiede dei modelli interni, funzionanti fin dalla nascita, dotati di plasticità e per questo vengono continuamente rimodellati sulla base feedback derivanti dalle proiezioni che essi riescono a fare sul mondo esterno. Il cervello dei bambini, quindi, lungi dall’essere una “tabula rasa” è in realtà un fine calcolatore in grado di compiere osservazioni e adattare le reti neurali biologiche ai dati rilevati tramite i sensi.

I pilastri dell’apprendimento

Ma come funziona l’apprendimento? Secondo il professore – che in questo viaggio attinge dalle Neuroscienze, dalla Psicologia cognitiva, dalla Filosofia e dalla Pedagogia – esso si struttura su quattro importantissimi “pilastri”. Il primo è l’attenzione, meccanismo senza il quale il nostro cervello non può selezionare, circoscrivere e amplificare l’informazione. Ciò che ha permesso il successo dell’homo sapiens è il fatto che questo meccanismo viene condiviso:

L’uomo dispone di un “modulo pedagogico” che si attiva non appena prestiamo attenzione a ciò che gli altri cercano di insegnarci (p.209)

L’essere umano cioè è l’unico in grado di condividere questo meccanismo e per questo la maggior parte delle informazioni che apprende le deve agli altri più che alla sua esperienza personale. È così che si diffonde la cultura.

Il secondo pilastro è costituito dal coinvolgimento attivo. Secondo Dehaene lo studente, lungi dall’esser lasciato a se stesso, ha bisogno di essere motivato, attivo ed impegnato nell’apprendimento, se si vuole che spesso raggiunga risultati positivi. In questo senso la curiosità e la motivazione hanno un valore importantissimo poiché rappresentano i pre-requisiti che stimolano la capacità di imparare.

Altro pilastro è costituito dal riscontro dell’errore. L’apprendimento è possibile quando il cervello cerca di determinare la correttezza delle sue inferenze. Si apprende quando si verifica uno scarto tra ciò che ha ipotizzato e il dato che acquisisce. Per questo l’apprendimento dovrebbe essere supervisionato

(…) l’ideale è un riscontro dettagliato dell’errore che indichi esattamente cosa si doveva fare per non sbagliare (p.249)

Dal riscontro dell’errore derivano importanti riflessioni pedagogiche: il voto, non accompagnato da valutazioni costruttive, è un metodo inefficace per contrastare gli errori. Inoltre esso spesso si associa alla punizione in grado solo di provocare ansia e stress, meccanismi che inibiscono l’apprendimento.

Ultimo pilastro, per Dehaene, è il consolidamento. Esso si verifica quando si acquisisce l’automatismo. Per arrivare a questo traguardo serve, secondo l’autore, allenamento (in particolare distribuire l’apprendimento) ma è essenziale anche… dormire! Il sonno è un acceleratore del nostro apprendimento poiché in questa fase il cervello non solo elimina tossine inutili ma consolida quanto imparato durante il giorno.

Tra notizie di cronaca, Neuroscienze e Pedagogia

Questo incredibile viaggio all’interno dei meccanismi cerebrali che consentono l’apprendimento acquisisce un valore essenziale per chi si occupa di didattica ed educazione. L’autore infatti non si preoccupa solo di descrivere gli innumerevoli talenti del nostro cervello, ma cerca anche di capire cosa possano fare la Pedagogia, la Filosofia, le Scienze Cognitive e le Neuroscienze al fine di migliorare e potenziare le capacità di apprendimento.

Tutto ciò acquisisce un valore importante soprattutto alla luce di alcune notizie di cronaca. Prendiamo l’ultima:

Secondo l’Ocse, che ha valutato con il Test Pisa le competenze dei 15enni rispetto alla lettura, alla matematica e alle scienze, la situazione italiana è preoccupante. Hanno partecipato  11.785 studenti, in 550 scuole, rappresentativi di 521.223 studenti quindicenni, e ciò che emerge è un abbassamento delle prestazioni medie in particolare in lettura e in scienze.

Sembrerebbe che gli studenti/esse italiani non imparino più, che i meccanismi che rendono il nostro cervello così prodigioso si siano inceppati.

Anzitutto, se si osservano i dati riportati anche dallo stesso Dehaene, sembrerebbe che il problema non riguardi solo la situazione italiana.

L’indagine Pisa (…) mostra che in termini di lettura e comprensione del testo gli studenti francesi occupano il centro o il fondo della scala dei paesi europei. In matematica i risultati sono diminuiti fortemente tra il 2003 e il 2015. (…) la Francia occupa l’ultimo posto nell’indagine TIMMS: Quella francese è la diminuzione più forte su un arco di vent’anni (p.283)

Per questo l’autore ribadisce un fatto importante: non si sa ancora – al momento – cosa determini un abbassamento di queste capacità. Quello che è sicuro, però, è che troppi bambini/e non sono messi nella condizione di realizzare appieno il proprio potenziale di apprendimento, spesso perché la famiglia e la scuola – ancora così distanti tra loro – non forniscono le condizioni ideali che per Dehaene si basano, tra le altre cose, sui seguenti principi:

  • Approfittare dei periodi sensibili, quelli un cui l’apprendimento concede risultati migliori (ad esempio imparare una lingua straniera nei primissimi anni di vita);

Arricchire l’ambiente

    , che significa offrire loro maggiori occasioni per sperimentare i propri modelli interni, esprimere curiosità, riconoscere gli errori;

Rendere i bambini attivi, coinvolti e curiosi

    , cioè guidare i bambini tramite una Pedagogia strutturata che favorisca la possibilità di generare nuove ipotesi e, quindi, apprendere;

Incoraggiare gli sforzi

    , che significa smettere di dire ai bambini/e che è “tutto facile”, altrimenti crederanno che se non riescono in qualcosa è perché non sono dotati;

Correggere gli errori

    , perché senza feedback strutturati (non punitivi!) l’apprendimento non evolve;

Ripassare con costanza

    , altrimenti l’apprendimento non si fissa;

Dormire

    , ovvero togliere tutti quegli elementi che distorcono il momento del sonno ma anche seguire i cambiamenti evolutivi del ciclo sonno-veglia (ad esempio: durante l’adolescenza si tende a dormire di più la mattina. Non è che i ragazzi sono svogliati, si tratta solo di un fattore biologico!).

In definitiva, il volume ricorda il valore dell’apprendimento, sottolinea l’importanza delle nuove scoperte per regolare e modificare il sistema scolastico ed educativo, e ribadisce l’importanza della multidisciplinarietà senza la quale è impensabile, oggi, accogliere le sfide della contemporaneità in termini sia educativi che didattici.

Dr.ssa Alessia Dulbecco

La violenza contro le donne è tra le righe

Oggi, come ogni 25 novembre, si celebra una giornata che rappresenta la sconfitta di tutt*. Un mondo che ha (ancora) bisogno di una giornata così, per sensibilizzare le persone nei confronti degli abusi, delle violenza, dei femminicidi subiti dalle donne è – diciamocelo – un mondo che ha perso.

Non starò qui a ricordare perché abbia – purtroppo – ancora senso una ricorrenza come questa (andate sulla pagina istat e troverete, numeri alla mano, il perché di questa giornata).

Quello che mi preme ricordare è che questa giornata non dovrebbe essere funzionale a ricordare quanto ingiusto sia subire violenza- e in alcuni casi anche la morte – per mano di chi dice di amare: tutt* si schierano ovviamente contro comportamenti di questo tipo.

Oggi troverete ovunque – dalle foto profilo di Fb fino agli status o ai post – immagini e frasi di persone che si professano contro la violenza sulle donne.

Già, schierarsi in questo senso è facile. Chi direbbe che è giusto picchiare una partner se non ci prepara la cena o se scambia una battuta con un altro uomo?

Ma quant* appoggiano una donna che si ribella ad una battuta sessista? Quanti si sentono in diritto di fare “complimenti” non richiesti ad una ragazza? Quanti spiegano alle donne come dovrebbero pensare/agire/fare?

Purtroppo, questi comportamenti non sono ancora considerati nella loro gravità. Spesso vengono screditati (“ma è solo una battuta!”, “ma lo dico per te”, “ma è solo un complimento!”).

In realtà, come ormai gli studi hanno ben illustrato, la violenza – quella più brutale, fatta di botte, insulti e in taluni casi di morte – non si verificherebbe se a sostenerla non vi fossero atteggiamenti di questo tipo.

(fonte chayn Italia)

La violenza esiste e continua a mantenersi forte e in vita grazie alle forme implicite, silenti, che giustificano una cultura patriarcale e maschilista. Sono atteggiamenti ormai acquisiti e spesso agiti anche dalle donne nei confronti di altre donne (si definisce “maschilismo interiorizzato).

Per mol* sembra assurdo ma le conseguenze più gravi sono in realtà possibili semplicemente dalla reiterazione di questi atteggiamenti.

Una giornata come questa è funzionale solo se contribuisce a mettere in discussione questi atteggiamenti, se permette ad ognuno – uomo e donna – di giudicarli negativamente e scegliere di non applicarli più.

Informatevi, provate a mettere in discussione questa modalità, alzate la testa nei confronti di chi dice siano “solo battute”.

Oggi, come in tutti gli altri giorni dell’anno, abbiamo bisogno di alleati/e, non di persone che si rammaricano ogni volta (più o meno una volta ogni SESSANTA ORE) in cui il tg dà la notizia di un altro femminicidio.

E tu, da che parte stai?

dr.ssa Alessia Dulbecco

Contro gli stereotipi… nella giornata internazionale degli Uomini

Sono sicura che tutt* sappiano che l’8 marzo si celebra la giornata internazionale della Donna. Quant*, però, sanno che esiste anche una giornata Internazionale dell’Uomo??

Oggi si celebra (vabbè, si, si fa per dire…) proprio questa ricorrenza.

Personalmente trovo che le “giornate internazionali del….” siano davvero troppe (si va da quelle importanti e significative, come quella della Memoria o contro l’AIDS ad altre – tantissime! – che quasi non vogliono dire nulla…). Quando ho letto di questa giornata ammetto di essermi avvicinata in modo un po’ titubante.

L’obiettivo della giornata internazionale dell’uomo, però, è quello di  di diffondere dei modelli maschili positivi, sensibili nelle relazioni tra i generi. Per questo motivo ho pensato che potesse aver senso parlarne, soprattutto in termini di parità di genere.

Ricordo, infatti, che il problema degli stereotipi non coinvolge solo le bambine ma anche i maschi. Educare bambini ad essere solo forti o coraggiosi (ad esempio) significa precludere loro tantissime possibilità, esattamente come educare le bambine ad essere carine e sensibili significa togliere loto moltissime alternative.

In una giornata come quella attuale, quindi, mi sento di consigliarvi un libro: per i bambini – Uomini di domani.

Il testo si intitola La Dichiarazione dei diritti dei maschi, edita da Lo stampatello. E’ un libro per bambini scritto sotto forma di articoli ed ognuno identifica un diritto di cui tutti i bambini devono poter godere.

dich diritti maschi copertina

diritti dei maschi

(immagini tratte dal volume)

Se una giornata come questa ha un senso io credo sia nella possibilità di diffondere buone pratiche. Il contrasto agli stereotipi di genere è SEMPRE una buona pratica.

Spero che questo consiglio di lettura possa esservi stato utile, se vi va potete scrivermi per dirmi se lo avete letto… mi farebbe piacere!

A presto,

Alessia

Natale, giochi…stereotipi.

Ci siamo: nonostante il calendario cerchi di riportarci alla realtà di un novembre piovoso ed incerto, le città e in particolare le vetrine dei negozi  si stanno già riempiendo di luci calde e addobbi natalizi. Complice anche l’ormai famoso (anche in Italia) black friday, le persone si stanno preparando agli acquisti natalizi con particolare attenzione, come il periodo richiede, ai regali per i bambin*.

Se fino a qualche anno fa era considerato “normale” entrare in un grande negozio di giochi e aspettarsi interi reparti tutti rosa e altri tutti blu, perfettamente impermeabili tra loro, oggi – grazie alle numerose campagne contro gli stereotipi – le cose stanno lentamente cambiando… per lo meno sulla carta.

Grazie alla sensibilizzazione che tanti attivitst* (raggruppati in associazioni, collettivi etc) sono riusciti a condurre – un passo per volta, con tante difficoltà – possiamo dire che l’attenzione su questi temi oggi è decisamente più elevata di un tempo.

Ricordiamo dove nasce il problema: la segregazione che è stata imposta, in particolare ai bambin*, attraverso regali che si “pensava” adatti a loro a seconda del genere (e quindi per sintetizzare e riassumere: mega ondate di oggetti rosa, carrelli della spesa, bambole, trucchi etc per le bambine e mega carrellate di oggetti blu, mostri, supereroi, giochi per sviluppare la creatività per i bambini) si è rivelata pericolosa per entrambe le categorie. Se alle bambine ha precluso la possibilità di sperimentarsi in qualcosa di diverso dall’essere mamma, brava casalinga o prepararsi ad un futuro da icona sexy, per i maschi è stata un modo per renderli analfabeti emotivi (perché i giochi li hanno addestrati ad essere coraggiosi, intraprendenti, al limite arrabbiati,  e non c’èra spezio per sperimentare tristezza o paura) ma decisamente più preparati delle bambine a confrontarsi con la realtà esterna.

Sul tema moltissim* studiosi hanno scritto e prodotto tesi sostenibili (vi ricordo il bel saggio di Irene Biemmi, gabbie di genere, proprio su questi aspetti) e per questo oggi vi è un’attenzione notevole a riguardo.

Questo però non è un trend costante: lavorando all’interno di servizi educativi che raccolgono utenti medi, posso affermare che ancora oggi gli stereotipi sono duri a morire. Incontro nella mia attività mamme che cercano di orientare i bambini a giocare con macchinine e a non toccare i giochi (che lascio volontariamente presenti e disponibili sempre) che riguardano le principesse, la toeletta di Elsa, le bambole. Incontro altri genitori che si preoccupano se alla figlia non piacciono i cartoni sopraccitati e si orienta invece verso i giochi con i personaggi trasformer.

Il Natale può essere un’occasione interessante per continuare a sensibilizzare sulla tematica e per questo vorrei condividere con voi qualche suggestione:

Provate a capire cosa vorrebbero i vostri figl*

Se ritenete che i loro desideri siano frutto di un marketing aggressivo che ormai li ha già avvicinati a ciò che “dovrebbero” desiderare, provate a portarli con voi in giro e fateli sperimentare nelle corsie dei giochi dedicati al “sesso opposto”. Per esperienza posso assicurarvi che saranno molto, molto incuriositi.

Cercate giochi che li stimolino ad acquisire competenze, più che a esercitare ruoli.

Giochi sulle emozioni, giochi che permettano l’acquisizione di un pensiero divergente, giochi “da tavolo”, in grado di fornire un’occasione di scambio per tutta la famiglia sono decisamente interessanti.

Oggi il natale non rappresenta più quel momento, atteso per tutto l’anno, in cui il bambin* può finalmente ottenere quanto sognato per mesi.

I genitori hanno la possibilità di accontentarli spesso, durante l’anno, e per questo potrebbe essere interessante proporre – più che dei giochi – delle vere e proprie esperienze. Trovate laboratori carini a cui iscriverli, cercate associazioni che realizzino eventi (camminate, pomeriggi creativi etc): i vostri figl* non usciranno con un oggetto (che magari dimenticheranno il giorno dopo), ma con un’esperienza che, se ben organizzata, potrebbe essere per loro ben più significativa.

E voi, su quali giochi orienterete i vostri acquisti? Se vi va fatemelo sapere!

Dr.ssa Alessia Dulbecco

 

(in copertina, una foto del progetto di dell’artista sudcoreana JeongMee Yoon, The pink and blue project)

La gentilezza è rivoluzionaria

Oggi si celebra la giornata mondiale della Gentilezza.
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È difficile parlare di gentilezza, in un periodo come quello attuale. Ci vogliono più cattiv*, nei confronti di tutt*, cercano di incattivirci provando a spiegarci che, se le cose vanno male, è “colpa” di qualcun*.
Da parte mia, l’augurio è di non dimenticarsi mai del valore di un gesto gentile. Dall’aiuto concreto ad un amic* fino al gesto gentile nei confronti di uno sconosciuto. La gentilezza è rivoluzionaria solo se viene praticata sempre.
Oggi, però, ha un sapore diverso… condividi un gesto gentile!