Piccolo decalogo per genitori affidabili (e per figl* felici)✨

buongiorno a tutt*!

Oggi ricomincia la scuola, qui in Toscana! Mentre immagino bambin* eccitati – felici di cominciare un percorso o riprendere quello interrotto – genitori in ansia per la ri-organizzazione della vita famigliare (“oggi mangi a scuola? Ma dopo hai judo? Viene a prenderti la nonna…”) ho pensato a qualche suggerimento che tutti i genitori possono adottare; un prontuario da leggere, ricordare e ricordarsi…

👩🏻‍🏫scuola è sinonimo di crescita: anche se ti costa molto, impara poco per volta ad allentare la presa. Goditi lo sviluppo del tuo bambino che passerà dal chiederti tutto (fare lo zaino, preparare i vestiti, uscire di casa…) al volerlo fare da sé. Non ti sta mettendo da parte, ma ha bisogno di diventare “competente”. sostienilo in questo processo bellissimo!

📈soprattutto all’inizio, non andare in ansia per il suo rendimento. Ogni bambin* ha tempi diversi. Ascoltali, e rispettali.

🤾🏻‍♂️🤸🏻‍♀️lo sport è importante,ma non imporlo! Sceglietelo assieme e, se non è convint*, non farlo continuare a tutti i costi. Magari ne troverà un altro di suo gusto, senza sforzi.

🤹🏼‍♂️🎼piscina, teatro musica, danza.. ogni bambin* ha bisogno di tempo libero! Non occupare ogni singolo momento della sua giornata. I bambin* (di tutte le età!) devono poter giocare e si, in alcuni momenti, anche sperimentare la noia.

💭se ritieni che tuo figl* abbia bisogno di un aiuto, cerca il/la professionista che meglio risponde alle sue necessità. Ma ricordati che niente potrà sostituire il tuo ruolo di mamma o babbo.

🌱il rendimento di tuo figl* dipende anche dall’ambiente in cui cresce. Farlo assistere a litigate, dargli poco tempo, non farlo sentire amato hanno effetti negativi…ricordalo!

❗️presta attenzione ai cambiamenti: un trasloco, un lutto, un fratellino in arrivo. Sono eventi che tuo figl* comprende, non pensare che “è troppo piccolo!” Presta attenzione, aiutalo a capire e sostienilo!

🧾non puoi tenere sotto controllo tutto. Capiterà di perdere una lezione di chitarra, far tardi al mattino. Ciò che conta è che siano eccezioni, non la regola.

❣️fa si che si senta amat*, sempre, non solo se porta a casa il 9 di matematica. Niente come l’autostima porta a risultati concreti. Gli insegnerai che l’amore non si baratta per un voto, un successo. Si ama, punto.

👩‍👧‍👦👨‍👧‍👦👩‍👩‍👧👪👨‍👨‍👧‍👦 non è vero che “siamo tutti genitori”. Biologicamente, certo, ma non sempre sappiamo fare la scelta giusta o sappiamo rispondere correttamente a questo compito. E ciò non deve farci sentire meno adatti, sbagliati, perdenti. Se hai bisogno, fatti aiutare, sempre!🙏

Dr.ssa Alessia Dulbecco

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Adolescenza Zero

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Lo studio dell’adolescenza e delle dinamiche sociali, educative e psicologiche in cui si manifesta occupa uno specifico spazio di studio tra gli addetti/e ai lavori da ormai diversi anni.

L’adolescenza – dal latino adolescĕre, «crescere» – si può definire come l’insieme dei cambiamenti fisici, sociali e psicologici che si verificano indicativamente tra i 12 e i 18 anni che portano il soggetto ad abbandonare il proprio status di bambino/a per acquisire progressivamente quello di adulto/a. Richiamandosi all’etimo, quindi, “adolescenza” dovrebbe coincidere proprio con un momento di crescita individuale – una sorta di fioritura delle proprie qualità e della propria personalità – di crisi (intesa come spaccatura che porta a separare il vecchio dal nuovo assumendo così nuove decisioni) e di apertura verso l’altro.

In realtà, se si osservano più da vicino gli/le adolescenti contemporanei, sembra al contrario di assistere ad un progressivo ripiegamento verso un’interiorità che si autoreclude, che si autoaggredisce e che rafforza il mantenimento di meccanismi di dipendenza, anacronistici e malsani, nei confronti degli adulti di riferimento. E’ questa la tesi di fondo del volume di Laura Pigozzi, psicoanalista di stampo lacaniano che, nel suo ultimo volume intitolato  “Adolescenza zero”,  indaga alcuni fenomeni che a suo modo di vedere hanno una funzione ben precisa: portano infatti ad una riduzione delle energie necessarie per “diventare adulti/e” e ampliano all’infinito il tempo per raggiungere questa tappa. A trarne giovamento, secondo il pensiero dell’autrice, sono i genitori – in particolare l’indice è puntato sulle madri, caregiver ad oggi ancora preminente, soprattutto in Italia – che annullano la conflittualità sana e necessaria coi figli/e educandoli progressivamente alla dipendenza e allontanando così sempre di più lo spauracchio del “nido vuoto”.

Nel volume l’autrice esamina che coinvolgono in prima persona i  giovani/e stessi/e – come l’hikikomori e i cutters – ma anche ad altri fenomeni in cui è preminente l’attenzione attorno alle modalità educative e relazionali che i genitori attuano nei confronti dei figli/e (la loro pervasività all’interno del mondo scolastico, o – al contrario – la scelta di separarli e proteggerli da questa realtà mediante l‘homeschooling o  – ancora – la scelta di accompagnarli  negli spogliatoi delle palestre anche quando ormai hanno acquisito la capacità di aver cura di sé, vestirsi e cambiarsi autonomamente).

 

C’è qualcosa che accomuna gli Adolescenti che si ripiegano nella propria interiorità isolandosi completamente dal resto del mondo (hikikomori, parola giapponese composta da hiku, indietreggiare, e komoru, nascondersi) e quelli che hanno disturbi del comportamento, di attenzione e di iperattività (ADHD) per cui si rende necessaria la sedazione attraverso terapie, nella maggior parte dei casi, esclusivamente farmacologiche (tanto che l’uso del Ritalin, in Italia, è cresciuto in un anno – tra il 2012 e il 2013 – del 9% ). E, ancora, c’è qualcosa che lega il fenomeno dell’homeschooling (in cui sempre più spesso le famiglie scelgono di non iscrivere i figli alla scuola dell’obbligo per poter impartire loro, autonomamente e a casa, l’educazione e l’istruzione necessaria) a quello delle reborn dolls, oggetti – feticci – di materiali plastici e siliconici che dovrebbero replicare le forme di un neonato, commercializzate in inquietanti sacchetti di plastica che le “reborn mothers” aprono come se fosse un sacco amniotico tagliando poi l’inconsistente cordone ombelicale, lavando e vestendo la bambola con il materiale – tutina, cappellino, braccialetto come quello fornito alla gestante dall’ospedale – presente nel kit acquistato.

Vi è, secondo l’autrice, un eccesso di plusmaterno «che si esprime con la manifestazione di un eccesso amoroso, con una cura smodata, nella quale a una madre è permessa un’intrusione che abitua il bambino a non saper fare, a non saper essere, a non percepirsi senza di lei» (p.169). Ciò che i genitori, le madri, vogliono sono figli/e immobili e perfetti (proprio come una reborn doll, che rimane sempre dipendente e sempre uguale a se stessa) rispetto ai quali non si rendano più necessari momenti di conflittualità: se essa si verifica (come nel caso dei ADHD) viene opportunamente sedata. La causa di questi fenomeni, quindi, è da riscontrarsi in una mancata separazione tra genitori e adolescenti: i primi, spaventati dall’idea di stare nel conflitto e di avere figli non così perfetti come immaginati, non sanno più attuarla e i secondi, perennemente dipendenti dalle cure genitoriali, perdono l’occasione di esercitare le proprie capacità di resilienza, sperimentare l’ansia e quelle difficoltà che contribuiscono a formare una persona adulta.

L’analisi dei vari fenomeni è per l’autrice, un modo per sottolineare la necessità di invertire la tendenza oggi in atto: è necessario cioè aiutare i genitori ad attuare la separazione dai figli/e annullando quel legame simbiotico tipico dell’infanzia ricordando che – come Francoise Dolto ha detto – “si diventa adulti solo quando l’angoscia dei genitori non produce più in lui alcun effetto inibitore”.

Un aiuto per l’apprendimento: Schede, esercizi, dispense per potenziare l’apprendimento dei ragazzi/e

Ieri ho pubblicato un post su facebook che ha riscosso diversi commenti. Stavo lavorando alla ricerca di materiali da utilizzare con una delle “mie” fantastiche ragazzine con cui lavoro per il potenziamento didattico sia nell’area linguistica che logico-matematica.

Ho proposto di raccogliere per voi qualche link a siti e pagine dai quali attingere materiali da utilizzare nell’ambito dell’apprendimento.

Ovviamente, dare qualche suggerimento a proposito di materiali e schede non esula dalla necessità di saperli usare in modo adeguato, altrimenti non si vedrà alcun risultato positivo. Soprattutto ai genitori raccomando sempre di contattare i professionisti dell’educazione per definire un progetto – coerente, preciso, misurabile – nell’ambito del quale anche queste schede potranno essere impiegate. suggerisco, invece, di rifiutare il mero “fai da te” perché il rischio è quello di stampare milioni di schede che poi non userà nessuno (o potranno essere usate ma senza risultati).

 

Pronti? ecco a voi un po’ di materiale!

 

  1. aiutodislessia.net

un sito ben costruito sul quale trovare materiali per scuole medie, elementari e superiori. Pensato soprattutto per alunni/e con DSA, ma non solo

2. sostegno bes 

un sito sul quale trovare giochi e esercizi oltre al informazioni utili per i docenti per impostare una didattica inclusiva

3. Fabrizio Alteri

Un sito di un docente che, per passione e professione, condivide materiali ed esercizi utili per favorire l’apprendimento

4. fantasia web

Un sito meno professionale, ricco però di spunti per stimolare la creatività anche di bambini/e entro i sei anni.

 

Questa la prima “carrellata” di materiali da  condividere con voi

A presto per altri piccoli suggerimenti!

Alessia

 

(PS. Se ti è piaciuto l’articolo ti invito a condividerlo e, se ti va, a visitare la mia pagina FB http://www.facebook.com/dr.ssaalessiadulbecco/)

Il ruolo della Pedagogia nel contrasto alla violenza di genere

Come ogni anno, in occasione del 25 novembre, si assiste ad una sequela ininterrotta di articoli, convegni, giornate di approfondimento sul tema della violenza di genere. Anche la giornata di ieri non è stata da meno.

Ma cosa resta, il giorno dopo, di quanto detto?

Credo sia importante usare la giornata del 25 per focalizzarsi sul tema, per tenere alta l’attenzione, per sensibilizzare, ma credo anche che servano interventi strutturali che tengano conto delle professionalità in gioco per contrastare e combattere la violenza di genere.

Generalmente si associa a questa tematica la figura dello/la psicologa, qui, invece vorrei definire il ruolo ed il valore della pedagogia che anche in questo contesto appare troppo poco riconosciuto. Sembra infatti che il valore educativo e formativo nei confronti di questa piaga sociale (perché i costi, individuali e sociali, della violenza sono altissimi) non sia mai rilevato.

L’intervento pedagogico, invece, è a mio avviso indispensabile sia in fase preventiva (per sensibilizzare e prevenire determinati fenomeni) che in fase riparativa (quando ormai il “danno” si è verificato).

Fase preventiva

In ottica preventiva, gli interventi pedagogici si esplicitano in progetti formativi ed educativi che dovrebbero essere applicati in ogni ambito scolastico (dai nidi, fino all’università) e con ogni tipologia di utenza (educatori/trici dei nidi, docenti, alunni/e, personale scolastico…), ovviamente calibrati in ragione dell’uditorio. Se si vuole attuare un cambiamento culturale, infatti, l’unica possibilità è intervenire attraverso l’educazione e in questo senso la Pedagogia rappresenta il canale preferenziale.

Il cambiamento socio-culturale, poi, può e deve avvenire anche in altri ambienti, ad esempio la formazione e la sensibilizzazione aziendale, in cui nuovamente l’intervento pedagogico dovrebbe avere diritto di cittadinanza.

Fase riparativa

Il professionista dell’educazione e della formazione dovrebbe poi intervenire in tutti quei contesti in cui le donne e i/le minori che hanno subito violenza si trovano a transitare. All’interno dei servizi sociali servirebbe personale apposito, educatori/trici con una formazione specifica sull’argomento, per sostenere il lavoro delle Assistenti Sociali rispetto alla gestione dei processi relazionali tra le parti (autori di violenza, donne che l’hanno subita, minori coinvolti).

All’interno dei Centri Antiviolenza, poi, il ruolo del pedagogista assume un valore ancora più radicato. nelle Case Rifugio è indispensabile seguire un progetto pedagogico che sia funzionale ad accogliere il vissuto delle donne vittime, e dei loro bambini/e, orientandole verso l’acquisizione di nuove capacità legate al riconoscimento dei propri bisogni e di quelli dei figli/e. Si tratta di un lavoro ri-educativo finalizzato ad annullare o quantomeno a ridurre la forza di quanto subìto (magari per anni) dall’autore di violenza.

Anche i colloqui che si svolgono allo sportello del CAV dovrebbero possedere una matrice pedagogica capace di gettare luce sulla formazione della persona che si ha davanti (come si è formata? Attraverso chi? Sotto quali convinzioni a proposito del maschile, del femminile, dello spirito di sacrificio, della gelosia?…) per poter introdurre o favorire il cambiamento.

E’ importante in questo senso un lavoro di equipe in cui lo sguardo pedagogico non sia estromesso e possa godere della stessa importanza di altri aiutando ad impostare un’azione formativa ed educativa autentica.

La violenza di genere è un fatto culturale e sociale, frutto di condizionamenti educativi errati. Alla Pedagogia, quindi, è affidato il compito di ri-educare a dinamiche relazionali ed individuali finalmente “positive”.

Dr.ssa Alessia Dulbecco

La formazione del pedagogista: i libri che strutturano una professione

L’articolo di oggi si colloca, come quello precedente, alla ricerca dei volumi a mio avviso indispensabili per dare solidità alle professioni educative e pedagogiche.

L’approfondimento di oggi, quindi, è dedicato ai libri che consiglio di leggere ad educatori/trici e pedagogisti/e sia rispetto alla definizione di queste due professioni – e quindi ai margini di azione – sia rispetto ai possibili ambiti in cui il lavoro educativo e pedagogico può, con le loro specificità, svolgersi.

Partiamo?

gennari

Mi sono formata all’Università di Genova, sotto la guida (per tutti e cinque gli anni) di questo importante pedagogista italiano. Le basi, per me, restano i volumi che il gruppo di professori da lui capitanato ha prodotto negli anni. Sono libri complessi, questo è risaputo, ma a mio avviso costituiscono delle basi solide per fare chiarezza sulla storia delle pedagogia e i suoi confini epistemologici. Certo, si può fare il pedagogista affidandosi solo ai manuali, sicuramente molto più utili per definire questa sfera del sapere nella sua praticità (chi è il pedagogista, cosa fa, come interviene). Dal mio punto di vista, però, il rischio dei manuali – non sostenuti da solide conoscenze – è che offrono poco da un punto di vista contenutistico. Dicono come si fa qualcosa – ad esempio quello super interessante del collega Pier Paolo Cavagna di cui parlerò più avanti parla della progettazione pedagogica – ma non basta “fare”, in pedagogia. Bisogna prima aver chiaro cosa è questa Scienza per avere chiari i suoi confini e, quindi, le sue modalità di azione. E’ un libro che consiglio a tutt* coloro che stanno studiando per intraprendere questa professione con lealtà (perché di buffon* che si inventano professionist* ce ne sono tanti) e coraggio.

vanna iori

Un altro testo importante alla luce delle ultime novità in merito al riconoscimento della nostra professione. L’On. Iori, promotrice della legge, realizza un libro a più voci per indagare le due professioni definendo i loro margini di azione. Un testo indispensabile.

La professione Pedagogica

Una carrellata, ora, di libri che possono aiutare i pedagogisti a seconda del settore professionale prescelto

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Un manuale rapido, semplice, valido per tutti i pedagogisti (a prescindere dall’ambito lavorativo) perché tutti saranno chiamati a realizzare progetti pedagogici. Un testo utile anche agli educatori, per la loro pratica quotidiana.

LAVORO PEDAGOGICO

Un testo ormai datato che riassume bene, però, l’intensità del lavoro pedagogico; il suo continuo essere nel qui ed ora, nell’ascolto delle emozioni e dei loro significati.

SOSTEGNO GENITORIALITà

Anche questo è un volume datato ma significativo per definire il lavoro del pedagogista nel suo ruolo di sostenitore delle famiglie. Avere cura di questo soggetto sociale attraverso i percorsi di sostegno alla genitorialità è, intatti, uno dei compiti che i pedagogisti sono chiamati a svolgere. Si tratta di un lavoro complesso che non riguarda solo le famiglie in difficoltà ma in realtà tutte le famiglie colpite da una crisi nei modelli identificativi e nei tempi ad essa dedicati.

consulenza educativA

Un altro testo importante per chi vuole operare nell’ambito della consulenza per definire la dimensione pedagogica (con tutto ciò che essa può apportare di positivo) all’interno della relazione di aiuto.

clinica

Un altro testo per me indispensabile (fu il nucleo centrale della mia tesi) per approfondire la pedagogia clinica – in una versione differente rispetto alle tante “pedagogie cliniche” con tanto di “marchio registrato” accanto – che oggi spopolano. Un testo articolato per tesi con un filo conduttore ben preciso: partire dal prendersi cura del soggetto affinché egli possa arrivare ad avere cura di sé.

 

La professione educativa

osservazione comportamento

Un testo importante per ogni educatore che si ritrovi a lavorare con bambini/e. L’osservazione del loro comportamento è infatti indispensabile per definire il progetto educativo.

osservazione al nido

Un ulteriore approfondimento rispetto all’osservazione, in questo caso nell’ambiente del Nido.

progetto educativo

Se il lavoro educativo si svolge in comunità, invece, bisogna indagare la specificità di tale contesto per definire il margine di azione sugli/lle ospiti.

 

Il lavoro educativo non si ferma qui, ovviamente, molti sono gli ambiti che non ho preso in considerazione in questo articolo. Uno – interessantissimo – è quello curato e approfondito dalla collega Ylenia Parma che concerne l’invecchiamento attivo e la terza età.  Altri hanno a che fare con le dipendenze, il ritardo e la disabilità.

Anche se non esaustivo – mi auguro di poter dedicare altri articoli ai temi illustrati precedentemente – spero che l’articolo sia utile ai vostri fini professionali. Mi farebbe piacere avere da voi feedback e domande. Se vi va, condividete con me la vostra esperienza professionale: il confronto è sempre motivo di crescita.

Vi ricordo che sono sempre raggiungibile tramite messenger (alla pagina fb ) o via mail.

Se vi va, condividete l’articolo 🙂

Dr.ssa Alessia Dulbecco

La scuola migliore è quella “pedagogicamente competente”

La notizia è di ieri: secondo Eduscopio – la classifica che si occupa di analizzare le scuole superiori di diverse città italiane – il miglior liceo d’Italia è il Liceo Scientifico Pier Luigi Nervi a Morbegno (So).

Mi hanno colpito molto le parole della Preside che analizza i punti di forza dell’Istituto da lei diretto.

Sicuramente le classi piccole aiutano, certo, ma non credo sia questo (l’unico) punto di forza di questa scuola. Al contrario, ve ne sono alcuni su cui insieme a molti miei collegh* ci siamo battuti per cercare di farne capire l’importanza. Vediamoli insieme.

  • Docenti stabili: avere la garanzia di puntare su un corpo docente affiatato e costante è alla base di una buona didattica. Man mano che passa il tempo tra i professori potrà crearsi un legame – personale e professionale – sul quale orientare alcuni contenti propri della didattica (penso a lezioni “ponte” tra una disciplina e l’altra, in grado di stimolare il pensiero divergente, la possibilità per gli insegnanti di muoversi sulla stessa lunghezza…)
  • Famiglie unite: la scuola in cui si insegna bene è quella in cui i professori/esse sono alleati con le famiglie e non in lotta. Tra le due parti deve esserci alleanza. Una parola bellissima perché vuol dire che ciò che si fa lo si fa per il bene degli/le alunni/e e non c’è alcuna guerra in corso tra le due “fazioni”
  • docenti preparati: non solo nelle materie di insegnamento, si intende! Professori/esse competenti su un piano educativo, capaci non solo di “trasmettere” contenuti ma di educare il pensiero. E’ questo – in ultima analisi – ciò che dal mio punto di vista fa proprio la differenza.

“E se non è possibile poter contare sempre su docenti così specializzati (mi verrebbe da dire illuminati…) che si può fare?? “Obietterà qualcuno.

In quel caso basterebbe introdurre la figura del pedagogista nelle scuole.

Un professionista specializzato, in grado di guidare – come il capitano di una nave – l’operato educativo dei singoli docenti. Il pedagogista non entra nel merito della materia insegnata (su quello infatti nessuno dovrebbe essere più competente del professore che la insegna) ma può fornire strategie ai docenti per fare “team building” imparando a sentirsi parte di una squadra, anziché semplici impiegati il cui obiettivo è far rispettare le regole, trasmettere nozioni e arrivare a fine mese.

Può, poi, aiutare i docenti a realizzare una didattica inclusiva trovando nuovi stimoli didattici con cui aiutare i tanti studenti con bisogni educativi speciali (attenzione: non entro nel merito delle diagnosi DSA. Quando parlo di BES ricordo sempre che ogni alunno/a, a suo modo, lo è perché tutti/e noi siamo – ontologicamente – diversi in ragione dei nostri bisogni personali e per le singole specificità di cui possiamo disporre).

Ultimo – ma non per importanza- può essere il suo ruolo di “collante” tra quanto svolto dalla scuola e dalla famiglia. La sensazione, infatti, è che troppo spesso queste due entità si muovano su binari separati. A volte – anche peggio! – se si incontrano in realtà si scontrano. L’alleanza scuola-famiglia è alla base del buon intervento didattico ed educativo. Non si può pensare di incidere positivamente sulla formazione dei ragazzi/e se non si crea – prima – un’alleanza con coloro i quali quei ragazzi li hanno cresciuti e continuano a farlo.

Parafrasando la frase che ho voluto usare come copertina, quindi, nessun bambin* è perduto se ha un insegnante che crede in lui e se ha un pedagogista che ne predispone il cammino formativo secondo un principio di rigore, condivisione e lealtà.

Di cosa parliamo quando parliamo di discriminazioni?

La storia degli uomini è intrisa di discriminazioni. Il “diverso” – chi si discosta da una presunta normalità che, come Caguilhem ci ricorda, è sempre normativa – è sempre stato oggetto di soprusi più o meno condivisi dalla maggioranza e più o meno accettati da chi li subisce.

Sono tre, a mio modo di vedere, le “categorie” che più di tutte sono state oggetto di discriminazioni: le donne, le persone non eterosessuali, le persone di colore.

La Pedagogia, in quanto scienza che studia la formazione e l’educazione dell’uomo, ha una grossa responsabilità  rispetto alla possibilità di insistere sulle discriminazioni per contrastarle con nuovi modelli pedagogici ed educativi favorendo, finalmente, quel cambio di prospettiva che potrebbe consentire l’inclusione di tutt* ricordando che ognuno/a di noi è “differentemente uguale” all’altro.

Un altro compito della pedagogia può essere quello di diffondere buone prassi e nuovi spunti di riflessione per creare un “sentire comune” rafforzando l’empowerment delle persone ad oggi discriminate

Il progetto del collega Matteo Botto, laureando in Scienze Pedagogiche a Torino, si situa proprio nell’ambito di questi due modelli di intervento: fornisce un supporto sia a chi lascia la propria testimonianza sia ai possibili lettori/trici facendo sentire tutti/e parte di una comunità che può essere forte solo grazie alla condivisione. Favorisce, inoltre, un possibile cambio di prospettiva.

Invito pertanto a leggerne le storie o a partecipare, si tratta del suo bellissimo progetto di Tesi e credo valga la pena non solo partecipare, ma proprio contribuire attivamente.

Io l’ho fatto 🙂

 

qui il link all’intero progetto: https://www.contronarrazioni.com/

La regolazione emotiva: spunti pedagogici per superare i “capricci”

Uno degli aspetti principali su cui mi confronto coi genitori che si recano da me in consulenza è il famoso tema dei “capricci“.

Padri e madri lamentano spesso la difficoltà nel riportare i propri figli/e alla calma, al ragionamento, alla comprensione di quanto accaduto.

Per spiegare perché le parole e il ragionamento risultano del tutto inefficaci in situazioni di questo tipo mi appello a questo pensiero di Goleman, psicologo che più di tutti ha affrontato il tema dell’intelligenza emotiva.

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Quando il bambino sperimenta la rabbia o la collera l’unica funzione utile dell’educatore (o del caregiver) è quella di dimostrargli di essere in grado di accogliere le sue emozioni senza svilirle, senza portare la sua attenzione altrove. L’adulto deve diventare l’argine di quel fiume in piena rappresentato dalle emozioni che il bambino/a sta vivendo, dimostrando di saper resistere alla loro forza e di esserci, nonostante tutto.

Per questo – come dice Golman – l’intelligenza in questi casi si rende inutile. Prima è necessario aiutare il bambino/a nel processo di REGOLAZIONE EMOTIVA. Significa, in sostanza, aiutare a calmarlo, verbalizzare l’accaduto, dare peso alle emozioni vissute e contenerlo, se ciò si rende necessario.

Tutto ciò si lega all’emisfero destro, quello che determina l’emotività

Solo successivamente si potrà fare affidamento alla logica, al ragionamento, alle parole ad esempio riflettendo su quanto avvenuto, chiedendo al bambino/a perché non è stato in grado di calmarsi etc…

Solo dopo che abbiamo placato le emozioni dell’emisfero destro, quindi, possiamo appellarci alla logica e al ragionamento che fanno capo all’emisfero sinistro.

L’obiettivo di un percorso educativo sano (che sia condotto da un professionista dell’educazione o da un caregiver), quindi,  è quello dell’ INTEGRAZIONE.

Integrare significa fare in modo che l’emisfero destro e quello sinistro “collaborino” (si parla pertanto di integrazione orizzontale), così come – nell’integrazione verticale  – far sì che le aree antiche del nostro cervello (definite rettiliane) collaborino con quelle di recente acquisizione.

Le crisi di rabbia, i capricci i comportamenti aggressivi (…) sono conseguenza di una perdita di integrazione, ossia di una condizione di dis-integrazione (Siegel, Bryson 2015)

Se, come affermano i due autori sopra citati, il cervello cambia in ragione dell’esperienza e attraverso il modo in cui diamo senso ad essa, si rende necessario acquisire un nuovo schema di azione di fronte a queste situazioni. Farsi supportare dal pedagogista può essere un primo passo essenziale per poi permettere ai genitori di lavorare in autonomia.

 

La formazione del pedagogista: i libri che strutturano una professione

Ho pensato di pubblicare alcuni articoli del blog su un tema che mi sta molto a cuore:

quali libri possono contribuire a formare il pedagogista, a seconda dei vari contesti in cui può esplicitarsi la sua professione?

Il primo “contesto” dal quale vorrei partire è quello che maggiormente mi caratterizza professionalmente. Come forse saprete, uno degli ambiti in cui ho scelto di declinare la professione pedagogica è quello relativo agli studi di genere e alla violenza di genere. Mi sono ritrovata a dovermi ritagliare uno spazio all’interno di un contesto professionale spesso caratterizzato dalla presenza di altre figure (in primis psicologi/e e assistenti sociali) per poter dare dignità al ruolo della pedagogista, sia nell’ambito delle consulenze sia in quello di studio e riflessione su questi argomenti.

Cominciamo ora una breve rassegna di libri che mi sento di consigliare a tutti i colleghi/e che decidano di collocarsi professionalmente in questo ambito.

L’elenco ovviamente non ha la pretesa di essere esaustivo ed è in costante aggiornamento. Cominciamo?

Le basi

Come prima cosa segnalo i volumi che costituiscono a mio giudizio una solida base da cui partire per cominciare a inquadrare il fenomeno.

Si tratta di un libro datato (la prima pubblicazione è del 2000) e di volta in volta rinnovato. Affronta in maniera approfondita il tema della violenza di genere e rappresenta un buon strumento per chi vuole formarsi professionalmente.

Un testo che contiene più voci, appunto, proprio perché scritto da professioniste provenienti da ambiti diversi. A mio parere il punto di forza è la capacità di problematizzare le competenze che le professionalità educative devono acquisire per lavorare a fianco delle donne (e dei loro figli/e) che hanno subito violenza.

Un altro volume indispensabile per comprendere i meccanismi che legittimano e definiscono la violenza.

Un altro utile strumento di lavoro, pensato per chi vuole avvicinarsi alle tematiche inerenti la violenza di genere mappando il linguaggio che la contraddistingue.

A mio giudizio un altro testo indispensabile che illustra come il nostro lessico contribuisca a mantenere e creare una cultura sessista, xenofoba e razzista.

Il tema del corpo

Due libri, entrambi a cura della Prof. Ulivieri, ordinaria di pedagogia generale e sociale all’Università di Firenze. Entrambi hanno lo scopo di individuare i fattori sociali, educativi e culturali che portano a considerare il corpo femminile come oggetto, pertanto come elemento disponibile alla violenza maschile.

Un altro testo significativo di una scrittrice britannica sulla mercificazione del corpo femminile nella sessualità, nel capitale di genere, nel lavoro domestico.

Educazione e stereotipi

Due testi, scritti a distanza di quasi 40 anni. Nel primo, l’autrice indagava i condizionamenti culturali che definivano la disparità di trattamento tra maschi e femmine. E negli anni 2000, cosa è cambiato?

Un altro volume importantissimo, una ricerca finalizzata ad individuare il sessismo che si nasconde (nemmeno troppo, mi verrebbe da dire) nei libri di testo in particolare delle elementari.

Un altro volume significativo, che indaga sulla discriminazione di genere e su quella anagrafica.

I progetti educativi

Due libri interessanti, per lavorare in chiave educativa sulla violenza di genere e sulla sua prevenzione.

Un altro testo utile per decifrare il linguaggio televisivo ed osservarlo così in maniera critica. Contiene anche esercizi da utilizzare con ragazzi/e e adulti/e allo scopo di riflettere meglio sulle modalità televisive e comunicative che legittimano certe modalità di intendere il ruolo femminile.

L’attenzione ai media

Senza i lavori della Zanardo sul ruolo dei media nella legittimazione della violenza di genere, molti movimenti forse non sarebbero nati e non avrebbero acquisito quella valenza che oggi hanno. Due testi che non si possono non conoscere. Il secondo contiene alcuni “esercizi” pratici ricavati dallo strumento “nuovi occhi per la tv” realizzato dalla stessa Zanardo e portato nelle scuole, per riflettere criticamente sulle immagini televisive e sull’immaginario che veicolano.

Un altro testo divulgativo, semplice nella lettura ma dai contenuti profondi. Un saggio per capire perché l’Italia dei primi anni 2000 (ma anche di oggi) offende le donne.

I contenuti giuridici

Due testi importanti, uno (quello di Sorgato) più divulgativo, l’altro più tecnico, per capire cosa prevede la legge di fronte al reato della violenza domestica, ma non solo.

Un volume completamente dedicato allo stalking. Le caratteristiche di personalità di chi lo agisce, alcune testimonianze, il punto di vista legale.

Il punto di vista maschile

Cento aforismi con cui l’autore si pone domande sull’universo maschile e sulla confusione che oggi lo caratterizza in termini identitari.

un testo importante, quello di Gasparrini, per capire come educare gli uomini a “disertare il patriarcato”.

Una storia, un romanzo. Perché anche i romanzi possono fornire importanti spunti alla propria formazione personale. La vicenda di un uomo violento e il racconto del suo cammino per riconoscerla e porvi rimedio.

Un altro testo significativo, dello stesso autore, in cui si affronta il processo di cambiamento dell’uomo maltrattante nella sua dimensione psicologica ed educativa.

Testimonianze

Due volumi diversi ma interessanti. Quello di Brilli e Guidieri contiene alcune interviste a donne che hanno vissuto sulla loro pelle la violenza domestica.

Quello di Olga Ricci racconta, sotto pseudonimo, la vicenda personale di una donna che ha dovuto subire pesanti molestie sul luogo di lavoro. Un argomento di cui ancora poco si discute all’interno del macro contenitore della violenza di genere.

Violenza assistita e orfani speciali

Forse l’aspetto più odioso di tutta la violenza di genere.

La ricerca di Baldry che ha permesso per la prima volta di guardare da vicino nella vita dei cosiddetti “orfani speciali”, coloro che rimangono orfani perché il proprio padre ha ucciso la madre.

Il tema della violenza assistita, in tutte le sue ripercussioni sociali, psicologiche ed educative.

Lo sguardo pedagogico e gli “errori” dei genitori

fonte pixabay

Pochi giorni fa mi sono imbattuta in un articolo interessante. Parlava dell’essere genitori e degli sbagli che  essi commettono, spesso completamente in buona fede.

L’autore cita trenta comportamenti che madri e padri dovrebbero considerare per evitare di interferire negativamente nella crescita dei propri figli/e.

Un bambino è un bambino per 10, 11, forse 12 o 13 anni, a seconda della persona a cui lo chiedi. Poi, per i sei o sette anni successivi sono giovani adulti. E poi sono adulti per il resto della loro vita.

Non proteggeteli dalle avversità. Aiutateli a costruire la propria autostima. Dotateli di strumenti per risolvere le cose da soli

 

Un genitore dovrebbe preparare i figli/e alla vita adulta facendo loro capire che il mondo là fuori è complicato, certo, ma non pauroso e che, soprattutto, dispongono di tutto ciò che serve per potervi far fronte.

Nel cammino educativo, i genitori devono aiutare i figli/e a costruire la propria autostima (quel processo che porta il soggetto ad apprezzarsi tramite giudizi autovalutativi positivi), trovare le giuste strategie per superare e affrontare situazioni negative, rafforzare la propria resilienza, conoscere il proprio bagaglio emotivo e gestire le situazioni relazionali scomode.

Quali sono, invece, i comportamenti che rischiano di compromettere l’acquisizione di queste tappe formative fondamentali?

  •  li corrompiamo

spesso li ricompensiamo per le cose sbagliate (“se rimetti in ordina la stanza ti compro ….”) alimentando in loro un pensiero logicamente (ma non educativamente) corretto : il bambino si aspetterà una ricompensa ogni volta in cui eseguirà un compito che dovrebbe fare a prescindere

  • ci sostituiamo a loro

Invece che aiutarli fornendo loro gli strumenti, facciamo per loro i compiti. Che sia nel gestire i compagni di classe o fare gli esercizi per l’interrogazione di matematica del giorno dopo, spesso i genitori si trovano a sostituirsi ai figli/e. Il motivo è sempre lo stesso: si fa prima a fare qualcosa anziché insegnare, passo dopo passo, quel bagaglio di conoscenze necessarie per fronteggiare da sé i propri problemi. Ciò porta i bambini/e a permanere in uno stato di dipendenza costante.

  • LI critichiamo  

La critica a cui il giornalista si riferisce è quella negativa, che parte da un errore per attaccare il punto debole del bambino. E’ quella critica che parte dall’azione per colpire l’essere (hai fatto…quindi sei…)

  • non sappiamo accogliere le loro emozioni

se un bambino cade cerchiamo di sviare l’attenzione sminuendo l’accaduto, dicendogli di non piangere. Siamo poco sensibili all’ascolto delle loro emozioni e alla capacità di ascoltare ed accogliere la loro frustrazione. in questo modo li educhiamo a non sentire, a non riconoscere e a non fare fronte al problema.

  •  non li ascoltiamo

Prestiamo attenzione a molte cose futili dimenticandoci però di quelle significative. Sappiamo che tipo di relazioni vivono i ragazzi/e di oggi? sappiamo in che modo usano le tecnologie? siamo attenti alle parole che possono far trasparire un certo malessere di fondo?

Spesso gli adulti non ne sono in grado, troppo assorbiti dalle necessità contingenti dimenticano di guardare alla sostanza.

Questi “errori” (liberamente tratti proprio dall’articolo che mi ha dato il”via” per scrivere queste righe) non sono irrisolvibili, a patto che i genitori decidano di vederli e porvi rimedio.

I percorsi educativi hanno proprio lo scopo di riflettere sulle carenze educative che si possono verificare al fine di invertire la rotta stabilendo una relazione autenticamente significativa con i propri figli/e. Lo sguardo pedagogico, in grado di concentrarsi sulla relazione, sul contesto e sui rapporti educativi, porta a ristabilire una relazione significativa tra genitori e figli/e che possa essere autenticamente “educante”.

 

(foto: pixabay)